Stai leggendo: "Quando Jesù s'incazza" di Quinto Moro
8. Duemila anni dopo
“Ci siamo tutti?” chiese Paimon “devo ricordarvi le regole?”
“No” dissero in coro Astaroth, Belial e Mammon.
“Sì” tuonò più forte il pubblico con Samael, Orobas, Baphomet e una pletora di spiritelli e arcidiavoli più chiassosi e già ubriachi.
Il teatro era gremito. C’erano dèmoni d’ogni lignaggio e dimensione. Molti i semplici curiosi appesi ai doccioni o appollaiati sulle guglie barocche del teatro, per spiare dalle finestre la crème de la crème dell’Inferno. La Quaresima Infernale era giunta al culmine dei festeggiamenti nella più gloriosa domenica di Pasqua degli ultimi secoli, quella dei duemila anni dalla resurrezione di Cristo e l’inizio ufficiale della guerra. Una guerra che l’Inferno non s’era affannato a combattere, trascorrendo i secoli tra le libagioni e i racconti degli eventi sulla Terra, narrati da anime dannate e viaggiatori, o visualizzate attraverso gli squarci occasionalmente aperti dal Principe delle Tenebre in finestre infra-dimensionali, prima dell’importazione di invenzioni terrestri come il cinema, la televisione e gli smartphone. I dèmoni non erano mai stati tanto rilassati, allegri e ben pasciuti.
Paimon, che agiva da conduttore e mattatore della serata, aveva il suo da fare per conquistare le attenzioni del pubblico distratto da ogni genere d’intrattenimento. A metterlo più in difficoltà, oltre agli innumerevoli piccoli schermi che popolavano la sala, c’era la concorrenza della danzatrice sul cubo di LeMarchand¹, piazzato strategicamente al centro della platea perché venisse ammirata da tutte le angolazioni. Salomé era rimasta una delle poche attrazioni non a schermo che attizzava l’interesse di tutti dèmoni, inferiori e maggiori, sostenuta dalla considerazione che Satana continuava ad offrirle sin dal giorno in cui, reduce dai cambiamenti avvenuti in Paradiso, l’aveva accolta come il suo più gran trofeo.²
Per catalizzare l’attenzione del pubblico, Paimon cominciò ad inveire e frustare il satiro suo valletto, finché deliziati dal delirio di violenza, abbastanza dèmoni gli prestarono attenzione per far partire il gioco dei tarocchi. Dopo un’altra frustata che per poco non gli staccò la testa, il satiro mostrò il mazzo dei tarocchi alla folla e prese a mescolarli. Ad ogni mescolata un colpo di frusta. Ad ogni latrato del satiro un giro di bevute, e il fatto che Satana fosse conquistato dal gioco – era per lui una tradizione come la tombola natalizia dei romani – aiutava a tenere gli astanti concentrati, se non per vero interesse, per reverenza ed imitazione del loro Principe.
Paimon batté le mani e al collo dei dèmoni di rango più alto apparve un catenaccio con una carta al centro, ciascuna carta gemella di quelle contenute nel mazzo del satiro.
“Non fate casino” urlò Satana dal suo trono. Lilith gli porgeva grappoli di cuori umani come raspi d’uva da succhiare. Satana non partecipava al gioco, ma ci teneva al suo svolgimento e decapitò un paio di dèmoni troppo chiassosi.
“La prima carta” disse Paimon “la carta del millennio è la Ruota della Fortuna. Chi ha la Ruota della Fortuna?”
Un dèmone dal corpo tumefatto e glabro, la cui pelle rimandava riflessi simili a quelli d’anguilla, alzò la mano lunga e viscida.
“Il fortunato è Pruflas. Vuoi scegliere subito?”
Il dèmone fece spallucce, tutt’altro che felice. Paimon s’affrettò a passare oltre.
“La seconda carta è…”
Il conduttore fece una pausa per tenere il pubblico alla corda. La scelta del secolo era certamente la più ambita dai partecipanti. “L’Appeso! Chi ha l’Appeso? Un bell’applauso per il Duca Valefar!”
