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Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro

2. Riguardo a Jalal

 

Aveva diciassette anni. Era la prima volta che lui e suo padre facevano un viaggio insieme, la prima volta che usciva da Samalut. Jalal era il terzo di quattro figli ed era deciso che avrebbe studiato all’Università di Alessandria, per diventare il primo professore della famiglia, “il primo uomo rispettato e rispettabile” come diceva suo padre. Alla mamma non piaceva quell’espressione, si arrabbiava ogni volta che la sentiva e dava a suo marito del metfasah, dello spocchioso, come se lui non fosse un onesto lavoratore delle risaie, e come se il suo primogenito non fosse un fiero sergente dell’esercito egiziano.

“Ci sono solo uomini e donne rispettabili in questa casa” diceva sempre la mamma.

“Jamil non vive più in questa casa” le aveva risposto un giorno il padre. Jamil era il fratello maggiore di Jalal, il primogenito, colui sul quale, prima di Jalal, era pesata la promessa di diventare il primo uomo rispettato e rispettabile. Jamil aveva scelto la carriera militare e non gli studi, e secondo la mamma era qualcosa di cui poter andare più che fieri, che era un uomo libero e rispettabile, come l’uomo che aveva sposato, e come tutti i figli che aveva messo al mondo.

A tre ore da Samalut, seduti a un bar lungo la El Wahat, la strada che tagliava il deserto a ovest, verso la Libia, il padre di Jalal lo sorprese prendendo due Pepsi dal frigo ad armadio accanto alla cassa. Jalal non l’aveva mai visto berne una.

“Tua madre” disse il padre di Jalal con lo sguardo fisso alla strada da percorrere “doveva andarci lei nell’esercito. Avrebbe fatto carriera”

“Come sta Jamil?” chiese Jalal. Il fratello era venuto a trovarli mentre lui era a scuola, senza fermarsi per la notte come faceva quando stava in licenza.

“Sta bene lui” disse il padre.

“Lui c’è mai stato all’oasi di Siwa?”

Il padre fece quella sua smorfia indecifrabile, che poteva voler dire tante cose, e che in quel caso significava un “non lo so”.

“Sarebbe stato bello andare all’oasi tutti insieme” disse Jalal.

L’oasi era la destinazione di quel viaggio. Un viaggio premio, così l’aveva inteso Jalal, per essersi impegnato negli studi. Non era mai stato in gamba come Jamil, neanche minimamente. Jamil sarebbe stato di certo ammesso senza problemi all’Università di Alessandria o a quella del Cairo, avrebbe potuto scegliere. Jalal no. Suo padre gli aveva promesso qualcosa di speciale se avesse ottenuto un buon punteggio nel Thanaweya Amma, il diploma di maturità, ma Jalal non avrebbe immaginato niente di così mastodontico come un viaggio col suo vecchio, tanto lontano, né tanto presto. Un premio preventivo, non era tipico della sua famiglia. Jalal non aveva mai visto il deserto, il deserto vero, profondo. S’era spinto al massimo sino al Monastero della Vergine Maria a Banhasa, lungo la strada per Giza, dove i campi si facevano più radi e il verde cominciava a fondersi con l’arido biancore delle distese di sabbia incombenti ad ovest. Jalal aveva ancora negli occhi le colonne dai capitelli dorati e la vòlta tinteggiata d’azzurro con la grande croce al centro. Suo padre ci aveva portato lui e Jamil da bambini, per il Natale Copto, nonostante la loro famiglia fosse di tradizione musulmana.

“Quanto manca ancora all’oasi?”

“Sei o sette ore di viaggio” disse il padre “dobbiamo muoverci”

Non parlarono per molte di quelle ore. Jalal rimuginava. Il Nissan Navara sobbalzava sull’asfalto rosicchiato dal sole, le crepe riempite dalla sabbia spolverata dal vento imbiancavano la carreggiata disegnando striature come un tessuto a coste. Il vento sembrava spingere l’auto arroventata, il turbinio della sabbia negava i finestrini aperti. La Nissan non aveva l’aria condizionata e la ventola pompava solo aria calda.

“Te la ricordi la partita con la Russia ai mondiali?” gli chiese d’improvviso il padre con tono leggero, come se fino a un attimo prima stessero parlando di calcio.

“Quale” rifletté Jalal, che non gliel’aveva mai perdonata “quella che non ci hai portato a vedere con te, in quel posto dove c’era il maxi schermo? Quella che io e Jamil abbiamo dovuto guardare a rate, sulla tv piccola di casa?”

