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Stai leggendo: "Quando Jesù s'incazza" di Quinto Moro

5. Saper volare

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La Voce se ne stava all’albedo del Paradiso, disegnando rime assonate tra le lingue miste del mondo, scandendo il tempo all’eco di timpani e cimbali invisibili. Di tanto in tanto saliva alto l’urlo di una capra che spezzava la concentrazione di Jesù, intento a scrutare gli orizzonti del Paradiso. Sulla Terra si avvicinava l’alba e già non ricordava più il calore del sole, l’odore dell’erba al mattino e il mutare dei suoni con le ore del giorno. Perdere l’umanità, significava questo il Paradiso, ma come distaccarsene dopo una vita di grandi progetti e sogni. Come distaccarsene se con tanta violenza il dolore s’era impresso nel suo spirito con le ferite ricevute sul Calvario: gli squarci sulla pelle, le frustate, le spine e il sale sulla sua schiena ferita sparso da quell’ignobile romano, di cui avrebbe voluto conoscere il nome così da maledirlo per l’eternità. Poi i cimbali suonarono, e lo fecero vergognare dei propositi di vendetta. La capra urlò ancora – era dunque quello il suono celeste con cui avrebbe dovuto condividere l’eternità? – e il fiele nel suo spirito tornò a rinnovarsi.

Jesù vide gli angeli nuotare come pesci in uno stagno, ondeggiavano allo stesso modo, e ridevano. Un altro stormo planava. Sotto. Sopra di lui. L’orientamento nello spazio si faceva labile. Vide cherubini giocare al tiro alla fune. La fune cadeva dall’alto, e l’alto aveva la sagoma delle montagne e i deserti, dei fiumi e dei mari. Alla fune era appeso un sacco, il sacco era di carne, e la carne aveva le fattezze di un uomo.

“Cosa…” sussurrò Jesù.

“Cosa?” fece la Voce, che vegliava su di lui tutto il tempo.

“…cazzo ci fa…”

“Linguaggio” disse la Voce.

“…lui qui?” continuò Jesù, mentre i cherubini scioglievano la fune al collo dell’uomo. Era Juda, e i cherubini correvano intorno al traditore facendo a gara per tenergli la mano e condurlo.

“Perché lui è qui?”

“Ha finito il suo compito” disse la Voce.

Juda si liberò dei cherubini e andò incontro a Jesù. Juda gli tese la mano. Jesù gli tirò un pugno. Un pugno goffo. Un pugno che dato e ricevuto da corpi mortali avrebbe causato più dolore alle sue nocche che allo zigomo di Juda. Jesù in una vera rissa non c’era mai stato. Juda sì, ed ebbe compassione quando il pugno attraversò l’essenza dei loro spiriti senza contatto. Juda sorrise, fece per schiarirsi la gola segnata dal cappio, tossì e disse: “dì, non te la sarai presa? Mi spiace che le cose siano andate oltre la decenza, appenderti coi ladroni è stato un colpo basso, ma i romani sono rozzi e col gusto per il melodramma. Poi sai com’è la folla: prima adorante e poi ti odia. La folla emancipa la colpa dei singoli, perciò è capace di tali nefandezze. Ma stai sereno, il mio sacrificio darà un certo lustro alla tua morte, sembrerà che io non potessi vivere con la colpa del tradimento, ciò renderà onore al tuo ricordo.”

“Come puoi parlare, tu, Juda, di fiducia? Come puoi parlare del tuo sacrificio. Sono morto come un delinquente, questa sarà l’ultima immagine di me agli occhi di chi mi ha conosciuto, nelle orecchie di chi mi ha ascoltato. Il mio ricordo sarà macchiato dall’infamia”

“Non era questo che volevi? Morire, sacrificarti per dare a tutti una lezione. La tua volontà è venuta meno alla prova dei fatti?”

“Come osi, bastardo traditore” tuonò Jesù.

“Credi che sia stato facile per me, che me la sia goduta? Non è mica facile suicidarsi, e asfissiare con la fune al collo non è una bella morte. L’avessi saputo prima avrei scelto un metodo diverso, o mi ci sarei sbronzato con quei trenta denari. Non me ne son goduto neanche uno per solidarietà col tuo dolore.”

“Se volevi essere solidale, mostrarti pentito, dovevi venire sotto la croce a far da scudo col tuo corpo ai sassi che mi lanciavano, urlare il tuo pentimento e la tua disgrazia.”

“Non era quello il mio compito.”

“Qual è allora il compito di un amico?” chiese Jesù.

