Stai leggendo: "Quando Jesù s'incazza" di Quinto Moro
7. Zio Satana
Gabbiani. I gabbiani volavano in fila indiana bassi, bassissimi, imbiancando coi loro escrementi il sentiero che il cammello seguiva trottando. L’andatura della bestia, ipnotica, stordiva Jesù come una sbronza, e riportava a galla ricordi persi nella più antica infanzia. Cullato nel caldo abbraccio di sua madre. Sapore di latte. Odore di segatura. Il freddo ai piedi. Lo sfregare del vello di capra sul collo e le braccia.
Abbandonato sulla spalla del dèmone Paimon, Jesù non si accorse quando i barattoli con le teste dei ladroni gli sfuggirono e s’infransero lungo la strada, lasciando i poveracci ad ardere tra le flatulenze di metano e zolfo che increspavano la superficie del deserto, rilucente come il pelo d’acqua del Giordano al mattino. Sciami di vespe sfrecciavano a destra, corvi a sinistra. La sabbia era nera e rosa. Sacche pulsanti sbocciavano in fiori di matucana rossi e arancioni, accesi in bracieri scintillanti.
Jesù si ridestò col muso nella cenere. Fece appena in tempo a vedere le terga del cammello che trottava lontano, senza nessuno in groppa. Paimon stava scavando qualcosa a bordo strada, dal fosso saliva una gran puzza.
“A cosa devo il piacere?”
La voce era familiare. Gli occhi arrossati e stanchi di Jesù faticarono a mettere a fuoco l’ambiente: un giardino straripante d’erbacce con totem di scheletri sparsi qua e là. Su una sdraia arrugginita di iuta intrecciata, un figuro dal fisico scolpito e coperto di tatuaggi si faceva lucidare unghie nerissime e ben curate da un’esile creatura scimmiesca, la cui pelle rosa e grinzosa sembrava fosse stata gettata sulle ossa come una tunica mal cucita.
Il volto di Satana era sfuggente e sfocato, benché schiarito dall’aureola che aveva raccolto dal capo di Jesù, e che il dèmone supremo maneggiava con ghigno di sufficienza, rigirandosela nella mano libera.
“Tanta sofferenza per questa? Te ne spettava una più grande, più luminosa.”
La scimmietta ridacchiò ma Satana subito le diede uno scappellotto e la mandò in castigo per l’impertinenza.
“Rispetto fratello” disse Satana “siamo tutti figli di Dio, ma tu sei quello che andava in giro vantandosene come se fosse l’unico. Ci siamo visti nel deserto ricordi? Avevi una cera migliore allora.”
“Fottiti” disse Jesù strappandogli l’aureola dalle mani, barcollando mentre cercava di rimettersela “tieni la tua lingua forcuta tra i denti, non mi hai fregato la prima volta, non mi freghi adesso.”
“Sei venuto tu qui” rispose Satana. Il tono era allegro. “Dunque cosa posso fare per te?”
“Non voglio niente da te.”
“Oh Jesù!” sospirò Satana con gli occhi al cielo. Fece uno sbadiglio e dalla fiammata che ne seguì apparvero un calice e un otre. Satana stappò l’otre, un rumore di onde salì insieme al suono di gabbiani e urla di bambini, versò il vino sul calice apparso dal nulla, bevve un sorso e porse il calice a Jesù. “Se devi fare un numero da ubriacone confuso bevi, almeno hai la scusa. Sei qui per un motivo, e non è solo rabbia. Papà Tuo non è l’unico ad essere ben informato su quel che succede in cielo e in terra. Posso ancora sentire la Sua voce e i Suoi discorsi e Cristo, Papà Tuo parla così poco che quasi non lo riconoscevo, anche se le nostre voci non sono così diverse. La voce è il tratto genetico delle creature celesti, tipo gli occhi e i capelli per gli esseri umani. Ho origliato la vostra piccola diatriba come un vicino impiccione. Posso dirlo? Sei stato grande. Lui è molto, molto cocciuto, ma gli hai tenuto testa. Certo l’opinione di Satana non vale molto per te, farei il tifo per chiunque andasse dal Vecchio a dirgliene quattro, ma che sia stato proprio Tu a farlo, mi hai toccato il cuore. Questo lercio, schifoso ammasso grumoso di sangue e merda che mi batte in petto, sei riuscito a scaldarlo. Certo che siete così diversi, come spesso succede tra padri e figli. Tu hai passato la vita a bla bla blaterare mentre