Il Duca scelse il numero quattro. Qualcuno applaudì, qualcun altro mugugnò o lo insultò. Al Duca toccava quasi sempre la scelta del secolo. Il gioco era truccato come sempre. Questioni politiche. Satana gli fece un cenno d’intesa e il Duca gli strizzò l’occhio.
“Sotto con la terza carta. Chi sceglierà il decennio? La parola va al Giudizio! E la carta del Giudizio è nelle mani di…? Avanti avanti, non siate timidi, la serata è lunga.”
Un dèmone di bell’aspetto, dal fisico tornito, liscio e pallido tanto quanto le ali erano nere e ritorte, con le piume simili a lunghe e frastagliate corna di capra alzò la sua carta con gesto pomposo.
“Samael ha il Giudizio. Molto appropriato. Samael sceglierà il decennio, e quale?”
Samael disegnò un infinito con l’unghia incandescente. Il groviglio di luce rimase a mezz’aria, poi gli diede uno schiocco e raddrizzarlo in un otto.
“Otto! Anni Ottanta. Ci regalano sempre soddisfazioni” disse Paimon. “L’abbiamo scelto questo millennio?”
“Ruota della Fortuna un corno” brontolò Pruflas “dovremmo cambiare le regole. Il primo si becca sempre la fregatura. Non ci sono abbastanza millenni.”
“Finché qualcuno non ruberà una secchiata dal Pozzo del Tempo come aveva promesso…” disse Satana con un disprezzo.
“Ci sto ancora lavorando” disse Asmodeo con una smorfia d’imbarazzo.
“Avanti Pruflas” lo sollecitò Paimon “che il pubblico si fredda.”
Satana schioccò le dita e i calici dei dèmoni si fecero flambè. L’odore di zolfo si sparse nel chiarore giallastro e solare delle lingue di fuoco accompagnate dal suono di mille rutti. Seguì un fiume di applausi a lusinga del diavolo. Satana indulse in un sorrisetto, fece cenno a Paimon di continuare e questi incalzò Pruflas.
“E va bene: uno!” si decise il dèmone “come se si potesse scegliere altro.”
“Sei tu che non vuoi dare una chance al nuovo millennio” ringhiò Baphomet, sputando sul proprio calice che ribollì di giallo e verde.
“Che vuoi saperne tu, vecchio fossile.”
“Eddài Pruflas, Baphomet ha ragione” disse una dèmone Han’nya con fare lezioso “gli anni son pochi ma la popolazione è la più alta, una varietà mai vista, ne succedono davvero di tutti i colori. Se studiassi un po’ invece di passare il tempo a…”
“La facciamo finita!?” ruggì un ammasso d’occhi dal becco nero.
“Sta’ buono Malphas, abbiamo tutta l’eternità” disse Baphomet.
“Ma la Pasqua non dura per sempre” disse il conduttore del gioco, Paimon.
“Abbiamo tutta la notte per festeggiare” disse Azazel “e potremmo sempre continuare il gioco durante una bella gita in campagna.”
“Adoro la pasquetta” disse Lilith con voce leziosa. Ci fu una risata calorosa, anche Satana si lasciò contagiare, poi richiamò i dèmoni alla calma e invitò il conduttore a proseguire.
“La quarta e ultima carta del nostro primo giro è… il Papa!”
Ci fu un boato d’approvazione. La carta gemella del Papa stava al collo di Lilith, che scivolò fuori dai suoi vestiti e poi dalla sua pelle, danzando tra i tavoli in piroette lascive. Mentre il suo corpo scuoiato si strusciava sul collo del diavolo, la pelle animata da un soffio d’aria gonfiò tre dita per mano a comporre il numero sei.
Il satiro danzò ululando tra gli applausi e Paimon scandì con forza: “Anno Mille, e quattro, cento, ottanta, sei!”
