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Stai leggendo: "Quando Jesù s'incazza" di Quinto Moro

4. Padre e Figlio

​​

“Padre” disse Jesù.

“Figlio.”

“Padre” ripeté Jesù.

“Figlio.”

“Padre.”

Andarono avanti così per un po’. Jesù era destabilizzato. La voce del Padre era uguale alla sua, così com’era uguale alla Voce che l’aveva accolto in Paradiso. Sempre che quello fosse il Paradiso. Nato da uomo, aveva solo potuto immaginarlo, sentirlo, ma non ne aveva ricordi. Ne aveva ascoltato la Sua musica attraverso gli echi tra i monti della Galilea, scorto le ombre proiettate dalle costellazioni, percepito l’odore nei papiri delle scritture, ma non avrebbe saputo distinguerlo dall’ebbrezza del vino. Al cospetto del Padre percepiva l’estraneità dell’orfano di fronte alla non-forma immaginata, dandola per scontato: una casa, una famiglia, così diverse da quelle che aveva esperito tra gli uomini e le donne fatte di carne, di forma e colori, odori, sostanza. Jesù sentiva ancora l’eco del corpo che fu, il solletico sulle ferite come quando da bambino, dopo essersi sbucciato le ginocchia, perdeva la crosta e si scopriva la pelle rosa ipersensibile. I buchi sui polsi tumefatti s’erano chiusi. La barba non pungeva più sul collo.

Voltatosi a guardare i compagni di sventura, Jesù vide i ladroni dissolti come sangue nel latte. Alessandro e Rufo, informi e smarriti al cospetto della Luce di Dio assistevano come ombre in cerca di sagoma, in un oblio simile al terrore dei bambini per la notte. Jesù ne percepiva la paura, l’assenza di speranza, il livido terrore di chi non apparteneva a quel luogo.

“Padre?” ricominciò Jesù.

“Figlio?”

“Perché non ti mostri a me?”

“Io sono il Verbo, non un’immagine.”

“Sei dietro quella porta?”

“…”

“Sei dietro quella porta” concluse Jesù. “Posso entrare?”

“Tu vedi una porta?”

“La percepisco.”

“Ah. So che hai avuto molte percezioni, nella tua vita sulla Terra.”

“Sono Tuo figlio, ho sempre percepito più degli altri.”

“Si. E’ naturale. Certo.”

“Allora posso entrare?”

“Non c’è niente da vedere.”

“Dopo tutto quello che ho dovuto passare non posso neanche vederti? E a proposito si può sapere perché, perché mi hai abbandonato? Non pensavo di dover proprio morite, non in quel modo. Lo accetto in ogni caso, ma ecco, quando prevedi che potrò tornare in vita?”

“…”

“Non mi rispondi?”

“No.”

“Rispondimi” ordinò Jesù, con quella fermezza che era appartenuta più al fanciullo che all’uomo.

“Non tornerai dalla morte.”

“Come no?”

“No.”

“Non mi hai salvato e adesso vuoi lasciarmi morto?” chiese Jesù incredulo.

“La tua anima è immortale.”

“Cosa me ne faccio dell’immortalità se non ho più uno scopo?” fece Jesù stizzito.

“Non bestemmiare.”

“Davvero vuoi che rimanga morto?”

“Non è che voglio. È che i morti non resuscitano.”

“Ma io sono Tuo figlio!”

“E in quanto uomo, non puoi resuscitare. Non puoi andare e venire dal Paradiso come ti pare. Questa non è una strada a doppio senso.”

Jesù rimase a meditare in silenzio. Un silenzio lungo, indefinito. I sensi di Jesù, ancora in parte umani, percepirono il trascorrere delle ore, di un giorno forse, o due.

“Padre” disse a un certo punto “sei sempre lì?”

“Non vado da nessuna parte.”

“Stavo pensando.”

“E neanche tu.”

“Cosa?”

“Non andrai da nessuna parte.”

“Ma io devo tornare.”

“D’accordo. Fallo.”