Lui è taciturno. Sarà per questo che da mortale t’eri fatto l’idea sbagliata su Papà Tuo. Non sei il primo e non sarai l’ultimo. Ti aspettavi grandi cose dal Grande Vecchio, ma i suoi piani non coincidono mai coi nostri. Chissà se ne ha mai avuti Lui, di piani. Un architetto non costruisce per sé stesso, destina la sua opera a qualcun altro, ragion per cui è tanto illogico costruire il proprio regno e pretendere di controllarlo per sempre. È destino di ogni creatore perdere il controllo sulla propria creazione, e il tentativo di mantenerlo genera solo altri mostri. La creazione non è un atto di possesso. Chi vuole il possesso prende ciò che gli altri hanno creato, con la forza, col denaro, con le moine. Il possesso è il desiderio degli incapaci. Chi ha il potere creativo non desidera, perché il suo scopo e la sua realizzazione sono nel creato. Si possiede davvero qualcosa – un’idea, un progetto – solo finché non è stata realizzata, e allora se ne perde il controllo. Papà Tuo ha costruito il più grande palcoscenico che si potesse immaginare ma non è lui a scrivere le storie, né a condurre gli attori. Io e Lui non ci parliamo da un sacco di tempo, anche se per noi il tempo non esiste, non come per te che l’hai sperimentato da uomo sulla Terra. Per Lui è un concetto astratto, per me un po' meno. Riesco ad orientarmi nel mare del tempo, tra il prima e il dopo, anche se a volte fatico a ritrovare la sequenza e tenere i fili. Faccio fatica a distinguere tra i miei sogni e le cose che sono successe o succederanno. Ah, l’onniscienza, quella sì che la invidio al Vecchio, ma forse… forse anche no. L’incertezza ha il suo fascino. Infatti non ero sicuro che saresti arrivato fin qui. È stato elettrizzante seguire gli ultimi eventi.”
Satana parlava melenso e compiaciuto, un oratore consumato per la torma di creature deformi emerse dalle erbacce del giardino, tra le croste di roccia, le spine dei cactus e i loro fiori fiammeggianti, dalle carcasse d’osso, dalle dune di sabbia e i mucchi di letame. Il giardino sbocciava intorno a Jesù e Satana in forme marcescenti e disordinate, con ratti che spuntavano sulla sabbia, blatte e vermi che facevano capolino tra cuscini di piante grasse e carnivore. Nessuna creatura animale, vegetale o demoniaca sembrava però minacciosa, solo incuriosita dalla presenza di Jesù e dallo svolgersi dell’incontro.
“Mi ricordo quando stavo al servizio di Papà Tuo” proseguì Satana “l’ho conosciuto più di te che l’hai solo idealizzato. Sei libero di dire a Satana mentitore e malalingua, ma io vedo il tuo Vecchio come uno spettatore annoiato che non riesce a smettere di guardare, e non come uno che fa progetti. Tu invece ne hai eccome, di progetti. Ne hai di certo per l’umanità, e per il Paradiso. Ti sarai accorto delle bizzarre regole d’ammissione stabilite da Papà Tuo. Noi qua non abbiamo grossi standard, ci adattiamo. Però scommetterei la testa di dodici arcidiavoli che la tua scaramuccia con Juda è stata solo una scusa per venire qui, e mi solletica il dubbio sulle tue intenzioni: vuoi riconoscere la mia competenza sulle faccende terrene, ché l’umanità è sempre stata di mio grande interesse, e tu che la comprendi avendone saggiato la carne, hai domande da fare o affari da proporre? O vuoi dimostrare il tuo valore sfidandomi qui, in casa mia, e tornare da Papà Tuo con la pelle dell’orso cattivo tutto tronfio, perché ti dia un bel premio, magari quel posticino alla Sua destra che tanto agognavi? Dimmi se leggo giusto, sotto quel tuo parruccone hippie. Vorresti dare ordini in casa mia, visto che ai piani alti non se ne parla? Ti ho dato l’occasione di allearti con me, l’hai rigettata per tre volte, come il tuo discepolo prediletto ha rigettato il nome tuo. Questo è karma ragazzo. Adesso eccoti, a chiedere o pretendere cosa? Non serve sfidare Zio Satana, si sfidano coloro che ambiscono a uno stesso premio, ma non c’è niente che io voglia, da te né da Papà Tuo.”
