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Stai leggendo: "Quando Jesù s'incazza" di Quinto Moro

6. Gita all'Inferno

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Precipitando, i corpi avevano riacquistando tutta la consistenza e la sostanza li rendeva umani. La massa, il colore, l’odore. Erano entrambi corpi morti, le cui febbre membra erano però accese dal furore della lotta e dalla picchiata, come stelle cadenti. Quando atterrarono, il corpo di Juda esplose come quello d’un maiale lanciato da una rupe su scogli di selce. Jesù cadde quasi in piedi, con le gambe affondate nel ventre del traditore, e si rialzò sporco delle sue luride frattaglie. Non puzzava molto più di quanto non puzzasse fuori. Mentre Jesù si scuoteva di dosso lo schifo, cospargendosi di sabbia per asciugare e staccare i resti di Juda, ci fu un grande applauso. Urla di esultanza, risa sguaiate. Un vociare crescente e un boato accompagnavano il passare delle frattaglie di Juda di mano in mano, mentre i suoi arti venivano fatti roteare sopra le teste della banda assiepata sul luogo dell’atterraggio. Jesù rimase a guardare la scena, ansante e scosso dall’adrenalina.

“Notevole, ragazzo” disse un figuro grottesco, con quattro seni sul lato sinistro e tre sul lato destro del petto. Aveva la pelle nero carbone, sfrigolante di bolle e piaghe popolate di mosconi e larve che si abbeveravano al fiume scaturito dalle croste sanguinanti. Il muso era allungato, canino, e dalle orecchie uscivano corna arricciate sulle cui punte spezzate zampillavano fiotti di petrolio.

Jesù si guardò intorno. La vallata era nera e puzzava di stalla e mattatoio. Il cielo era sparito, insieme al sole e alle stelle. Una mandria di maiali s’affollò ai piedi di Jesù, leccando e mordicchiandone le caviglie. Un pipistrello dal volto infantile gli si attaccò ai capelli, arruffandoli e ridendo.

“Lascia stare lo straniero” disse il cornuto col muso da cane.

“Aspetta, c’è qualcosa” cinguettò il demonietto impastando i capelli di Jesù e tirandoli in tutte le direzioni finché non ne ebbe estratto un cerchio d’oro. “Maremma impestata! Questo hippie c’ha un’aureola, a quanto posso rivendermela? Eh Cerbero, a quanto? Me la compri?”

“Restituisci l’aureola allo straniero, dev’essere uno importante.”

“Se non te la compri col cazzo che la restituisco.”

Il pipistrello non ebbe tempo di finire la frase. Il dèmone canino schioccò le dita e dal suo corno sinistro partì una vampata che incenerì il pipistrello. Spaventati, i maiali fuggirono strillando. L’aureola di Jesù si piantò tra gli escrementi. Il dèmone la raccolse, la lucidò con una slinguata e la pose delicatamente sopra il parruccone frastagliato e insanguinato di Jesù.

“Greyhound” disse il dèmone porgendogli al mano. Enorme. Canina. Adornata da una corona di artigli supplementari sulle nocche. “Non chiamarmi Cerbero, non ho tre teste. Solo Greyhound. Come ti chiami te?”

Jesù era senza fiato. Le percezioni carnali l’avevano travolto con la violenza delle ferite fresche sul corpo.

“Guarda come sei ridotto” disse il dèmone facendo un passo indietro “fatti un goccio, dopo starai meglio.”

Greyhound infilò l’artiglio tra le rocce e ne cavò una coppa lurida, si strizzò un seno da cui uscì un liquido verde trasparente, che schiumò in una spuma bianca, poi strizzò il seno subito sotto da cui uscì acqua e sciacquò la coppa. Strizzò poi un terzo seno da cui uscì vino e lo porse a Jesù che, ancora frastornato dalla caduta cedette all’invito. Nonostante la scena disgustosa, era il miglior vino che avesse mai assaggiato.

“Buono eh?”

Jesù ne convenne. Il sorso gli snebbiò la mente e parve spegnere il dolore del corpo e scaldarlo, almeno per un po’. “Sei qui per vedere il capo? C’è una lista di attesa di, non so, tre o quattrocento anni. Vengono da tutte le parti per chiedergli consiglio, dal passato, presente e futuro. Mi sembri fresco di trapasso e non posso lasciarti saltare la fila, a meno che tu non sia il Figlio di Dio. Lo sei?”

“Tu lo dici.”

Greyhound scattò in piedi come un cagnolino euforico. “Oh Cristo, sei davvero tu? Mi avevano detto che avresti usato esattamente queste parole. Quei due matti dicevano la verità, ora vorrei non avergli cacato in testa, e sono stato scortese a farli a pezzi senza lasciarli arrivare al cospetto del capo.”

Il dèmone si passò la mano dietro la schiena, portando avanti le lunghe trecce di capelli luridi cui erano legati barattoli di vetro di grandezza variabile. In ogni barattolo c’era una testa, alcune erano di bestia e altre d’uomo.

“Jesù è venuto a salvarmi!” la testa di Alessandro era quasi irriconoscibile, livida e masticata com’era “Rufo svegliati, Jesù è arrivato. L’avevo detto che non ci avrebbe abbandonati.”

“Brutto figlio di puttana” grugnì Rufo “prima ci salvi, poi ci scarichi quaggiù, a che gioco stai giocando?”

“Non bestemmiare Rufo.”

“Sono amici tuoi?” chiese Greyhound avvicinando la treccia a Jesù “questo qui – scosse il barattolo con la testa di Alessandro – non sta mai zitto. Mi hanno raccontato un sacco di storiacce, che vi hanno appesi su una croce, che li hai liberati e che gli hai promesso il Paradiso, e poi li hai buttati di sotto. Uno dice per errore, l’altro dice perché sei stronzo. In ogni caso puoi riprenderteli” disse Greyhound sciogliendo i barattoli dalle trecce e mettendoli in mano a Jesù, poi si staccò un corno e ci soffiò dentro. I maiali accorsero nuovamente ai piedi di entrambi, grufolando e strillando mentre Greyhound li scalciava bestemmiando e trasformandoli in braciole intinte nella salsa di sterco ai loro piedi. Tra i maiali avanzò un cammello e sopra di questo un corpo di donna con la testa di un uomo barbuto, l’espressione accigliata e sfregi sopra e sotto gli occhi, con rigature bianche di pelle cicatrizzata al posto delle sopracciglia e sugli zigomi. La pelle del corpo era bianca e pulita mentre il volto bruno era coperto di croste. Il sorriso truce. Gli occhi spiritati. Folli.

“Wé wé” strillò Greyhound “Paimon, dèmone illustrissimo, porta questo povero Cristo dal capo.”

La faccia di Paimon si aprì come una cozza bollita, i lembi del volto separati lungo la linea del naso. Ne uscì un suono gracchiante e una spruzzata di pioggia che investì il volto di Greyhound e Jesù, e nuovamente fece fuggire i pochi maiali rimasti integri.

“Lo so che c’è la fila” disse Greyhound “tu portacelo, si conoscono già.”

Greyhound, che aveva la stazza d’un gigante, prese Jesù per i fianchi e lo depose sul cammello come fosse un bambino, poi sculacciò la bestia e li salutò mentre galoppavano giù per le valli del Tartaro.

 

>>> continua

 

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