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Stai leggendo: "La fame" di Quinto Moro

6. Riguardo ad Amir e Omar

 

Amir aveva esitato. Quando era toccato a lui, aveva esitato. Eppure aveva visto cos’era accaduto ad Hamza. Hamza era arrogante, aggressivo, sempre pronto alla rissa. Con quel nome – Hamza: leone – sarebbe diventato presto un capo. Ne aveva l’atteggiamento e la garra. Eppure Hamza aveva esitato, e il suo non era stato solo un prendere tempo, un respiro e una preghiera ad Allah per chiedergli perdono e spiegargli che premere il grilletto era il solo modo per renderGli onore. I muscoli di Hamza s’erano rammolliti, non solo le braccia vinte dal peso dell’AK-47 diventato di sasso, ma anche la tensione delle spalle. Era stato evidente, visibile a tutti. Hamza s’era sciolto davanti al cappuccio di iuta insanguinato che conteneva una testa e un volto sconosciuti, una testa che forse stava implorando di trovare sollievo nel proiettile calibro 7,62x39 full metal jacket – sollievo dalle torture, dalle umiliazioni, dal fallimento. Amir immaginò la scritta del calibro su una lapide al posto della data di morte. Era stato Hamza a spiegargli come armare un fucile, come imbracciarlo, mettere le cartucce in un caricatore, le differenze di calibro dei proiettili. Ad Hamza piaceva puntare il fucile al cielo, col calcio saldo nell’apertura dell’avambraccio, e farlo tuonare come aveva visto e rivisto nei video propagandistici di Al-Qaeda. Era cresciuto sognando la kefiah rossa e un AK-47 in tinta unica, la calciatura mimetica colorata di bianco e rosso. Hamza sognava di montare sul suo Avtomat Kalašnikova un calcio in legno chiaro, da macchiare col sangue dei suoi nemici. Il padre di Hamza era un falegname e gli aveva insegnato qualche rudimento del mestiere, con gli attrezzi giusti sarebbe stato in grado di scolpire da sé una bella calciatura.

Amir aveva visto Hamza riparare la calciatura rotta di un istruttore e ne aveva invidiato l’abilità. Hamza però non aveva mai sparato a nessuno, non era nemmeno capace di cacciare. Aveva sparato solo al cielo. Ora, nella prova di fedeltà scelta dal naqib, il capo della brigata, doveva sparare a un uomo incappucciato: un uomo magro e dalle spalle piccole, un diciottenne che non si vergognava d’indossare la maglia della nazionale francese, “senza abbastanza stima di sé da essere triste per morire con quella merda addosso, e se fosse stato un vero algerino avrebbe implorato per farsela togliere per morire da uomo libero”, aveva detto il naqib.

Amir non ricordava il nome di quel ragazzo, qualche volta ci aveva scambiato due parole e sapeva che non era nemmeno algerino, era maliano. La maglietta della Francia non era nemmeno la sua. Il naqib aveva uno scatolone pieno di magliette di squadre francesi, e di cappucci di iuta.

Amir si chiese se nei giorni precedenti alla prova di fedeltà Hamza avesse avuto occasione di parlare al ragazzo a cui doveva sparare. Si chiese cos’avesse fatto il ragazzo di cui non ricordava il nome, per finire col cappuccio in testa. Non tutti erano volontari. Non tutti credevano nel Jund al-Khilafah. Alcuni venivano reclutati con la forza, ma il naqib trovava il modo di renderli utili alla causa. Amir e Hamza erano volontari. Entrambi avevano lasciato la loro casa e la loro famiglia. Si erano conosciuti al campo d’addestramento e Amir – che aveva tre sorelle – aveva trovato in lui il fratello maggiore che aveva sempre desiderato, anche se Hamza non ricambiava con uguale entusiasmo quell’amicizia, accettava che Amir gli scodinzolasse intorno prendendo per oro tutto quel che gli usciva di bocca, fosse anche un difetto di pronuncia nella sua poco irresistibile grammatica. Ma Hamza aveva esitato, si era sfatto sotto il sole, la sfrontatezza e l’orgoglio evaporati per il caldo di mezzogiorno. Per un istante Hamza, ringalluzzito, aveva imbracciato il fucile con nuova forza, scuotendosi e facendo un passo avanti, il rompifiamma dell’AK più vicino al cappuccio di iuta. Amir era sicuro che a quel punto avrebbe premuto il grilletto, poi il cappuccio si era mosso, l’incappucciato aveva fatto un cenno, anche lui, come di cedimento laterale, e allora Hamza aveva definitivamente ceduto.