“Taci perdio” disse Jesù. Era fiacco, sfinito. Si sentiva prigioniero delle sue membra morte e rigide, mentre l’essenza vitale gli danzava intorno come un vapore sul punto di sfuggire per sempre. La voce cantilenante di Satana, così simile alla sua, lo confondevano tanto da faticare a distinguere quelle pronunciate dal dèmone e i pensieri del suo io cosciente. L’energia divina lo rifuggiva, forse sottratta dal Padre dopo il loro scontro. Gli aveva disubbidito. Juda era stato accolto in Paradiso, e se questa era la Sua volontà, non poteva accettarla.
“E dove sono finite” disse Satana, leggendogli dentro “tutte quelle parole sul perdono e l’amare il prossimo? Il povero Juda non merita il suo posticino al sole di Dio?”
“Immagino” sussurrò Jesù “che debba esserci un limite.”
“Sono d’accordo. Juda è qui che deve stare. E mi è simpatico, io adoro i venduti. Gli idealisti come te invece non sai mai cosa s’inventeranno, senza offesa. Hai nient’altro da chiedere a Zio Satana? Questa è una di quelle situazioni da lite famigliare, quando babbo e figlio litigano e il giovane se ne va a casa dei parenti di secondo grado a sbollire la rabbia.”
“Non siamo parenti” disse Jesù disgustato “io ho sempre voluto far del bene ma tu… sei il principe di tutto ciò che è male.”
“Io, Principe di tutto ciò che è male?” Satana si gonfiò tutto, come il gargarozzo di un gallo cedrone, trattenendo lo scoppio di una risata. Diede un calcio alla sdraia sghemba su cui sedeva e questa andò in pezzi, un blob di magma gorgogliante si solidificò per accoglierne le terga in un più solido e pomposo trono. “Hai le pigne in testa ragazzo. Fammi un esempio delle mie malefatte.”
“Troppe sono per fare un elenco.”
“Eh no, adesso vorrei proprio me ne citassi una, contro le cento che potremmo citare di Papà Tuo, che distruggeva intere città, annegava uomini e bestie col diluvio. Quello che mandava pestilenze e sterminava neonati in Egitto, con quella faccenda del Popolo Eletto che lasciamelo dire, Popolo “Eletto”, quello fu un caso in cui l’astensionismo ebbe un certo peso nelle alte sfere. Per non parlare di come trattò quel sant’uomo di Giobbe, quand’anche si sarebbe potuta dare la colpa a Satana per averlo messo alla prova, perché stava a me, come un pubblico ministero avverso, valutare la caratura e lo spessore degli uomini affinché Papà Tuo potesse giudicarli e sentirsi coccolato da quanto gli erano grati e fedeli per averli messi sulla Terra.”
“Non giocare con me demonio” disse Jesù “conosco le Scritture.”
“E con che strumento le ricevi? Le passi al setaccio col rastrello della ragione o le ingoi lisce bevendo dall’imbuto, sperando che si facciano ambrosia nel tuo stomaco, elevandoti al rango divino di Papà Tuo?”
“Tu rovinasti Giobbe, non mio Padre.”
