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Stai leggendo: "Quando Jesù s'incazza" di Quinto Moro

3. La Voce

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“Ce la diamo una mossa laggiù?”

Jesù pensò d’averlo solo pensato ma la voce era risuonata forte e chiara. Poi si accorse di non essere stato lui.

“Muovete voi il culo piuttosto” grugnì Rufo dal basso.

“Io non ho detto niente” urlò Alessandro a tutto fiato, ma il suono era quello d’un sussurro. “Jesù, Maestà, hai detto qualcosa?”

Jesù non rispose, poiché la voce che aveva sentito era la sua, ma era sicuro di non aver parlato. S’era perso nei piani per il futuro – s’immaginava a dettare le sue imprese a fidi compagni, più fidi di quanti non fossero stati i Dodici – cullato nel ricordo dei suoi più mirabili discorsi. Sentiva l’eco delle voci ascoltate in vita, mescolate ai cimbali celesti, i venti di flauto, i canti senza versi eppur rimati. Si riscosse, e capì d’esser giunto alle porte del Paradiso, diverse da come le ricordava nei sogni. Non avevano forme di porte ma di vocalizzi. Onde sonore e pigre bolle di luce. Niente osanna. Niente preghiere. Solo voci bianche e il rintocco dei tamburi, lenti, lontani e snervanti.

Jesù si vide in piedi. Le mani attaccate al nero soffice della notte punteggiato di stelle. La scalata era finita. Si voltò in cerca dei ladroni e li trovò defilati alle sue spalle, uno a destra e uno a sinistra, com’erano stati sulla croce. Annaspavano nella posa bizzarra di rane a mezz’aria, incapaci di accorgersi che la fatica era finita, e agitavano gambe e braccia in una scalata inutile. Davanti c’era la notte, una notte diurna che tutti avvolgeva in groviglio di spume che s’avvinghiavano sulle loro spalle come creste d’onda in un mare nero, lontano, screziato di lapilli diafani e vibranti al suono di cimbali. Cimbali e sonagli. Campanellini. Campanacci. E un suono allungato, simile all’urlo incessante di una capra. Una capra in preda alla più completa disperazione. Il verso scosse i due ladroni.

“E’ la capra che hai rubato?” chiese Alessandro a Jesù.

“Era un agnello” lo corresse Rufo.

“Era solo una parabola!” disse Jesù spazientito, e il verso della capra si abbassò fin quasi a scomparire.

“Chi siete?” belò una voce. La, Voce.

“Siamo sempre quelli morti sulla croce” disse Rufo.

“Io non ho detto niente” disse Jesù.

“Che fate?” riprese la Voce. Somigliava molto alla voce di Jesù, ma veniva da direzioni diverse.

“Sono il Figlio di Dio” disse Jesù “ritorno a casa dal Padre.”

“Cosa portate?” chiese la Voce.

“Porto con me due” Jesù rifletté su come chiamarli “due compari.”

“Si ma quanti siete?”

“Tre!” disse Rufo d’istinto.

“Si, vabbé, come Padre Figlio e Spirito Santo” disse la Voce.

“Fate silenzio e lasciate parlare me” disse Jesù.

“Sicuro sia una buona idea?” chiese Rufo “non te la sei cavata tanto bene coi romani.”

“Allora, chi siete?”

“Te l’ha già detto” fece Rufo spazientito “è il Figlio di…”

“Non lui. Voialtri” disse la Voce “soltanto due sono attesi.”

“Visto?” fece Alessandro “aveva detto che avrebbe portato solo me. Non te, Rufo, non te!”

“Nessuno di voi cretini, indegni del Regno di Dio” disse la Voce “solo il Figlio può entrare.”

“Se non loro, chi altro è atteso?” chiese Jesù.

“Tu sei atteso”

“Questo è certo, ma chi è l’altro?”

“Non sono autorizzato a dirlo” disse la Voce, che finalmente si manifestò in contorni umani, un profilo di stelle disegnato nella notte, un poco più fitto d’una costellazione.

“Non sei autorizzato?” fece Jesù dandosi un tono “ma è il figlio di Dio che te lo chiede.”

“Non è più giusto dire ordina?” suggerì Rufo “il Figlio di Dio che te lo ordina.”

“Il Padre dà ordini” disse la Voce “non il Figlio.”

“Uno e Trino” rispose Jesù.

“Questi ladroni sono la tua Trinità?”

“Non loro, io!” si spazientì Jesù “Padre, Figlio…”

“…e Spirito Santo” lo canzonò la Voce “vuoi discutere di teologia con me? Sorveglio le porte del Paradiso da prima che tu nascessi.”

“Io devo passare” disse Jesù.

“Devi” convenne la Voce “ma loro due no.”

“Loro sono con me.”

La Voce svanì e prese il suo posto una risata assordante, caprina. “Jesù, solo adesso, alla fine, parli come un comune mortale. Credimi è molto meglio di quel salmodiare penoso con cui ammorbavi i tuoi proseliti.”

“Dunque mi conosci” disse Jesù.

“Tu lo dici” disse la Voce, e la sagoma stellata si dissolse ancora in una risata sguaiata. “Scusa, scusa, ho sempre sognato dirlo. Il tuo tono è esattamente come l’avevo sempre immaginato.”

“Ma abbiamo la stessa voce” obiettò Jesù.

“Ti piacerebbe. Tu ascolti ancora con orecchie umane. Non credo che tuo Padre voglia vederti ora.”

“Mio Padre ha messo un folle alle Porte del Paradiso!”