Deluso, il naqib gli aveva urlato contro e strappato il fucile, chiedendo se ci fosse un vero uomo, un vero algerino, per sparare a quel francese – che non era francese ma era maliano. Si fece avanti un ragazzino ch’era la metà di Hamza, aveva le spalle larghe, fuori misura per la sua altezza, e occhi grandi e fissi: prese il fucile e vuotò tutto il caricatore sull’incappucciato. Della maglietta francese non restava molto, i bordi bleu ai lati del costato resi viola dal sangue, il gagliardetto col gallo stilizzato era rimasto miracolosamente illeso a troneggiare sull’opera di macelleria del torace crivellato.

Hamza era stato deriso e portato via. Amir non l’aveva visto nei tre giorni successivi, quelli passati tra la prova fallita del mancato fratello d’armi e la sua. La sua che stava fallendo, con un’esitazione meno marcata rispetto ad Hamza, ma comunque evidente. Amir aveva sentito la delusione e la rabbia negli occhi del naqib che negli ultimi giorni l’aveva preso di mira, essendo amico di quel cagasotto di Hamza. Il naqib, che prima non l’aveva mai considerato, aveva perso tempo a parlare con lui per accertarsi che la codardia di Hamza non gli avesse lasciato macchie o peggio, che non venisse proprio da Amir e che avesse in qualche modo contagiato il compagno.

Davanti a quel cappuccio di iuta, Amir s’era chiesto se sotto non ci fosse la testa di Hamza, ma dalla corporatura non sembrava. Era convinto di riconoscerlo se fosse stato tra gli incappucciati della prova. Prima di imbracciare il fucile Amir aveva contato le tacche incise sul calcio, e si chiese se fossero tutte uguali per significato, se si trattava di uccisioni in combattimento o se c’erano anche esecuzioni come quella: prove di fedeltà su chi non poteva rispondere al fuoco. Puntando l’arma, Amir era convinto di aprire fuoco, ma non appena guardò il sacco di iuta attraverso il mirino si chiese cosa ci faceva lì, come e dove fosse nata l’idea di unirsi al Jund al-Khilafah. Il dito sul grilletto incontrava una resistenza inaspettata, come se tutto quanto accaduto nelle ultime settimane si fosse frapposto tra sé e lo sparo, come una sicura, un lucchetto. Hamza non aveva solo esitato, aveva abbassato l’arma: un fallimento completo, umiliante. Amir voleva essere come lui, ma non in questo. Non fino a quel punto. Maledisse Hamza. La sua debolezza nascosta era passata a lui, proprio come aveva detto il naqib. Come in film già visto, la testa dentro al cappuccio si mosse, solo che questa volta il movimento fece rumore, il rumore di uno scoppio composto di tre scatti e tre scoppi uno dentro l’altro, che rimbalzarono all’interno del cappuccio arrossandolo da dietro al davanti, trasformandolo in una spugna rossa.

Amir aveva sparato. Una raffica breve e mirata. Della testa, come del cappuccio, non era rimasto molto. Come liberate da quei fori, una moltitudine di voci gridò lodi ad Allah e all’Algeria libera. Il naqib si sciolse in un cenno d’approvazione e Amir fu investito da pacche sulle spalle e nomignoli.

“Amir Al Qanaas!” urlò il braccio destro del naqib. Amir il cecchino. Aveva mirato alla testa, non al corpo come facevano tutti, ed anche se a quella distanza non serviva essere un cecchino, aveva tenuto saldo il fucile infilando i colpi uno nell’altro, controllando il rinculo. Qualcuno fece notare anche che si era posizionato due passi indietro rispetto alla media, che non aveva cercato di guadagnare metri. Mentre il corpo veniva trascinato via, Amir chiese chi era e non si accontentò di chi gli rispondeva “nessuno” o “un codardo”, “un infedele”, “uno shadh”.

Amir chiese a voce alta il nome dell’uomo a cui aveva sparato. Non si era reso conto di imbracciare ancora il fucile, né di come stava guardando il naqib e con che tono avesse urlato quella che più che una richiesta, era un ordine.