Quando ululati e applausi furono placati il satiro inghiottì le carte, fece una piroetta, canticchiò il suo abracadabra e lo schedario infernale sfondò le assi del palco come un treno. Il cassetto si aprì con uno stridio nella suspense generale, ora quasi tutto il pubblico era conquistato dal gioco. Anche gli schermi portatili mandavano le immagini del palco, le inquadrature fisse sullo schedario. Tentacoli, zampette e antenne d’insetti bizzarri scartabellarono per poi espellere un libriccino rigonfio di pagine stropicciate. Il libro del 1’486 era stato letto molte volte negli ultimi cinquecento anni, gli episodi in esso contenuti spesso decantati dallo stesso Satana che ci si faceva grasse risate.
Partì qualche fischio d’impazienza mentre il conduttore cercava un episodio interessante che non fosse già stato letto.
“C’è l’imbarazzo della scelta” disse Paimon. Altre risate. “Mi serve un suggerimento. Ditemi una lettera. Dovremmo aggiungere una lettera al gioco dei tarocchi.”
“Già, magari sostituirla con la stupida carta del millennio” grugnì Pruflas.
“Zeta!” urlò qualcuno dal fondo del teatro. Paimon puntò il dito vero il suggeritore, senza guardarlo ma con evidente approvazione. “E zeta sia. L’Inquisizione Spagnola ci porta a… Zaragoza!”
Urla e applausi. Il conduttore si schiarì la voce e iniziò a leggere: “Nel 1’486, nelle campagne presso Zaragoza, la dodicenne Lucia Delgado muore affogata in una vasca di acquasanta dopo l’asportazione del seno sinistro. Le era cresciuto il doppio di quello destro.”
“Oh Satana” vociò Lilith “questa storia ci regalerà soddisfazioni.”
Risate. Satana fece un cenno per riportare il silenzio e Paimon riprese a leggere.
“Il padre di Lucia, Don Evaristo Delgado, dopo averla violentata per una settimana si era confessato al prete locale. C’era qualcosa di anomalo nella sua furia sessuale. Non aveva mai violentato sua figlia per più di due giorni alla volta. E poiché l’asimmetria della mammella l’aveva in parti uguali intrigato e disturbato, sospettò che quel gonfiore fosse l’istigazione di lussuria venuta da Satana.”
Ci fu una tenue ovazione al sovrano che alzò le mani e sgranò gli occhi con fare innocente. Paimon continuò: “Don Evaristo era convinto che nella sua infinita lascivia, sua figlia avesse invocato Satana perché la rendesse più procace e più seducente. Dopo la confessione, la comunione, due Ave Maria e un Padre Nuestro, Don Evaristo tornò a casa accompagnato dal fido clérigo Padre Alfredo il quale, dopo attento studio visivo e tattile del denudato corpo della giovane e asimmetricamente procace Lucia, ne constatò l’evidente lussuria. Non avevo mai visto una tale prominenza in una figliola di questa età – disse quel bugiardo d’un prete – è certamente opera del Demonio! E così, dopo aver giaciuto con lei a riprova della straordinaria carica lussuriosa che emanava, la quale non poteva che essere di origine satanica e infernale, Padre Alfredo condusse personalmente Lucia presso i colleghi dell’Inquisizione. Con l’aiuto di Don Evaristo legò la fanciulla ancora nuda e sanguinante, insieme svuotarono un baule di vecchi abiti e ninnoli appartenuti alla madre di Don Evaristo, e lì vi collocarono Lucia. In pegno per il disperato tentativo di salvare sua figlia dalla dannazione, Don Evaristo donò a Padre Alfredo il diadema d’argento rinvenuto nel suddetto baule, custodito in previsione delle nozze di Lucia, e che recava una magnifica croce incastonata di perle. Purtroppo Lucia Delgado aveva scelto Satana e barattato il suo futuro per il desiderio lussurioso di quella mammella oscena. Che Don Evaristo fosse dannato se sua figlia meritava il diadema di quella santa donna di sua madre, ch’era stata tanto devota a Padre Alfredo”
“E non avete idea di quanto” disse Lilith suscitando una risatina nel pubblico.