“L’ho forse negato? Ne avrei voluto anzi il merito. Certe sottigliezze le ho imparate dal Vecchio, che istigava Abramo contro il suo stesso figlio per il capriccio di saggiarne la fede. Vediamo di che pasta è fatto Giobbe, dissi io, vediamo se crederà ancora nel Signore Dio suo quando gli volterà le spalle. Papà Tuo esitò forse? Non si oppose alla disgrazia del suo servo più fedele, perché per Papà Tuo la dimostrazione della cieca fede era più importante del bene o del male che Satana poteva fargli. Così mi lasciò distruggere la vita di quel poveruomo. E mi fermò per il mio zelo? Certo che no. Va’ avanti, ma non ammazzarlo, mi disse Lui. Molto umano Papà Tuo. E quando ridotto a un piagnone insopportabile Giobbe non la smetteva più di frignare e Papà Tuo fece la grazia di parlargli, cosa disse? Io sono il Signore Dio Tuo, Giobbe caro, ho creato il mondo e tutto quello che c’è dentro perciò non devi scassarmi le palle. Questo disse. Avrebbe potuto accusare Satana, fare di me il cattivo della storia, dandomi quel ruolo che sembrava scritto per me e che sì, lo ammetto, mi gustava parecchio. Ma Papà Tuo nemmeno quello mi lasciava. Doveva restare Lui al centro di tutto, senza lasciarmi la dignità di diventare l’antagonista e il rilievo che meritavo in quella come in altre storie. Lì ho capito, una volta di più, che dovevo mettermi in proprio, prendermi il ruolo e lo spazio che mi spettavano. Ma quanto al male sul mondo Satana è indietro di mille anni sull’operato di Papà Tuo, che t’ha lasciato a morire mentre io ti avevo offerto la salvezza, e che ti ha negato il posto sul trono mentre accoglieva il traditore Juda nel Suo Regno. Sei stato lasciato a morire non perché Papà Tuo sia cattivo, ma perché non ti ci vuole come Suo pari. Chi ti ha venduto è asceso al cielo perché ha fatto la volontà del Grande Vecchio più di quanto non l’abbia fatta il suo non-certo-unico figlio.”
A queste parole Jesù si sentì toccato, e colmo d’ira saltò alla gola di Satana. I due iniziarono una goffa scazzottata che fece salire alte le grida e le scommesse dei dèmoni accorsi a godersi la scena. Lo scontro fu breve, poiché Jesù controllava sempre meno il suo corpo morto, che restava insieme per pura volontà. Satana s’era prestato alla pantomima restituendo i colpi senza convinzione, dando l’idea di giocare alla lotta come un adulto con un bambino arrabbiato. Il garrire della folla si spense in un muggito di delusione quando Satana placò i diavoli scontenti, invitando all’indulgenza per la mediocrità dello spettacolo.
“Che fregatura” sbuffò l’arcidiavolo Mammon.
“Però il ragazzo ha fegato” disse Azazel.
“Non credo gli sia rimasto. Visto che ferita?” fece il canino Greyhound “devono averglielo infilzato.”
“Sulla croce?” chiese Paimon.
“Longinus mangerà fegato e cipolle per cena” sogghignò Belial.
“Brutta fine per un figlio di Dio” fece Mammon.
“Il Figlio di Dio. Il. Non uno qualsiasi” disse la compiaciuta Lilith, leccandosi due delle sue quattro labbra.
“Peccato non sia in forma” riprese Azazel infervorato “mi sarebbe piaciuto vedere uno scontro ad armi pari.”
“Bah” fece Paimon “Satana l’avrebbe steso comunque.”
Partì una nuova tornata di scommesse, in crescendo di pari passo al vociare degli arcidiavoli accalcati, con la bavetta alla bocca.
“Il capo vince sicuro”
“Non possiamo saperlo”
“Ma quello, così conciato…”
“Ce li ha i poteri del Grande Vecchio?”
“Non credo”
“Chiudete quelle fogne” gridò infine Satana “e fategli un po' di spazio.”
Jesù era ormai affondato in un impasto informe, fangoso e magmatico di spiritelli e arcidiavoli d’ogni forma e dimensione, accalcati ad esaminarlo come una bestia rara in uno zoo. Gli zampettavano sul corpo e Jesù ne era disgustato. Alcuni dèmoni allungavano le mani per pizzicarlo, infilandogli le dita nei capelli arruffati, o picchiettavano con le unghie sull’aureola. Qualcuno s’azzardava persino a prendergli la mano per esaminare i buchi sui polsi.
“Gli ci vorrebbe un’antitetanica” ridacchiò il dèmone Buer.
“Nella sua epoca non l’hanno ancora inventata” disse Orobas.
“Un’epoca di barbari” fece Buer in tono solenne.
“Adesso andate fuori dalle palle” si spazientì Satana “via! Non ci saranno altre risse oggi, e basta con le scommesse. Io e mio fratello dobbiamo conferire in santa pace.”
“Tu, blasfema testa di cazzo” disse Jesù a Satana ritrovando un po' di vigore “tu chiami me fratello?”