“Posso farlo?” chiese Jesù speranzoso. Si concentrò. Cercò di connettersi alle menti dei suoi discepoli. Di colmare la distanza tra il Cielo e la Terra. “Non posso farlo, vero?”

“No. Te l’avevo detto.”

“Ma tu sei onnipotente” protestò Jesù.

“Ho detto che tu non puoi.”

“Allora fallo, ti prego” implorò Jesù.

“Non pregarmi. Non serve a niente. Non esaudisco desideri. Non sono un genio della lampada. Perciò piantala. Sei morto. Sei stato un buon figlio. Adesso goditi l’eternità.”

“Godermi…” Jesù era più che mai incredulo.

“Io non posso restare qui.”

“Abbiamo capito che non vuoi. Neanch’io vorrei che mi dessi il tormento, ma benché onnipotente non posso farti smettere. Questo perché l’onnipotenza non funziona come credi tu. E il potere assoluto non significa che debba essere usato senza criterio e per fare qualsiasi cosa folle e stupida, tipo resuscitare i morti. Ci sono delle regole. Il mondo fisico funziona in un certo modo. Ci sono conseguenze, a volte terribili, se si infrangono quelle regole. Ogni volta che ho provato a cambiarle o eluderle non è mai andata bene. Non sono infallibile, come puoi vedere dai risultati della mia opera nella tua vita sulla Terra. Perciò non insistere. Tu, in vita, non ci torni. Hai avuto la tua occasione, non l’hai sfruttata male. Non sono deluso. Hai predicato bene, ma il tuo tempo è finito. Mettiti l’anima in pace.”

“Ma così sarà stato tutto inutile.”

“…”
“Tu devi farmi tornare!”

“Non puoi darmi ordini. Sono il Signore Dio tuo.”

“Uno e Trino. Padre Figlio e Spirito Santo, no?” disse Jesù “perciò dovresti offrirmi lo stesso rispetto che Ti offro io.”

“Ma tu non offri rispetto.”

“Onora il Padre e la Madre” proseguì Jesù. Un calore gli cresceva nel petto. L’eco di forma che ancora aderiva ai suoi occhi umani poteva scorgere il chiarore solare, violento come al mezzogiorno d’estate, che veniva dall’uscio oltre il quale intuiva la presenza del Padre. “Onora. Il Padre. E la Madre. Così ho fatto. Ma non dovremmo aggiungere: onora tuo figlio, onora i tuoi figli, tutti?”

“Onoro i miei figli.”

“E che ne è dei miei onori?”

“Ti è stata data la vita, che altro onore vuoi?”

“E’ tutto questo l’onore per i figli? Aver ricevuto la vita? Ma quale vita mi hai dato?”

“La vita degna di un Figlio di Dio.”

“Su questo potremmo discutere. Mia Madre mi ha onorato, ogni giorno della Sua vita, da quando decidesti di far di Lei una martire tra tutte le madri. Onorerai anche Lei come hai onorato me? Lascerai che sia presa e massacrata perché madre di chi si diceva Figlio di Dio? Che sia percossa e trascinata per selciati e prati spinosi, messa alla croce per il diletto di uomini stolti? Quegli uomini che Tu hai creato a Tua immagine, e a Tua immagine capaci di atrocità tali e innominabili, capaci di mandare al macello una bestia – com’io fui per loro – di cui non intendono nutrirsi, se non nutrire il sadico respiro del loro giudizio distorto? Del viscerale bisogno di prevalere gli uni sugli altri per sentirsi più forti e più capaci di sopravvivere a quel mondo ostile che hai messo loro di fronte in luogo di questo non luogo che chiami Paradiso, e che d’improvviso non mi sembra valere le sofferenze e privazioni che Tu chiedi in cambio.”

“…”

“Non parli?” fece Jesù, sempre più furioso.

“Parli già tanto tu”

“Non mi stai nemmeno ascoltando” disse Jesù.

“Non ne ho bisogno. So tutto quello che ti passa per la testa.”