“Lucia Delgado giunse dopo un viaggio di tre giorni a Villamayor de Gállego – non ci volevano tre giorni per arrivare a Villamayor, ma Padre Alfredo aveva altro da fare, come ogni buon uomo di Chiesa. Non essendo il diadema d’argento tanto prezioso da coprire le spese di vitto e alloggio del sant’uomo, non fino al più vicino Tribunale dell’Inquisizione, il clérigo conferì a due devoti credenti presso Villamayor il compito di officiare l’interrogatorio. Padre Alfredo assisté con pazienza, dandogli le giuste indicazioni. L’incontenibile influsso lussurioso della giovine aveva contagiato immediatamente i novelli officianti, a ulteriore conferma di quanto ella fosse corrotta. Lucia Delgado, nel mezzo delle percosse, ebbe l’ardire d’invocare il Signore Jesù Cristo, provocando l’ira del prelato che con un bastone le ruppe i denti, così che non insozzasse con la sua lercia bocca il nome di Cristo. La resistenza di Lucia Delgado era fuor da ogni logica umana, Padre Alfredo non aveva mai visto adulti sopportare una tale quantità di percosse senza perdere i sensi, il che forniva altra prova inequivocabile del sostegno di Satana al corpo della lussuriosa giovine. Ella, nell’infingarda possessione di Lucifero si mostrava come lupo in veste d’agnello, piangendo come quella bambina che aveva scelto di non essere più. Solo quando il dono di Satana, quell’osceno seno troppo cresciuto le fu strappato, ella parve arrendersi e confessare. Ma Padre Alfredo sapeva che il suo pentimento non era sincero. Benedì dunque la vasca dove si abbeveravano i cavalli e invocò Dio con tutto il fervore di cui era capace, e disse: oh Dio, se quest’anima è davvero pentita e degna di vivere ancora salvala, falle respirare il soffio della Verità che solo Tu conosci. Mentre Lucia veniva giudicata dall’acqua santa che le riempiva i polmoni, il clérigo nell’estremo tentativo di purificarla le impresse a fuoco il marchio della croce sulla nuca. E con l’ultima, definitiva prova della sua satanica impurezza, a contatto col fuoco purificatore della Croce, Lucia Delgado smise di agitarsi. Non era degna dell’amore di Dio, che la lasciò affogare nella vasca dei cavalli.”
Il satiro, al pronto cenno di Paimon prese la rincorsa e diede una testata al gong approntato in fondo al palcoscenico, dichiarando così la fine della storia.
Gli applausi si levarono scroscianti. Qualche bravo! risuonò dagli spalti e persino dall’esterno, ove i dèmoni di seconda classe si ammassavano e assistevano allo spettacolo dai loro schermetti portatili. Quando la prima ondata di applausi fu placata e una relativa calma era scesa sulla sala, Satana sbadigliò e disse: “Dio benedica l’Inquisizione Spagnola.”
L’ilarità rinfocolata esplose più forte di prima, come succedeva ogni volta che qualcuno pronunciava quella battuta – un sempreverde della Quaresima Infernale – capace di spandersi per l’Inferno tutto e far ribollire le urla orgasmiche dei dèmoni torturanti e quelle disperate dei torturati. In uno slancio di generosità Satana si alzò in piedi, vuotò il bicchiere a mezz’aria e la bolla di liquido s’ingrandì come una bolla, fluttuò al cospetto del satiro che per poco non cadde in ginocchio in preda all’adorazione. Il satiro aveva visto per primo il traslucido tesoro nella bolla, e quando la fece scoppiare con un lieve tocco della coda, sul palco apparve uno scricciolo di un metro e venti: un corpicino martoriato che una volta era stato umano. Lo squarcio che si apriva da sotto il collo e giù sino al ventre pareva un vestito strappato che le ricadeva sulla gamba, quasi a coprire pudicamente l’origine delle scie di sangue annerito, impresso sulle cosce e le caviglie come un tatuaggio. Gli occhi della creaturina erano lividi e socchiusi come quelli di un pugile a fine serata. La posa del corpo, rannicchiato e contorto, esponeva qua e là ossa e carne in putrefazione. Sulla bocca non c’erano più i denti e la mascella era storta. La metà superiore del corpo era pallida e rigonfia, madreperlacea e quasi trasparente.
“Signore e signori” disse Paimon con tono colmo di rispetto e quasi commosso all’indirizzo di Satana che aveva fatto loro quel dono “Lucia Delgado.”