“Nipote allora” fece Satana ingigantendo la sua forma e ramazzando i diavoletti come foglie secche, liberando Jesù dalle loro moine e insolenze. “Sono più anziano, e siamo della stessa famiglia, anche se possiamo attestarci su rami diversi. Papà Tuo fece me per un motivo e te per un altro, ma Lui fa le cose e poi sta a guardare. Il caos tra gli uomini, pensi sia colpa mia? Se la cavano benissimo da soli. Ed io non ho niente a che fare con quanto ti è successo. Ammetto di essermi divertito a stuzzicarti nel deserto, volevo capire se eri un vanaglorioso profetucolo o qualcosa di più. Ma non ti ho messo io su quella croce, e non sai che giro di scommesse quand’eri là ad sperare che il cielo si aprisse. Io ho scommesso contro di te, sapevo che Papà Tuo non avrebbe mosso un dito. Se avessi perso la scommessa adesso starei a spurgare i cessi nel Terzo Girone, e Mammon e Belzebù sarebbero a cavalcioni sui braccioli del mio trono, mettendo a soqquadro il mio regno. Invece tutto resterà com’è sempre è stato, come in Cielo così in Terra. Non sarà Satana a distruggere il mondo, e non sarà Jesù a salvarlo.”
Jesù tacque. Aveva tutto l’aspetto del cadavere che in effetti era, emaciato e rinsecchito. Si guardò le mani, bianche e fredde.
“Ma Jesù deve, perché Jesù può” disse “con un altro po' di tempo.”
“Vorresti davvero tornare in vita?” chiese Satana “dopo quello che hai passato?”
“Quanto ci vorrà” disse Jesù “prima che nella Galilea il mio nome sia dimenticato? Arriverà mai a Roma il nome di uno fra tanti messi a morte sulla croce? Ci arriverebbe, se fosse il nome di colui che è risorto dalla morte, con la viva carne a dimostrare la verità delle parole per cui fu mandato a morte. Da qui a dieci anni, cosa si dirà dei miei miracoli? Diverranno dicerie e favole? Chi crederà che ho risuscitato i morti, se non sono stato in grado di risuscitare io stesso? E quanto di ciò che ho predicato in vita sopravvivrà alla mia morte?”
“Ti credi più saggio del tuo Vecchio” disse Satana.
“La mia saggezza è la Sua, ma arricchita dall’esperienza terrena che è saggezza nuova, come quella di ogni figlio che sa immaginare un futuro che non vede, perché sa sperare. Io venero e rispetto il Padre che conobbe il passato, ma vedo un futuro che è speranza. Ho compreso gli uomini, so di cos’hanno bisogno, e questa speranza non può e non deve finire con la mia morte.”
“Ho ben compreso gli uomini mentre ti facevano a pezzi” disse Satana “ma cosa ti aspettavi dalla tua vita mortale? Davi risposte a domande che nessuno ti aveva fatto, e in una cosa sei molto simile a Papà Tuo: non rispondi a ciò che ti viene chiesto. O dai risposte che non sono risposte.”
“Allora ti rispondo” disse Jesù raccogliendo le residue forze. L’aureola lampeggiava come il chiarore di una candela sfidata dal vento. “Mi hai chiesto cosa volessi quando sono venuto qui: tu hai attraversato il confine col mondo terreno per venirmi ad importunare nel Getsemani, e sei tornato al tuo regno. Voglio poter fare la stessa cosa, tornare dai miei discepoli, manifestare la mia immortalità perché a quel che dicevo di essere, e chi si diceva che fossi.”
“Non vedo motivi per aiutare la concorrenza” sbuffò Satana “perché dovrei farti tornare alle tue insopportabili prediche diabetiche? Facendo grande il tuo nome farei grande pure quello di Papà Tuo, ed io pensavo volessi fargli dispetto.”
“Pensavi male” disse Jesù “io voglio solo farne la grandezza: con la mia, la Sua.”
Satana sbuffò. “Che noia.”
“La mia dottrina salverà le anime di tutti” disse Jesù “e se aiutandomi a tornare alla vita terrena, così che possa sigillare il patto eterno coi miei fedeli, perché dovremmo restare nemici? Se rivendichi la nostra parentela, non possiamo pensare a riappacificarci un giorno?”
“Hai visto me e hai visto i miei servi: noi stiamo bene qui. Non vogliamo il tuo regno, abbiamo il nostro. Anarchia Cristo, noi vogliamo la fottuta anarchia!”
