• Quinto Moro su FB

Stai leggendo: "Junkie '87 - L'ultimo giro in barca" di Quinto Moro

12. Epilogo

La moto di Sir Beronì s’era accesa subito, come avesse capito l’impellenza di Morgan, la necessità fisica di mettere chilometri tra sé e Virginia. Morgan non era abbastanza sobrio per guidare, così la moto lo cullò gentile tra le curve e i saliscendi della costa filando più silenziosa e fluida che mai. Anche il motoscafo s’era messo in moto al primo colpo, tuonando nel silenzio di quello scenario deserto che sembrava partecipare al lutto per il suo fallimento. Morgan uscì dal molo con calma, rispettando distanze e velocità, ma appena fuori sfrecciò dritto fra gli yacht ancorati nella baia, tra le loro luci e stereo accesi a tutto volume, con sagome di uomini e donne danzanti di gioia e sbornia sui ponti.

Morgan fissò la poltroncina bianca, la stessa in cui Virginia s’era stesa poche ore prima, col suo mini bikini e i capelli spanti, le gambe accavallate e sollevate, i piedi che si carezzavano l’un l’altro.

Morgan si staccò dalla colonnina del timone, lasciò la manetta inserita e sedette a sentire le scosse del motoscafo, il motore che urlava. Nelle sue orecchie il rumore crebbe. Di nuovo, la sirena del Junkers 87 gli riempì la testa e il respiro, e il contraccolpo dell’esplosione fu tanto duro da sbalzarlo in avanti, a sbattere la faccia sul volante del timone. Il motoscafo s’era fermato.

Morgan aveva sentito racconti di motoscafi ribaltati in acqua, o addirittura spezzati dalle onde, dagli scogli, o dall’impatto con una secca. Si arrampicò sul timone per guardarsi intorno. Il motore s’era spento in un grugnito metallico. Niente fumo, niente puzza. Morto e basta. Il gorgoglio sommesso come d’un tossico in overdose, ed allo stesso modo sorprendentemente rapido negli istanti tra la ribellione del corpo e la sua resa nel silenzio della morte.

Morgan si guardò intorno. La costa era lontana. Le luci sulla collina della baia brillavano chiare come le uniche stelle in un cielo altrimenti nero.

“No” disse. Un “no” deluso, triste, che alle sue stesse orecchie suonò come una resa. L’acqua era un vischio nero senza spuma, dai riflessi blandi e oleosi. Afferrò un remo per tastare il fondale e quello si piantò, ritto come un coltello nell’arroso. Provò a spingere e far leva ma la barca non si mosse. Era finito in una secca, ad una velocità tale che doveva averne arato venti o trenta metri. Immaginò le eliche spappolate. Ne aveva visti tanti varcare la soglia del cantiere, fuoribordo assassinati da vacanzieri inesperti. Morgan rimpianse ogni risatina coi colleghi mentre ammiravano quelle disgrazie altrui. Fece leva col remo per tirar su il motore ma quello se ne stava impastato a sabbia e sassi come un aratro. Morgan si levò i sandali e si buttò in acqua, cadendo a faccia in giù per l’eccessivo slancio. C’erano trenta centimetri d’acqua. Fece avanti e indietro sulla secca come un Cristo penitente e intristito, grattandosi la fronte cinta da una corona di cattivi pensieri. L’alcol era salito in circolo, ma il calore che gli investiva le membra niente poteva contro il gelo dell’acqua, e il sudore che gli copriva il corpo lo raffreddava nella brezza notturna.

L’acqua era gelida e presto non sentì più niente al di sotto delle ginocchia. Poco più in là, il riflesso delle ondicciole sembrava mostrare le microdune di sabbia. Era quasi una spiaggia, la fottuta secca del Mar Rosso. Così la chiamavano. Morgan non si capacitava d’esserci arrivato, gliel’avevano sempre raccontata ad una distanza inverosimile dalla costa. Le mareggiate invernali l’avrebbero smussata fin quasi a farla scomparire fino alla prossima primavera, quando onda su onda la risacca estiva l’avrebbe ricostruita in quella striscia degna di un atollo del Pacifico.

Era stato stupido. Non aveva mai navigato di notte, al massimo un’ora dopo il tramonto, ma mai nell’oscurità completa. Non aveva seguito i riferimenti delle boe accese, dei fari sui moli illuminati all’estremità dei promontori né aveva badato all’andirivieni del faro. S’era buttato a rosolare nell’umiliazione del rifiuto di Virginia tirando dritto come un adolescente indispettito.