“Possibile che nessuno di voi lo sappia?”

Il naqib fissò Amir, mentre il soldato che sorvegliava le reclute s’era spostato dal suo posticino all’ombra, il fucile in mano. Il naqib gli fece un cenno, non c’era bisogno che intervenisse, e il naqib chiese a voce alta: “come si chiamava quel rottinculo?”

Uno dei giovani che stava trascinando il cadavere urlò senza fermarsi: “Omàr!”

“Omar?” ripeté il naqib cercando conferma. Altri due giovani, tra le reclute, si guardarono annuendo, e annuirono di rimando al capo, che soddisfatto confermò ad Amir: “si chiamava Omar. Lascia quel fucile se non vuoi andare a fargli compagnia.”

Amir annuì, alzò il fucile al cielo e lo restituì all’istruttore che lo guardava in cagnesco. Raggiunse la squadra che trascinava il corpo di Omar e li aiutò, afferrando il cadavere per il braccio ancora caldo. Della testa non restava molto, e si lasciavano dietro una scia di goccioline di sangue e pezzi d’osso, come se dal foro d’uscita in giù fosse in corso un processo di disgregamento.

La muraglia di mattoni crivellata che faceva da recinto al campo d’addestramento teneva fuori in modo soprannaturale la puzza dei cadaveri lungo il fossato, una fossa comune a cielo aperto animata dal garrito dei gabbiani lì intenti a banchettare. E come compensando l’assenza di tanfo entro i confini del campo, il miasma all’esterno era tanto denso da percepirne la pressione sulla pelle, una foschia di esalazioni mefitiche di carne marcescente, arricchita da un sapore marino per il sale sparso sui corpi. Buttato il corpo di Omar sopra gli altri, uno dei becchini pronunciò una benedizione a mezza bocca, subito redarguito da quello che gli stava accanto.

Amir rimase a guardare il corpo dell’uomo che aveva ucciso. Non si accorse subito del ragazzo che s’era attardato con lui, con gran sforzo di volontà mentre teneva il colletto della maglietta alzato sul naso per attenuare la puzza. Era un quindicenne dai grandi occhi a spicchi e nemmeno un filo di barba.

“Grazie dell’aiuto, Amir Al Qanaas” disse il giovane. Il tono diede ad Amir una strana sensazione. Era il tono ossequioso dei ragazzini coi fratelli maggiori, in bilico tra timore, ammirazione e rispetto. Lo stesso tono che Amir aveva spesso avuto con Hamza. Si chiese se in quel momento non apparisse a quel ragazzo come Hamza era sempre apparso a lui. Amir prese una grande boccata d’aria, il sapore asfissiante di morte e marcio gli torse le budella e gli bagnò gli occhi.

“Amir Al Qanaas è morto” disse Amir. Puntò il dito contro il corpo che già non si distingueva più dagli altri. Soltanto il sale, più chiaro e brillante su quei resti in posa contorta, lo faceva apparire nuovo in quella composizione di morte, colorata di tutte le tonalità di pelle e sangue e interiora, con spruzzate di colori ridicoli che sopravvivevano nelle t-shirt occidentali che sbiadivano al sole, tra filigrane contraffatte e stemmi sportivi.

“A lui ho preso la vita e il nome. Io sono Omar”

Il ragazzino fece una smorfia. Sembrava deluso. Omar fu sul punto di dirgli qualcosa ma non lo fece. Quella notte, mentre scivolava silenzioso tra le ombre del campo, Omar ripensò a come Hamza l’avesse deluso nel provare la sua fedeltà al Jund al-Khilafah. La vergogna nei suoi confronti era nulla in confronto a quella che provava ora su di sé, per stare scappando nel cuore della notte come un codardo. Ma era Omar a scappare, non Amir Al Qanaas, Amir il cecchino, Amir l’assassino. Amir che era morto premendo quel grilletto. Mise in conto d’essere scoperto e di finire ammazzato con un colpo alla schiena mentre lasciava il campo, ma non accadde. Si lasciò alle spalle tutto e tutti. Aveva un nuovo nome. Poteva essere qualcun altro. Qualcuno, sperava, meno codardo. Meno miserabile. Qualcuno che non fosse un assassino.

 

>>> continua

 

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