“Questo è falso” disse Jesù “se vuoi stare qui nel tuo Inferno, stai accettando un ordine, i giusti in Paradiso, gli infami all’Inferno. Non è anarchia, o vorresti che si mescolassero. Vuoi per caso gli arcangeli e i cherubini alla tua corte?”
“Cristo, no!”
“Ed io non vorrei gli infami ad insozzare il mio Regno. Tu vuoi il tuo ruolo ed io il mio. Tu sei quello dei patti ingannevoli, lascia che te ne proponga io uno sincero: rimandami tra gli uomini ed io e te saremo antagonisti per mille anni, sarai libero di fare il tuo sporco lavoro contro il mio, ma confido che nel frattempo la giustizia dei miei insegnamenti renderà quest’Inferno obsoleto e solitario.”
“E’ una sfida che cerchi?” sbuffò Satana.
“E tu?” replicò Jesù. Il chiarore della sua aureola era tornato stabile e lo sfarfallio aveva cambiato tono, da una perdita a un guadagno di luce, come l’avanzare di lampi lontani.
“Mio Padre non vuole che torni tra i mortali perché ritiene che abbia esaurito il mio compito. Mandami indietro, vai contro la Sua volontà per fargli dispetto come si addice al tuo ruolo.”
“Così non sarai tu ad andare contro la Sua volontà?” fece Satana.
“Questo è affar mio”
“Ma peggio ancora, sarei io a fare la tua volontà” protestò Satana, grattandosi la testa.
“C’è dunque un limite ai patti che puoi fare, alle sfide che puoi accogliere” disse Jesù. L’aureola era ormai d’un vapore d’oro scintillante, la luce eclissava le brutture del corpo macilento restituendogli un vigore etereo e santo.
“Questi giochetti sono la mia specialità” fece Satana “non pensare di fregarmi così.”
“Allora Satana si può fregare.”
“Affatto” tuonò Satana, irrobustendo il suo torace villoso e aggrottando la fronte caprina.
“Allora rifiuti il patto” disse Jesù.
“Certo che lo rifiuto.”
“Un momento” fece Paimon emergendo dalla sabbia “ci può far comodo che il ragazzo sia in debito con noi.”
“Resta al tuo posto” grugnì Satana.
“La cariatide ha ragione” s’intromise Baphomet, la faccia orrenda e cadente emersa dal bracciolo scrostato sul trono di roccia lavica di Satana, che il Principe delle Tenebre pestò subito con un pugno deformandone i lineamenti già bizzarri.
“Sarebbe un riconoscimento ufficiale dai piani alti” incalzò Azazel ruttando fumo e vespe.
“Sarebbe senza precedenti” disse Orobas dubbioso.
“Roba grossa” fece Lilith leccandosi le dita.
“Dovremmo almeno discuterne” disse Belial.
“Questa” tuonò Satana alzandosi dal trono e ingigantendosi tra sbuffi di cenere e bile “non è una fottuta democrazia.”
“Lo faccio io un patto col bel fusto” disse Lilith facendo delle sue dita serpi, già avvinghiate alle gambe e alle braccia di Jesù. La diavolessa trasfigurò il suo volto in quello di Maria Maddalena e sussurrò all’orecchio di Jesù: “un matrimonio, il più antico strumento di pace tra famiglie rivali.”
Satana staccò di netto la testa di Lilith con un fendente artigliato. Dal collo della dèmone uscirono urla, vermi e sette piccole teste insultanti.
“Qui non si fa nessuna pace!” tuonò il Principe delle Tenebre.
“Ma lui ti ha sfidato ad una guerra di mille anni” disse Mammon “e tu la rifiuti.”
Una frattura si aprì sul selciato di ghiaia e sabbia, la testa oblunga e irta di spinte del dèmone Astaroth spuntò come un dente da carni purulente. “Satana è il Re di tutti gli Inferni” disse Astaroth “ma Satana senza un patto non è Satana.”
“E se Satana non è Satana, Satana non è Re” sentenziò Abraxas.
“Sei prigioniero del tuo personaggio” disse Jesù che aveva recuperato il tono serafico e salmodiante dei giorni migliori. Gli sembrava di sentire l’odore di capre mentre predicava tra i pastori della Galilea, l’umidore del fieno, del sudore umano che emanava dagli stracci sporchi dei suoi accoliti. “Qualche volontà si farà oggi, per chi di volontà ne ha ancora.”