Tornò sul motoscafo ch’era tutto un tremore. Si gelava. L’alcol in circolo aveva smesso di scaldarlo dal di dentro. Morgan.Ffizionò le caviglie con le mani e si accorse che stava imbarcando acqua. Non sarebbe affondato certo, ma il fondo doveva essersi spaccato al centro, aperto come un’albicocca matura. Morgan si cercò l’orologio al polso. Aveva smesso di portarlo da che si era disintossicato dall’eroina. Negli anni del delirio se lo torturava, consumando il cinturino di pelle con le unghie, che ne uscivano affilate come rasoi. Morgan strinse i pugni con la nostalgia per quelle unghie lunghe e taglienti. Avrebbe voluto conficcarle nei palmi e farseli sanguinare, sentire il sangue scorrere per sentirsi ancora vivo, come nelle crisi di astinenza, quando si sentiva morire. Non aveva mai pensato alle crisi in quel modo, ma erano state quelle i momenti in cui s’era sentito più vivo. Non gli orgasmi plurimi per via endovenosa, eteree carezze di un delirio extraterrestre. Era l’ansia dell’astinenza e del bisogno, il dolore allo stomaco, alle ossa, al torace. La nullità del pensiero al di fuori del bisogno. La bocca asciutta e il retrogusto di acidi gastrici e bile. La sensazione di vermi sotto i polpastrelli e sotto la lingua, di ratti rosicchianti sulle vene degli avambracci. Quel campionario di orrori era l’unica cosa reale, memorie del dolore fisico che riusciva ancora a leggere guardandosi dentro, dove non c’era nient’altro.

Ora le sue unghie erano corte, le aveva pulite e limate con cura prima di portare Virginia a cena, sperando di poter far scorrere le dita sul suo corpo senza lasciare graffi su quella pelle profumata e liscia. I graffi, sperava di doverseli prendere lui sopra e sotto le scapole, fin tra le costole, dentro a spremere i polmoni per respiri più forti, e il cuore a traboccare di una gioia destinata a restare un’illusione. Gli sarebbe piaciuto sentire il bruciore di quei graffi sotto la doccia, sulla camicia appiccicata nel sudore del lavoro che gli avrebbe restituito un’eco di piacere nel ricordo. Liberandosi la schiena a fine giornata, attraversando a petto nudo il cantiere, si sarebbe scambiato un’occhiata complice con qualche collega, magari sfoggiandole per far invidia alla figlia frigida del capo.

 

Morgan tirò su i piedi gelati, rannicchiandosi sulla poltroncina in finta pelle e picchiando il mento sulle ginocchia. Aveva paura a contare gli anni dall’ultima volta che l’aveva fatto. Il freddo lo terrorizzava. Quella notte di fine estate che aveva promesso d’essere la più calda, s’era svelata fredda come il cadavere del suo uccello raggrinzito. Lo stesso freddo sulla schiena nelle crisi di astinenza. A volte, nel letto, si lasciava schiacciare da troppe coperte. Preferiva sudare caldo, alzarsi la notte madido, farsi una doccia e guardare l’acqua scorrergli sugli avambracci in cui i vecchi buchi cominciavano a confondersi coi tanti nei. E a volte immaginava di afferrare il pelo al centro di un neo e tirando estrarre fili di nero catrame, come le nasse per le anguille, cacciando fuori tutte le scorie dell’eroina annidate tra i vasi sanguigni. Poi si prendeva a schiaffi, ché quelle visioni gli davano i brividi. Il rumore della sirena degli Stuka tedeschi gli saliva in testa e all’urlo del massimo punto di picchiata gli faceva fare uno scatto in tutto il corpo. Tornava a letto stordito e sfinito, allungava la mano verso il cassetto del comodino e tirava fuori uno specchietto da donna. Non ricordava più da dove venisse, forse era appartenuto a qualche ragazza della comunità, una delle volontarie, o una ragazzina tossica che s’era invaghita di lui. L’immagine cambiava ogni volta. Non doveva essere per forza reale. Nello specchietto cercava le sue pupille, e le misurava. Non troppo strette, non troppo larghe. Le zampette di gallina ai lati degli occhi gli ricordavano quanto era invecchiato, che era sopravvissuto ed era lì in quel momento.

Arenato nella secca e sotto gli schiaffi del maestrale, Morgan avrebbe voluto vedere la luna in vece del suo specchietto, ma quella stronza non era di turno. Si aspettava di vedere il cielo schiarire da un momento all’altro, ma pure la notte s’era arenata lì con lui. Il ricordo delle ultime ore lo torturava: aveva fatto di tutto perché la cena finisse prima delle undici, lanciando al maître le giuste frasi e occhiate perché i piatti fossero serviti senza lungaggini, così lui e Virginia fossero giunti in albergo al giusto punto di cottura dell’alcol nelle rispettive vene. Poi lei s’era fatta attendere, tra quella telefonata interminabile a una sua amica, il cocktail di gamberi e lo spumante assaggiati da solo fino allo spietato disinteresse per le sue avances. L’umiliazione, e la fuga da essa, così immeritata. Ma sapeva d’essere lui a non meritare Virginia.