“Tu lo credi” disse Jesù “ma se lo sapessi non terresti quest’apatia da Padre pietoso e saggio di fronte al fanciullo. Tu mi hai abbandonato. Hai chiamato onorevole la vita che mi hai concesso, ma quale onore c’è stato in essa se mi è stata strappata via prima che avessi il tempo di cambiare il cuore degli uomini? Dovevo costruire la mia chiesa. Lasciare un segno. Essere più che immortale in Paradiso, essere immortale nelle menti e nei cuori degli uomini.”

“Ah, era questo il piano?”

“Cambiare il cuore degli uomini era il piano, ma non posso farlo da morto” tuonò Jesù col tono di quando non si curava d’apparire saggio e forbito. Era il tono iroso della vita di tutti i giorni, di quando non trovava frutta su un fico fuori stagione e lanciava maledizioni a casaccio1. Il tono appreso nelle chiacchierate di mezzo mattino coi passanti, nelle lamentele per l’ingiustizia della vita e dei romani, nel fastidio per le troppe mosche e poco cibo alla tavola del pranzo e della cena. Il tono delle chiacchierate con gli amici. Si fermò a pensare a quanto raramente avesse considerato quei momenti degni d’attenzione, a quegli amici come tali, e non discepoli cui offrire saggezza come perle ai porci. Era stato abbastanza indulgente con loro? Doveva esserlo ora, al cospetto di quel Padre che l’aveva abbandonato alla morte mortale, senz’alcuna grandezza nella sofferenza così carnale, schifosa e viscida com’era stata.

“Sento la tua rabbia, i tuoi dubbi e tutto ciò che pensi” disse il Padre.

“E lo sentivi anche mentre stavo su quella croce? Mentre mi frustavano e sputavano?”

“Sei stato contaminato dalla rabbia degli uomini” disse il Padre.

“Io, contaminato dalla rabbia? Così parla il Dio che trucidò i figli d’Egitto a ricatto di salvezza per il Popolo Eletto”

“Aspetta un momento” disse il Padre “non ci sono prove che io abbia fatto niente del genere.”

“Cosa fai? Rinneghi le Scritture? È questo mio Padre?”

“Non sono quello che le ha scritte né quello che le ha fatte sacre” tuonò il Padre, tanto che i cancelli invisibili oltre la Sua voce parvero incrinarsi, togliendo per un istante a Jesù il desiderio che l’invisibile porta tra loro si aprisse. “Gli uomini scrivono le Scritture, poi le interpretano, le cambiano, decidono cos’è apocrifo e cos’è sacro. Fanno tutto loro. Come te adesso, che decidi quanto io debba essere buono o cattivo.”

“Non puoi dunque comprendere chi è stato sfregiato, trafitto e punto da una corona di spine? Ti rendi conto? Una fottuta corona di spine! Hai idea di quanto faccia male?”

“No” disse il Padre “non ce l’ho l’idea di quanto faccia male. Sei contento adesso?”

“Contento? Ma mi hai guardato?” Jesù si guardò. La sua rabbia aveva contrastato l’immateria e la traslucenza restituendo al corpo una carnalità consistente e viva. Vedendosi avvolto nel sudario che gli era stato posto al sepolcro, Jesù riacquistò i sensi e la nausea del proprio corpo. La forma e la tensione dei muscoli nelle gambe, il peso sui talloni, la fiacchezza nelle braccia e tra le costole martoriate. Il sudario pesava come una seconda pelle, squarciata e logora come quella che rivestiva il corpo smagrito.

“Io vedo tutto” disse il Padre, e per un istante la voce parve macchiarsi d’un debole spiro di stanchezza.

“Si, ma non te ne importa niente” disse Jesù.

“Come osi?”

“Oso. Mi hai mandato a vivere tra un branco di pazzi che mi hanno trucidato, e non t’importa niente.”

“Non sta a me giudicare le loro azioni.”

“Non sta a me giudicarli? Ma sono Tuo figlio porca puttana!”