“Io da ragazzo non avevo la tv” rispose il padre “ai mondiali del ’90, quelli in Italia, dovevo ascoltare le partite alla radio”

“Il rigore di Abdelghani però l’hai visto”

“Sì, è vero”

“Ce l’hai raccontato mille volte”

“E’ stata fortuna. Avevo potuto guardare solo il secondo tempo”

“E l’Egitto ha segnato, come con la Russia. Ogni volta che tu guardi la partita l’Egitto segna, perciò quella volta dovevi portarci”

“L’avete guardata anche voi, no? E te lo ricordi come sono tornato a casa?”

Jalal si fece silenzioso. Se l’era tanto legata al dito che non gli era mai importato di capire cosa fosse accaduto, del perché suo padre fosse tornato a casa con la faccia gonfia. Di certo c’era stata una rissa, ma dal suo punto di vista e da quello di Jamil, era la giusta punizione per non aver portato i figli a vedere la partita.

“Te la ricordi la mia faccia?”

“Si” ammise Jalal, vergognandosi per non avergli mai chiesto nulla dell’accaduto. Lui d’altro canto non ne aveva mai parlato.

“Era un bel posto per vedere la partita. C’era lo schermo più grande di tutto l’Egitto, o almeno lo schermo più grande che potevi trovare a Samalut. È quello che hanno pensato anche i militari russi, e i militari egiziani. Prima sono arrivati i nostri e ci hanno fatto alzare. Si sono presi i posti migliori, ma non abbiamo fatto storie. Erano dei nostri dopotutto. Nessuno se l’è presa. C’era un bel clima. Ho anche parlato con uno di quei soldati. Quando poi sono arrivati i russi, quegli irbidi – traslitterazione italiana di ʿirbīd per alcolizzato – hanno iniziato a farci sgomberare. Il primo tempo stava per finire e li stavamo schiacciando, Salah aveva appena sbagliato un gol, ed io penso che se l’avesse segnato, saremmo stati noi a sbatterli fuori a calci nel culo dal locale, ma non è andata così. I russi per tutto l’intervallo hanno continuato a bere e a provocarci, mentre i nostri soldati non dicevano nulla. Quando la partita è ricominciata e c’è stato il nostro autogol, quei russi di merda ci hanno deriso, hanno messo le mani addosso a un ragazzo ed è scoppiata la rissa. È allora che i nostri soldati si sono alzati, ma non hanno difeso noi, come fossero stati dello stesso esercito degli irbidi, è a noi che hanno dato le mazzate. Io li ho insultati, i nostri, e uno di loro mi ha preso per il collo e preso a pugni in faccia. Come me le hanno prese in tanti, non dai russi, ma dai nostri. I russi stavano dietro, ci insultavano e ridevano, ci lanciavano i bicchieri, le sedie. Quelli in divisa, se non si sparano addosso, servono tutti lo stesso padrone. Sono tutti della stessa pasta, non ci si può fidare di loro. Non hanno rispetto per niente e nessuno, neanche per sé stessi, solo per la divisa, come se indossandola smettessero d’essere uomini.

“A volte rimpiango di non avervi portati con me, così che Jamil avesse visto quegli uomini, avesse visto come si comportano i soldati con la gente comune. Jamil non voleva fare il soldato, non gli interessava, ma si è lasciato affascinare dalla divisa. Adesso lui è felice di quello che fa, e vorrebbe che lo facessi anche tu, perciò l’altro giorno è venuto a casa: ti recluteranno appena finisci la scuola. Non ti lasceranno scegliere. Io lo so che a te non piace studiare come piaceva a Jamil, ma so anche che tu hai più spina dorsale di lui, perciò la vita militare non fa per te. Hai sangue caldo Jalal, non sei fatto per chinare la testa, per prendere ordini. Tu sei come me. Anche tu avresti fatto una rissa quel giorno, anche tu avresti insultato i nostri soldati, mentre Jamil, mi si spezza il cuore a dirlo del mio primogenito, avrebbe fatto esattamente quello che hanno fatto i nostri. C’è il senso del giusto e il senso del branco, e c’è chi è guidato dall’uno e chi dall’altro. Io e vostra madre vi abbiamo educati allo stesso modo, ma non siete uguali. E se come fratelli foste insieme sotto le armi, il giorno in cui il tuo carattere ti metterà nei guai, io so che Jamil non si schiererà con te, ma col suo esercito. Il suo esercito Jalal, non il nostro. Il suo, perché l’esercito è solo dell’esercito.”

“Tu non lo conosci come lo conosco io” disse Jalal, senza mettere abbastanza convinzione in difesa il fratello. Era straniato dalle parole di suo padre, provava un misto di indignazione per ciò che suo padre aveva detto di Jamil, e di orgoglio per come – la prima volta da che avesse memoria – gli aveva espresso una tale considerazione.