Satana barcollò. Il suo ventre prese a gonfiarsi brontolando come una scrofa con le coliche, il collo si slargò doppiando la grandezza della testa mentre la mascella si torse, allungata fin quasi all’ombelico. Il supremo diavolo diede di stomaco addosso ai suoi accoliti. Una pioggia d’acido li ridusse tutti a scheletri cariati. I dèmoni, rumoreggiando tra lamenti e gorgoglii, si ritirarono in buon ordine.
“Duemila” disse Satana. Jesù lo guardò confuso, con quell’orrido spettacolo per poco non aveva dato di stomaco anche lui. “Duemila anni. Che non si dica che Satana non può negoziare una guerra come si deve. Torna tra i vivi e predica le tue fregnacce. Da qui a duemila anni vedremo com’è andata. Ora va’ fuori dalle palle.”
Satana scarabocchiò un pentacolo di luce sull’aureola di Jesù. I triangoli posti alla base del pentagono si richiusero su sé stessi, una bocca geometrica digrignante scintille e una vaporosa bavetta arcobaleno, uno schiocco di fuoco e un mulinello d’acqua e fiamme risucchiò il Figlio di Dio per rispedirlo al suo sepolcro, con la cortesia di fargli trovare la porta già spalancata.
Satana ricadde con le grasse chiappe sul suo trono. Sospirò di sollievo. S’era dovuto sforzare non poco di sopportare la vista e le parole di Jesù, ma si compiaceva d’aver retto dignitosamente il gioco. Dai braccioli del trono spuntarono due teste, quella canina del dèmone Greyhound, e quella caprina di Baphomet.
“Allora?” chiese Greyhound.
“Come pensi sia andata?” incalzò Baphomet.
“Non-sorprendentemente bene” ridacchiò Satana a mezza bocca. Lilith si riformò dai resti disciolti sul selciato, leccando le pelose gambe caprine del suo padrone e appiccicandosi per blandirlo. I due avviarono un disgustoso amplesso delle carni, mescolandosi e scambiandosi gli organi interni e passandosi i denti da una bocca all’altra, graffiandosi le ossa e strappandosi le unghie in orrendi gemiti di piacere.
“Signore” uno spiritello cencioso era strisciato al cospetto del trono affollato di guardoni. Satana si fece spuntare un occhio sul malleolo per guardare cosa volesse la bestia senza interrompere l’amplesso.
Lo spiritello s’inginocchiò mostrando due teste, una in ciascuna mano. “Posso tenerle?”
“Che roba è?” chiese Lilith, distratta dall’interruzione.
“Roba di Cristo” disse Paimon, che aveva condotto Jesù a dorso di cammello fino al cospetto di Satana e le aveva riconosciute.
“Sono i due ladroni” disse Greyhound, che li aveva smembrati al loro arrivo all’Inferno “o quel che ne resta. Il ragazzo li voleva con sé.”
“E allora sia fatta la sua volontà” disse Satana sonnacchioso “che di farabutti cominci a riempirsi il Paradiso.”
“Signore” fece un altro satanasso, ancora più lercio e smunto del primo “io ho trovato questo!” Erano i resti di Juda, smembrati e distrutti dalla caduta in picchiata.
“Ah sì” fece Satana togliendosi Lilith di dosso “lui ce lo teniamo. Ho la sensazione che diventerà molto famoso.”
“E di questa Sire? Che ne facciamo?” Azazel agitò la testa di Giovanni Battista in cima ad una picca.
“Ancora?” sboccò Satana perdendo tutta la sua flemma post-orgasmica “che sono diventate? Le pulizie di primavera? Abbiamo appena fatto l’affare dell’anno, del secolo, del millennio. Cristo, forse il più grosso affare della storia. Dovremmo festeggiare, portate da bere e le vestali, voglio vederle ballare!”
Gasati dalla prospettiva dei bagordi, i dèmoni cominciarono a far scorrere sangue e vino da tutte le parti, scoppiarono risse e canti, mentre nella confusione generale la lancia con la testa di Giovanni piombò ai piedi di Satana, che la raccolse e se la mise sul bracciolo del trono. Una torma di ballerine piroettò al cospetto di Satana in pose lascive. “Da perderci la testa, eh Giovanni?” rise il Principe delle Tenebre, picchiettando sulla testa glabra del Messia mancato.
>>> continua