“Linguaggio”

“Fulmina i romani per il loro linguaggio, e quei miserabili che mi hanno insultato e sputato sul Calvario.”

“Cosa vuoi che faccia? Che mandi un Diluvio come in quelle Scritture che tanto ti piacciono? Così potrai giudicarmi cattivo come ti piace pensare? Io non voglio né posso giudicare nessuno, siete tutti figli miei.”

“Ma non come me! Io. Sono. Il. Tuo. Prediletto. Unigenito. Figlio! Destinato a sedere alla Destra del Padre. Era questo che doveva accadere.”

“Io non ho mai detto questo. Tu lo hai creduto. L’hai voluto credere.”

“Io dovevo salvare gli uomini.”

“Khhhhh.”

“Cosa?” fece Jesù spazientito.

“Ti è mai passato per la mente di aver frainteso, che fossi tu a doverti salvare dagli uomini, e non salvare loro?”

Jesù provò a rispondere ma perse compostezza, l’immagine residua del suo corpo si fece labile e scomposta, traslucida e serpeggiante di spuma verdastra, come accadeva ai rivoli d’acqua sul fiume macchiato dalla sporcizia e dal sapone di sua Madre mentre lavava i panni sotto il sole.

“Cosa credevi?” chiese il Padre, e per un istante la Sua voce parve quella d’un vero padre, uno cui importasse qualcosa “che ti avessi mandato lì a salvarli tutti?”

“Si, era questo il piano!”

“Ancora con questa storia? No. Non sarà Dio a salvare gli uomini. Non sarà Jesù, come non è stato Giovanni.”

Solo allora Jesù vide ciò che il suo sguardo aveva rifuggito sino a quel momento: la sagoma di un uomo, privo della testa, e di una giovane che lo teneva per mano2.

“Giovanni” sussurrò Jesù, che lo riconobbe nonostante tutto “Giovanni Battista. Hai scelto lui per stare alla Tua destra? O mi stava tenendo il posto in caldo?”

“Farti entrare così presto è stato un errore, resterai legato al tuo corpo umano ancora a lungo. Destra, sinistra, sopra, sotto: non esistono in Paradiso. E ti ricordo che Giovanni è venuto prima di te, l’avevi forse scordato?”

“Come profeta.”

“E tu cos’altro credi d’essere?”

Jesù guardò attraverso la luce divina, a quella lastra che appariva ora così dura e spietata, quel muro che separava il Figlio dal trono del Padre. Con l’animo colpo di stupore, delusione e rabbia, Jesù grido: “Io sono Tuo Figlio.”

“Ma non sei l’unico.”

“Ero quello che doveva portare il Tuo Regno.”

“Non è mai stato compito di un sol uomo.”

“Ti sbagli” disse Jesù “Io dovevo. Io potevo. Posso e lo farò. Per cosa sarei morto altrimenti?”

“Tu sei stato solo una mia forma. Io ne ho tante.”

“Ed è questo il problema. Dovremmo spazzare via tutti i culti che non siano il Nostro.”

“Ma questo non può funzionare” obiettò il Padre “metti due pastori a destra e a sinistra di una mucca, e descriveranno due bestie diverse. Duello a destra dirà che la mucca ha una chiazza bianca sul costato, l’altro dirà che non ha nessuna chiazza. Fai sparire la mucca, e quei due s’accuseranno di menzogna per l’eternità e figlieranno nazioni in guerra sino alla fine dei tempi. E se uno dei due fosse abbastanza saggio da guardare la mucca dal lato dell’altro e gli desse ragione, e quell’altro fosse tanto arrogante e stolto da non fare lo stesso e non guardare dall’altro lato, accontentandosi d’aver avuto conferma e ragione di quella macchia sul costato, allora direbbe del suo fratello che è un bugiardo o un idiota, e ci sarebbe comunque inimicizia tra loro. E se toccasse a me descrivere quella mucca agli occhi dell’umanità intera, l’umanità sarebbe capace di chiamare con un nome diverso ogni bestia che non risponda per filo e per segno a quella descrizione, farebbe della mia una mucca sacra e tutte le altre impure. Così è l’uomo, così l’ho visto comportarsi. Dunque come si può decidere la forma che deve avere Dio per gli uomini? Una forma che non può essere vista ma solo raccontata perché è nel pensiero e nel cuore dell’uomo, chi dovrebbe deciderla?”