Il verso della capra disperata riempì le orecchie di Jesù e dei ladroni. Mentre il primo si sforzava di sostenere lo sguardo – se così poteva chiamarsi – della Voce, Rufo e Alessandro si contorsero premendo inutilmente i palmi sulle orecchie, assordati. Poi il suono si attenuò e quasi si spense. Quasi.

“Mettiti bene in testa una cosa, Jesù” disse la Voce “tu sei nato uomo. Essere Figlio di Dio t’avrà fatto sembrare un erudito tra le scimmie ma qui, al cospetto degli Eterni, le cose sono invertite.”

“Gli sta dando della scimmia?” chiese Alessandro al fratello.

“Si” disse Rufo “e non credo che ci faranno entrare.”

“Potete entrare” disse la Voce “se il Figlio di Dio insiste.”

“Non l’ha detto con molto rispetto” cercò di bisbigliare Alessandro, ma la sua voce risuonò ben chiara.

“Non si sussurra in Paradiso” disse la Voce “non ci sono segreti se non quelli che Dio decide.”

“Dunque possono entrare” fece Jesù.

“Tu lo dici” ripeté la Voce, stavolta trattenendo la risata. La linea ovale del cranio e l’abbozzo di lineamenti di stelle vibrò appena. “Scusa scusa, la smetto. È che ho aspettato tanto d’incontrarti. Padre Nostro non ha permesso a nessuno di conoscere gli anni della tua vita terrena, immagino per paura che potessi creare qualche imbarazzo. Già dalle tue compagnie passate, e quelle qui presenti, non fatico a capire perché Padre Nostro t’abbia rivoluto quassù. Pensavamo avresti fatto grandi cose, anche Lui ci contava, ma deve aver cambiato idea se ti ha lasciato morire.”

“Come osa parlarti così?” disse Alessandro.

“Tu sei esattamente il tipo di fan adorante che piace al caro Jesù” disse la Voce ad Alessandro “se vi foste incontrati prima avrebbe fatto di te un suo discepolo. Il profilo perfetto. Un delinquente che scoperta la Grazia Divina non vede l’ora di fare il superiore e privilegiato del suo rapporto col divino. Jesù Jesù, Padre Nostro ti ha riportato qui appena in tempo. Pensare che ti aveva mandato a portare la Sua parola, che fallimento spettacolare dev’essere stato. Sì, te lo leggo negli occhi. Non è andata come credevi, non è stato quel trionfo di luce che avevi previsto. Tutti quei miracoli, quei discorsi, e guarda che fine hai fatto. Pensavi che Lui ti avrebbe salvato, che il cielo si sarebbe squarciato e ti avrebbe fatto ascendere sotto gli occhi attoniti dei tuoi carnefici?”

“Tu parli con lingua forcuta” disse Jesù.

“Io sono la Voce. Sono la Verità. Non posso mentire, né voglio. Una lingua forcuta ha due strade, io le ho tutte, perché ho tutte le verità.”

“E ti piace tanto parlare.”

“Come a tutti Noi. Egli è il Verbo. Noi siamo il Verbo. Ma tu, Jesù caro, tu sei di una razza mista, bagnato nel sangue degli uomini, e benché gli uomini te l’abbiano strappato di dosso quel sangue, ancora ti sporca. Guardati: sei vestito degli stracci con cui ti hanno sepolto. Come mai non sei asceso nudo, di puro spirito? La sofferenza patita in quel corpo non ti ha purificato, ti ha reso rabbioso, dubbioso. Sei morto e non sai per cosa. Il regno che ti era stato promesso tra gli uomini…”

“Taci Satana!”

Stavolta non fu una, ma un concerto di capre a risuonare per tutto il creato. Persino Jesù si piegò su sé stesso, trafitto da quel suono insopportabile. Nel tripudio di stelle e galassie affacciate sulla volta celeste, angeli e arcangeli si mostrarono incuriositi da quanto stava accadendo alle porte del Paradiso, e tutti si stupirono di vedere il Figlio in quella forma ancora umana.

“Io sono la Voce. E sono anche la Tua. Vedo attraverso la carne che ancora ti trascini appresso come una tartaruga col guscio, l’idea del tuo corpo è ben salda sulle tue membra spirituali. La morte non ti ha liberato. L’hai abbracciata per sfinimento, implorando che Lui ti salvasse.”

“Bugiardo!” ruggì Jesù, lottando perché la sua voce salisse più in alto dell’immondo belare celeste “hai detto che non potevi mentire, dunque bugiardo due volte” alzò il pugno contro il volto disegnato della Voce e scoprì ch’era duro e consistente come la pietra. La mano gli dolse e la sagoma stellata si piegò indietro come un albero incrinato dal vento. L’orrendo suono di capra tacque, finalmente. Il destro era andato a segno.

“Basta così” disse un’altra voce, e fu come un’onda spanta sulla spiaggia in spuma effervescente, con l’eco crepitante mentre si scioglie in risacca. “Salatiele¹, lasciali passare. Tutti e tre, se è questo che desidera.”

Salatiele, la Voce, assunse un contorno fisico più vivido e scultoreo prima di dissolvere i propri lineamenti stellari, lasciando l’eco della forma di un braccio teso che invitava il trio a passare oltre. Una linea sottile calda e fredda riempì di terrore il cuore ancora umano dei tre, Jesù compreso. Ma Jesù si riebbe e mosse il passo nell’immateria del Paradiso, portando sé stesso e gli spiriti dei ladroni al cospetto di Dio.

 

1: Salatiele è uno dei Sette Arcangeli, tra le varie interpretazioni e significati ad esso associati – non è comunque una figura univoca – ve n’è uno secondo cui il suo nome significherebbe “Dio Comunica”, ragion per cui è stato scelto come incarnazione della “Voce.”

 

>>> continua

 

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