“Ti ricordi quando ti ha buttato sulle spine?”

Il ricordo attraversò Jalal come una scheggia, poteva sentire le spine ancora conficcate nel sedere e nella schiena.

“Eravamo solo bambini” disse Jalal.

“Un altro fratello ti avrebbe difeso, avrebbe buttato gli altri nelle spine, o sarebbe caduto insieme a te pur di difenderti. Ma è stato lui a buttartici, per non perdere l’amicizia di quei bulletti, o per paura di non prenderle anche lui. Scegli quella che ti fa stare meglio, ma è così, e tu lo sai. Un altro fratello ti avrebbe chiesto cosa pensi, avrebbe cercato di convincerti, di sedurti con l’idea dell’esercito, invece di venire in casa di suo padre a decidere per te come se tu non esistessi, e come se io e tua madre fossimo dei poveri pezzenti troppo ignoranti per decidere qualunque cosa.”

“Facciamo questo viaggio perché vuoi convincermi a non entrare nell’esercito?”

“Facciamo questo viaggio perché mi sembra di non avere ricordi belli dei miei figli. Dovrei essere felice che il mio primogenito sia diventato sergente, ma l’uomo che è diventato non ha niente a che fare con me. Il modo in cui parla, in cui ci guarda, mi fa di Jamil un estraneo. Se succederà anche con te, almeno voglio che abbiamo tutti e due il ricordo di qualcosa in comune, qualcosa che se anche tu mi diventerai estraneo, mi farà pensare che almeno per un giorno ho avuto un figlio. Non posso farlo con le tue sorelle, posso farlo con te. Non è un premio Jalal, i tuoi voti dovrebbero essere più alti se vuoi entrare all’università, ma so che a te non importa davvero, perciò sarà ancora più facile per te finire nell’esercito o a fare qualche altro lavoro. A questo punto, l’unica cosa che spero, è che non diventi come Jamil.”

Jalal rimase in silenzio. Quel torrente di parole l’aveva tramortito.

“Non pensavi che potessi parlare tanto vero?” disse l’uomo, improvvisamente allegro. Jalal annuì vago. Aveva sentito più parole da suo padre in quelle due ore che in tutta la sua vita.

“Io volevo studiare” disse l’uomo “volevo essere uno bravo a parlare. Preferisco stare zitto perché so di non essere un uomo intelligente, perché so troppo poco, ma so abbastanza per parlarti oggi. Se la morte ci separasse stanotte, quale ricordo avremmo dell’altro? Non ti ho portato qui per parlare, non pensavo di farlo, né di doverlo fare. Guardiamo tutti e due la stessa strada, vediamo lo stesso deserto, sudiamo nella stessa macchina e abbiamo tutti e due sete. Andiamo insieme nello stesso posto, anche se solo per un giorno. Tu lo sai cos’è un padre Jalal? Io non l’ho mai capito, non certo dal mio, tuo nonno. Lui è morto che non ho mai capito cosa pensasse di me e dei miei fratelli. Ero il settimo di nove, io. Prendi un uomo, dividilo in nove parti e digli che può vivere solo lasciandone indietro qualcuna: ha di che scegliere. Quelle nove parti, se sono tutte uguali, sono già più piccole delle parti di un uomo che si divide in quattro. Se invece le parti non sono uguali, se qualcuna è più grande, allora le altre saranno più piccole. Un uomo non può avere nove figli. Non siamo conigli. Quando mio padre è morto, non ero nemmeno sicuro che ricordasse tutti i nostri nomi. Di due o tre se li ricordava, erano i nomi che gli sentivi sempre sulla bocca, ma gli altri? Li sentivi pronunciare una o due volte l’anno. Quattro era un buon numero di figli secondo me, ma se ti dividi in quattro e perdi un pezzo, non può essere un pezzo tanto piccolo.”

Jalal non colse quell’ultima parte del discorso e il padre s’interruppe di colpo, incartato nei suoi pensieri a voce alta, scuotendo la testa tra sé.

Il sole basso tagliava il parabrezza del Nissan sotto il parasole, torturandogli la faccia e costringendolo a chiudere gli occhi. Il padre gli calcò sulla testa un berretto da baseball sbrindellato, d’un rosa giallastro ch’era stato rosso fuoco decenni addietro.

Nell’infinita strada che tagliava il deserto, Jalal aveva perso la cognizione del tempo. Era così che dovevano sentirsi le pelli degli agnelli quando venivano stese a seccare al sole, mentre perdevano la loro morbidezza e s’irrigidivano come cartone, con lo strato interno rosato e bianco che ingialliva.