“Noi ovviamente” disse Jesù.

“Era una domanda retorica. L’uomo decide la forma. Non tu. E nemmeno io.”

“Io sono stato tra gli uomini. So di cos’hanno bisogno” disse Jesù.

“Non sopravvalutarti. Io li ho creati e non li ho mai capiti. E non ti ho mandato lì per risolvere tutti i loro problemi, anche se di questo ti eri convinto. Hai abusato di ciò che ti ho dato. Dovevi insegnargli ad aprire le menti, non fare numeri da stregone, resuscitando i morti e guarendo i malati. I predicatori dovrebbero insegnare a usare meglio il cervello, a rispettarsi, a non ammazzarsi a vicenda.”

“Per cosa mi hai dato tanto potere allora?”

“Non perché tutti credessero alla tua magia benevola. E critichi il paganesimo?”

“Scusa se non ho ben interpretato la parola di un Padre che non mi ha mai risposto, per quanto pregassi e meditassi. Perché non mi hai mai spiegato come intendevi portare il mio regno tra gli uomini?”

“Il Mio Regno.”

“Il mio, il Tuo, non è la stessa cosa?” obiettò Jesù.

“Cosa avrei potuto spiegarti, se nemmeno adesso ascolti?”

“Vorrei mi spiegassi perché ho dovuto passare tutto questo” disse Jesù “sia fatta la Tua volontà eccetera, ma se ho sbagliato tanto, se ho tanto frainteso, è troppo avere risposte?”

“Sei andato da un branco di idioti superstiziosi che non distinguono un temporale dall’Ira di Dio, che su di me hanno fatto ricadere la responsabilità di carestie, morte e distruzione, e hai pensato bene di dir loro: guardatemi, sono il Figlio di Dio, sono migliore di tutti voi, quello che dico e faccio è tutto giusto, spazzerò via i regni degli uomini per portare un nuovo regno. Cosa ti aspettavi che facessero, se non farti a pezzi?”

“Allora lasciami rimediare, fa’ che torni tra gli uomini, per dimostrare che ero davvero Tuo Figlio”

“Tornare? In vita? Sei stato crocifisso davanti a decine di testimoni. Non si può resuscitare la gente”

“Io ho riportato in vita un mucchio di gente e non puoi farlo Tu con me?”

“Non si deve resuscitare la gente, razza di scioperato. E’ contro l’essenza stessa della promessa del Regno dei Cieli. Io prometto all’umanità la pace, la fine dai tormenti terreni, e tu vai in giro a risuscitare i morti e ributtarli nelle tribolazioni della vita mortale. Chi t’ha dato il permesso? Non vedi la negazione stessa di ciò che volevo fare? La negazione stessa della fede? E perché poi? Per fare il fenomeno, perché loro ti credessero figlio mio? Quella che instillavi coi tuoi numeri da maghetto non era fede, tu gli stavi dando delle prove, che alla fede non devono servire. Quando Satana ha combinato quel casino con Giobbe – quel sant’uomo – avrei forse dovuto risuscitargli i figli per rendere più forte la sua fede? Cosa sarebbe accaduto poi? Che ad ogni disgrazia lui e i suoi compari si sarebbero aspettati il mio intervento riparatore, ma non sta a me dover riparare ad ogni casino che succede nel creato.”

“Proprio Tu parli così?” fece Jesù sbigottito “gli uccelli non nutrono i loro piccoli e non gli insegnano a volare? La mucca non allatta il vitello? E gli uomini non si curano dei loro neonati e li istruiscono agli usi del mondo? Vorresti proprio Tu non curarti dei tuoi figli e abbandonarli al loro destino?”