Ci fu un caloroso applauso, e quando la bambina si girò, mostrando il marchio a fuoco della croce rovesciata sulla nuca, le fondamenta stesse dell’Inferno tremarono per gli applausi.
“Non capisco perché tante cerimonie” disse Samael, che aveva l’anima del guastafeste “non abbiamo nessun merito, era già così quando è arrivata.”
“Il merito va a un buon contratto” disse Satana puntando l’indice ammonitore alla folla e facendo sparire Lucia dal palco.
“Al miglior contratto!” disse l’Angelo della Morte alzando il calice che subito fiammeggiò, e subito divenne traboccante come quello di tutti gli astanti.
“La Pasqua è ancora lunga!” ululò Azazel vuotando il calice rovente.
“Altro giro, altra storia!” tuonò Baphomet ruttando al cielo.
“Datemi un numero! Un anno, un decennio, un secolo!” cantilenò Paimon scalciando il satiro che mescolava le carte.
“Chi ha il Carro? Lilith! Decennio? Venti! Saranno i ruggenti Anni Venti? Asmodeo ha l’Eremita, l’anno è il cinque! Venticinque, andiamo spediti. Primo, secondo o terzo millennio? Ora si fa interessante, la carta è il Diavolo! – applausi scrocianti – Il nostro jolly! Ci faccia l’onore Maestà, scelga lei per una volta, quale millennio?”
Satana era ricaduto sulla sua seggiola, la gamba sinistra sul bracciolo e la destra lungo distesa a farsi leccare dalle lingue dei cuccioli di Cerbero. Finse di non voler interferire col gioco ma era tutta scena. Alzò il pugno con fare teatrale. Indice. Medio. Anulare.
“Tre! Il terzo millennio! Questo vanifica il voto della carta del secolo, il Matto, in possesso di? Ovviamente il Duca Valefar, che a questo giro non gioca.”
“Ben ti sta” grugnì Pruflas all’orecchio del Duca, che lo ignorò.
“Duemilaventicinque” disse Paimon “un’ottima annata.”
Le assi sul palco tremarono, un monolite luminoso prese il posto del vecchio schedario. Lo schermo luminoso mandava un montaggio di pubblicità e notizie dal mondo. Paimon si affannò sul touch-screen, borbottando tra sé in imbarazzo. “Come funziona questa merda?”
“Aggiornati coglione!” gridò Belial dal pubblico.
Satana si alzò dal trono, indulgente, per venire in aiuto del conduttore. Paimon lo accolse con un inchino e invitò il pubblico all’applauso, scusandosi. “Dicono che sia uno strumento di Satana.”
Satana ridacchiò, un po' in imbarazzo poiché lui stesso non era abituato ai touch-screen. Sullo schermo partì la pubblicità di un campo di rieducazione sessuale nello Utah. Ci fu una risata di approvazione mentre una luminosa croce cristiana troneggiava sul numero di telefono da chiamare per informazioni.
“Come cazzo si toglie quest’affare?” bisbigliò Satana verso Lilith, che fece spallucce. Partì un montaggio di notizie dal mondo, un telegiornale in lingue sovrapposte, facce di leader mondiali e teatri di guerra, il pubblico esplose in ovazioni e fischi. Satana tornò a sedersi sul trono, Paimon rimase a guardare lo schermo in imbarazzo, le diavolerie tecnologiche azzeravano il suo charme da narratore. Un urlo canino sovrastò il chiasso del pubblico e del monolito elettronico, e mentre le notizie dal mondo continuavano a gracchiare imperterrite la folla infernale si zittì.
“Il campanello” disse Satana. L’irritazione sul suo volto fu solo passeggera. “Ho idea di sapere chi è.”
>>> continua
1: il cubo di LeMarchand è una scatola rompicapo che, una volta risolta, apre le porte dell’Inferno nella mitologia della saga cinematografica “Hellraiser”.
2: si lascia alla sensibilità del lettore la riflessione sulla presenza di Salomé all'Inferno, a seguito delle precedenti esternazioni di Jesù.