Nel lungo silenzio seguito al torrente di parole del padre, con gli occhi oscurati dal berretto mentre il sole gli cuoceva le labbra e il collo, Jalal ricordò una scena di quand’era piccolo, forse l’unica in cui avesse visto suo nonno e suo padre insieme: litigavano, di quelle liti fatte di ordini dati e ignorati, di rimproveri intervallati da lunghi silenzi e gesti bruschi. Macellavano gli agnelli per la Festa del Sacrificio, e litigavano su chi dovesse fare qualsiasi cosa: su come s’impugnava il coltello da scuoio, su come tagliare la carne, su dov’era meglio appendere le pelli. Jalal era rimasto affascinato dalla scuoiatura, da come la pelle si staccava dalle carcasse, sfilata dall’animale come una mantella collosa. Il padre e il nonno avevano discusso se fosse il caso di uccidere o meno un ultimo agnello. Jalal, curioso, aveva incitato il padre, visto che si era perso l’uccisione delle bestie già scuoiate. Il padre gli disse che non era uno spettacolo e che doveva rendersi utile, gli fece perciò reggere il catino sotto il collo della bestia, facendogli giurare di non spaventarsi e non far cadere nemmeno una goccia di sangue. Jalal prese il compito sul serio, strinse il catino con forza, ben concentrato sul da farsi. Concentrato sul flusso di sangue dal collo al catino tra le sue mani, Jalal non rimase impressionato dall’uccisione in sé quanto dalle moine che l’avevano preceduta, dal modo premuroso con cui il padre aveva legato le zampe e sollevato la testa dell’agnello, tenendogli fermo il muso con grazia mentre con l’altra mano infilava il coltello nella giugulare.

 

Jalal s’era appisolato. Il suo ultimo ricordo del viaggio poteva non essere vero, uno scherzo del dormiveglia: suo padre ingrugnato sul volante, come appeso per la stanchezza, il volto tirato e gli occhi nascosti da un paio di occhiali da sole. Jalal aveva riso, non aveva mai visto il padre indossare occhiali da sole, stonavano con l’immagine che aveva di lui e gli davano un’aria ridicola, emule di una star di Hollywood.

Con la schiena incriccata e il sedere indolenzito dalle troppe ore di macchina, Jalal faticava a collocare mente e corpo nello spazio, la luce accecante entrata sotto la visiera del berretto come se il sole fosse venuto a cercarlo, parcheggiandosi sul cruscotto della Nissan Navara e picchiandogli col dito sullo sterno, mentre intorno a lui era notte e freddo e rumore di gas di scarico. Non sentiva le vibrazioni del motore sul sedile, sullo sportello contro cui stava rannicchiato, eppure lo sentiva gorgogliare chiaramente. Suo padre non era dove avrebbe dovuto stare, il posto di guida era vuoto e lo sportello aperto. Una sagoma si stagliava davanti a quel sole artificiale che finalmente capì essere un paio di abbaglianti accesi. Lo sportello del passeggero si aprì e Jalal quasi cascò giù, restando appeso alla cintura di sicurezza. Jalas si riscosse mentre il padre gli slacciava la cintura e lo tirava giù di peso dall’auto. La notte era fredda e affollata di voci e sagome assiepate intorno a un camion. Gli uomini parlavano in modo strano, un arabo strano, incomprensibile. Jalal capì che erano libici, bastò questo a fargli capire il vero significato del viaggio. L’oasi di Siwa era vicina al confine con la Libia. L’idea svegliò il ragazzo dalle ultime nebbie del sonno.

“Io sono tuo padre Jalal, devo decidere per te e devo decidere adesso. Tua madre non mi perdonerà mai, ma posso conviverci. Sali su quel furgone, attraverserete il confine dal deserto. Se tutto andrà bene, domani a quest’ora starai prendendo il mare per Malta.”

Suo padre l’abbracciò, un abbraccio duro, reso sgradevole dal sentirsi infilare una mano dentro ai pantaloni, una mano che lasciava un involucro di plastica duro e scomodo tra le chiappe del ragazzo: banconote europee in pezzi da venti e da cinquanta, come avrebbe scoperto molte ore più tardi, salendo a bordo della bagnarola che stava insieme con pezze di catrame e sputo.

“Ricordati cos’ho detto in macchina” disse il padre a Jalal “se la morte ci separa stanotte… e se invece ci separa la vita Jalal? La vita che comincia oggi per te, lontano da qui.”

Gli uomini armati spinsero il ragazzo sul furgone, strappandolo alla vista del padre. Il tempo dei saluti era finito.

 

>>> continua

 

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