“Khhhhh! Ho scritto io le leggi del cosmo, e le ho fatte perché si reggessero da sé senza che dovessi intervenire a correggerle continuamente. C’è un ordine naturale e sì, i genitori crescono i figli, proprio perché non debba occuparmi di ognuno di loro. E se non lo fanno, non sta a me correggere la pigrizia o la cattiva condotta degli uomini, altrimenti cosa glielo davo a fare, il libero arbitrio? Quando ho provato a prendermi a cuore le sorti di un solo popolo, ne sono venuti solo disastri. Ho dato alle cose un ordine, e resuscitare i morti non ne fa certo parte.”

“Allora lasciami riparare.”

“E che vorresti fare? Andare ad accoltellare Lazzaro nel suo letto, perché stia morto, come doveva stare?”

“Concedimi un ultimo miracolo, così che possa predicare meglio la Tua parola e le Tue intenzioni ora che le ho comprese un po' meglio. Lascia che torni e questa volta faccia la Tua volontà.”

“Ma cosa vuoi saperne tu della Mia volontà, se l’hai già tanto fraintesa nel tempo che ti ho concesso? Senti: hai avuto una giornata pesante. Sei confuso e ancora troppo umano, perciò ti perdono. Sei stato un buon profeta, sarai ricordato assieme agli altri, forse più degli altri. Sei stato un grande esperimento, che poteva andar meglio, ma non sono qui per giudicare. Hai capito? Non sono io a dover giudicare le azioni degli uomini, e ringrazia che ti stia trattando per l’uomo che sei stato, e non per quella scintilla divina di cui hai così abusato. Gli uomini giudichino gli uomini senza arrogarsi, nel farlo, un’investitura divina. Gli uomini si giudichino per le loro azioni scevre dalle supposte interpretazioni della volontà di Dio, che in quanto supposte, dovrebbero mettersele negli appositi orifizi che ho loro fornito. Se l’uomo ferisce l’uomo non mi serve che sia un gran fedele, e non è a me che deve chiedere perdono, ma al povero cristo a cui ha rovinato la vita. Imparassero questo, quelle teste d’organo sessuale maschile, non mi fischierebbero le orecchie ad ogni disgrazia.”

“Un esperimento” ripeté Jesù. I suoi occhi stanchi non cercarono più di penetrare il mistero dell’uscio ove si nascondeva il Padre. Niente di ciò che aveva udito gli aveva dato sollievo, e aveva smesso d’ascoltare quando il Padre l’aveva definito “un esperimento”. Non gli era stato offerto il posto alla destra né c’era stato un ricongiungimento che potesse attenuare con l’affetto divino il dolore che aveva passato. Il dolore di quel giorno e di tutti gli altri giorni. Allungò quella che sentiva essere ancora la sua mano, evanescente e pallida. Il contatto col cancello, il muro, il velo che lo separava dalla divinità del Padre lo spinse indietro di dodicimila passi, attraverso campi di terrore assoluto.

“Sono qui che busso” disse Jesù “che busso alle porte del Paradiso come un reietto, un pezzente, in cielo come in terra. Un figlio tenuto in castigo dal Padre che ancor lo giudica fanciullo.”

“Con chi stai parlando?” disse la Voce. Era identica a quella del Padre eppure inconfondibilmente diversa. Tagliente. Schernitrice. Una voce maschile e femminile insieme, ottusa nel timbro maschile da soldato romano e irridente in quello femminile, da puttana compiaciuta nella ridicola abbondanza delle proprie mammelle, e pronta a ridere di lui, del bimbo sgridato dal padre perché andato a lamentarsi delle botte prese dai compagnetti. Jesù fu sul punto di ruggire, scomporsi e avventarsi contro la Voce, ma tacque.

“Ecco infine” si compiacque la Voce “il Padre ha rimesso al suo posto il Figlio. Non ti ha rispedito a prender calci dai romani, dovrei darti dunque il benvenuto in Paradiso.”