“Tu volevi discepoli, non amici. Volevi chi ti stava a sentire e ti venerava. Volevi essere quello che ha sempre ragione, che ha sempre da insegnare, quello che aveva sempre le risposte. Quando mai hai ascoltato noialtri? Quando mai facesti un passo indietro per venire incontro a noi, che dovevamo sempre e solo seguirti. Quand’è stata l’ultima volta che hai ascoltato un consiglio? Sempre pronto a darne, e altro che consigli: prediche, ordini, parabole, giudizi. Con che faccia puoi predicare che siamo tutti fratelli, e tu solo il degno Figlio di Dio? Sì, siamo tutti fratelli, ma tu volevi essere quello speciale, il primogenito, anche se primogenito non eri. E sì, siamo tutti figli di Dio, ed io pure che ho fatto la Sua volontà.”

“Hai agito bene Juda” disse la Voce.

Mentre Juda ringraziava, Jesù si sforzava di riprendere forma e contorno, portarsi le mani alla testa, per mettere in ordine il nuovo caos tra i suoi pensieri. Le sue dita erano ancora in parte solide e in parte evanescenti, e cercava con queste di districare la forma contorta dei suoi pensieri.

“Smettila di crucciarti” disse la Voce “Juda doveva riportarti qui, era questo il suo compito.”

Jesù era attonito. Tutto era sbagliato. “Non ha senso” diceva, e si ripeteva: “non ha senso. Niente di tutto questo ce l’ha. Voglio vedere mio padre. Ora.”

“Non puoi” disse la Voce.

“Colui che mi ha tradito entra in Paradiso, e chi mi stava accanto al trapasso va all’Inferno?”

“Prima ti lamenti che t’abbiano crocifisso coi ladroni, e ora li rimpiangi?” disse Juda.

Jesù guardò le sue mani. Non c’era rimasto che un flebile ricordo della forma, la linea d’un disegno sulla sabbia lasciato da un bimbo. La rabbia sembrava tenerlo insieme, teneva stretti i fili del ricordo di sé, resistendo alla non-forma, all’immateria del Paradiso che gli si attaccava addosso come la carie salina sulla chiglia di una nave.

Non c’era più il pavimento, né i muri, la stanza in cui era stato il giorno prima, né il cancello inaccessibile che lo separava dal Padre, e si chiedeva se quegli artifici non fossero stati posti là solo per lui, o creati dalla sua mente squassata dal trauma della morte. Jesù si guardò intorno e non distingueva più le forme delle anime, solo intuite nel respiro e nel brillio delle stelle, ammassate, indistinte, come facce vuote in una folla senza nome. Sarebbe toccato anche a lui sparire, evaporare, perdere la coscienza di sé e diventare come ogni altra anima del Paradiso?

Jesù si coprì il volto con le mani, ma vedeva attraverso di esse. Cercò di recuperare la più intima emozione, evocandola dal fondo dello stomaco con tutta la tristezza e la disperazione in quel ch’era stato il suo petto e non sarebbe stato più. Provò con la rabbia, ma non bastò, come non era bastata a colpire il volto di Juda. Provò con l’amore, ma non riusciva a provarne per nessuno, nemmeno per sé stesso. La paura non gli era famigliare, non ne aveva accumulata abbastanza sulla croce – quanta poca ne aveva avuto in vita, nella certezza della vita eterna e d’essere il più nobile strumento del Padre. Provò infine vergogna, per aver perso il controllo dei sensi, per non esser capace di controllarsi come sperava. Un singhiozzo gli nacque in petto, e allora, con la vergogna a rinfrancare le membra come una scarica di ebbrezza innescata dal vino, la vergogna gli restituì vigore. Percepì di nuovo la fisicità del corpo, allungò una mano al petto di Juda e gli parve di sentire il battito del cuore all’interno. Abbracciò dunque quello ch’era stato suo discepolo, suo fratello e suo carnefice. I loro corpi sembravano tornati alla forma e sostanza terrene e Juda, benché sorpreso, ricambiò l’abbraccio fraterno.

Jesù fu colto da un’esplosione di calore nel petto e nella mente. Un moto. Un istante di volontà pura. Di chiarezza. Cos’era questo nuovo sentimento, se non un’illuminazione divisa? Strinse il traditore al petto, si piegò all’indietro per issarlo come Ercole contro Anteo, e Jesù chiese a Juda: “sai volare?”

Juda non fece in tempo a rispondere che il cielo si mosse intorno a loro. Jesù correva, correva con Juda tra le braccia, là fino al ciglio del Paradiso che solo il giorno prima aveva scavalcato col cuore ricolmo di speranza, ed oltre il quale aveva spinto i ladroni all’Inferno. Jesù saltò nel vuoto stringendo Juda a sé, e mentre voci celesti e lamenti di capre restavano indietro tra le nubi stellate del cosmo, il Figlio di Dio gridava al traditore: “sai volare, testa di cazzo?”

 

>>> continua

 

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