“Che Paradiso è questo, se non posso sedere alla destra del Padre, se Egli non mi mostra nemmeno il Suo volto? Magari mi avesse rispedito laggiù, sarebbero tutti attoniti e prostrati”

“In verità c’è qualcuno che dev’essere spedito giù, molto giù” disse la Voce “perché non spedisci quest’immondi avanzi di galera fuori dal Paradiso?”

Jesù vide le anime fluttuanti dei ladroni. Voleva intercedere per loro ma era tanto spossato d’aver perso ogni convinzione. La Voce non li reputò meritevoli d’alcun trattamento di favore per il caso fortuito d’essersi trovati in croce accanto a lui. Non c’era nessun progetto divino per loro, come non c’era più neanche per Jesù, se mai c’era stato.

“Devo farlo io?”

“Sei tu che li hai portati” disse la Voce “e dovresti meditare su quel che t’è stato detto. Il sangue defluito dal tuo corpo non ti ha reso quella spugna avida di conoscenza e comprensione come si pensava. Tieniti impegnato, renditi utile, conduci queste due anime dannate nel luogo a cui appartengono.”

“Come dovrei fare?”

“Come farebbe un buon pastore con le sue pecorelle appestate, che altrimenti ammorberebbero tutto il gregge: portali sul ciglio, e spingili di sotto. Saranno all’Inferno prima che il sole torni a sorgere sulla Terra.”

“Loro, che hanno sofferto con me sulla croce, e mi sono stati di confronto in quei momenti, e magari si sono pure pentiti… e anche se non lo sono, quella morte violenta non è un po' espiazione delle loro colpe? Ma loro devono andare all’Inferno, mentre quella puttana traditrice può stare alla destra del Padre.”

“Salomé non è una puttana” disse la voce “e non è una traditrice. Sta espiando, facendo da guida allo spirito di Giovanni Battista.”

“E perché lui non aveva la testa?”

“Se Giovanni avesse la testa, Salomé non avrebbe più obbligo di assisterlo. Ora prego” dalla sagoma stellare della Voce, le mani giunte si aprirono in un gesto che indicava i ladroni “li getti dove meritano.”

“Sia fatta la volontà del Padre” disse Jesù con voce stanca. Afferrò Alessandro e Rufo per la collottola, le proiezioni amorfe dei loro corpi ripresero una sembianza umanoide al tocco di Jesù, che vi restituì anche un poco di vigore e coscienza. Li trascinò sul ciglio della luce e li spinse nelle tenebre. Nessuno dei due parlò. La luce del Paradiso li aveva quasi smembrati e di loro non restava che un contorno. Solo gli occhi di Alessandro parvero implorare.

“Gli avevo detto che sarebbe venuto con me in Paradiso” disse Jesù mentre guardava le anime precipitare, lente, come conchiglie in fondo a un lago.

“Hai mantenuto la parola” disse la Voce inespressiva “è venuto, e ora se n’è andato.”

 

1: Episodio tratto da Matteo 21,18-22: Gesù ha fame, si avvicina a un fico e non trovandovi frutti lo maledice e il fico si secca immediatamente. Episodio carico di comicità involontaria se non lo si legge a caccia di simbolismi, specie nelle note esplicative della Bibbia secondo cui, cito: “Gesù non avrebbe potuto trovare frutto in quella stagione.”

2: l’uomo senza testa è Giovanni Battista e la donna accanto a lui Salomé. Avendo criticato il matrimonio di Erode Antipa con Erodiade, la vedova del suo fratellastro, Giovanni venne fatto arrestare. Durante un banchetto, il ballo della figlia di Erodiade (Salomé) impressionò tanto Erode che questi le disse che avrebbe esaudito un suo desiderio. Erodiade suggerì dunque a Salomé di chiedere la testa di Giovanni, che fu decapitato. L’episodio è citato nelle Scritture ma è per buona parte successivo.

La presenza di Giovanni “alla destra del Padre” è qui dovuta al fatto che era indicato come possibile Messia prima di Gesù, ed era morto poco prima di lui.

 

>>> continua

 

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