Al molo, Morgan aveva scavalcato l’inferriata, il che gli fece ricordare un episodio dimenticato e lontanissimo nel tempo: scavalcava una recinzione durante l’addestramento militare, o era la fuga dopo aver rubato chissà cosa per pagarsi una dose. Preferiva il primo ricordo, benché non avesse mai finito il militare. L’avevano cacciato dalla caserma al quinto mese o giù di lì. Ricordava le marce, e il panico tra i commilitoni mentre la sirena del Junkers 87 Stuka picchiava sulla brigata sganciando le sue bombe. Poi si accorgeva che era tutta un’allucinazione, che non c’erano aerei nel cielo, e non si trovava neppure nel tempo giusto. Aveva visto gli Stuka picchiare nei filmati d’epoca alla cava, e sulle pagine dei libri illustrati al mercatino dell’usato anni dopo il congedo militare. Aveva almeno trent’anni nel 1987, quando li aveva sentiti e visti la prima volta. L’87 era anche il modello degli aerei. La coincidenza con l’anno era curiosa. Una cosa doveva essersi sovrapposta con l’altra. L’87 poteva essere l’anno di nascita di Virginia. Non le aveva chiesto l’età, o avrebbe dovuto svelare anche la sua, che lei non aveva chiesto. Capiva solo ora che l’assenza di quella domanda era un brutto segno.

“Ottantasette” disse Morgan massaggiandosi i piedi gelati con le mani. Aveva sognato di invecchiare. Il sogno s’era fatto incubo. Si convinse d’averlo sognato altre volte, o forse lo stava sognando in quel momento, ad occhi aperti. Vedeva la sua faccia raggrinzita dall’esterno, felice d’essere invecchiato prima, e triste per non esserlo davvero, solo abbruttito.

Faceva lo stesso sogno anche in comunità. Si sognava vecchio, e tutti i suoi colleghi tossici e supposti amici, pallidi dal fondo delle tombe, si complimentavano con lui per essere vissuto tanto a lungo. E mentre di giorno lottava per non farsi, la notte sognava le sue braccia come quelle d’un albero carico di pere. E sognava le siringhe che invece di spingere merda nel sangue risucchiavano dalle braccia con lo stesso suono di uno sciacquone. La fiala di ogni purga andava al suo posto in un frigorifero ordinato, con tutti i suoi buchi ordinati anno per anno. Fissava il frigorifero aperto come un televisore acceso, tappandosi le orecchie con le dita mentre le sirene della Luftwaffe irrompevano dalle finestre della cucina. Erano finestre dagli infissi di legno smaltato di bianco, con quadretti di vetro venti centimetri per dieci. L’esplosione faceva schizzare i vetri come sciami di vespe dritti alle sue braccia punteggiate, e mentre il rosso del sangue pulito grondava bagnandogli i piedi, lo schifo dell’eroina gli restava appiccicato, ballonzolando dai gomiti come lombrichi che lottavano per tornare nei campi arati dei suoi avambracci.

Morgan gridò, ma nel mezzo della secca del Mar Rosso nessuno l’avrebbe sentito urlare. E non voleva che lo trovassero lì. Non dopo aver preso un motoscafo senza permesso. Non dopo essersi fatto registrare dalle videocamere di sorveglianza. Dopo una sbronza che si annunciava colossale. Era uscito cozzando contro due o tre imbarcazioni.

Sir Beronì l’aveva accolto e trattato con dignità. Aveva appena dimostrato di non meritarselo. Non era stato in grado di gestire il rifiuto di una donna, fuggendo come un ragazzino arrabbiato, ubriacandosi e schiantando un motoscafo per danni pari a un anno di stipendio e forse più. Sir Beronì non l’avrebbe licenziato subito, non prima che avesse ripagato il danno.

Al sorgere del sole, al passaggio delle prime barche presso la secca, la sua posizione sarebbe stata segnalata. L’avrebbero trovato solo, e portato in salvo intirizzito e stanco. Nel frattempo qualcun altro avrebbe accompagnato Virginia all’aeroporto. La dinamica degli eventi sarebbe stata chiara a tutti. Sir Beronì, da uomo di mondo, avrebbe potuto perdonargli la scappatella in barca con una bella donna, ma non di trovarlo solo e ubriaco, schiantato in una secca dopo esser stato respinto. Ida la frigida l’avrebbe visto per quel perdente che era. Le ultime chance su di lei finivano quella notte.

Morgan starnutì. Una, tre, sei volte. Sentì il muco colargli dal naso e il respiro pesante. Non poteva sopportare lo scherno e la compassione dei colleghi, il disprezzo di Ida e il disappunto di Sir Beronì. Il cielo era nero e il maestrale soffiava senza tregua, rafforzandosi e crescendo da lontano, ululando come una sirena. Il cielo era nero ma Morgan riusciva quasi a vederne i contorni. Il rumore era chiaro, metallico, spietato. Tutt’intorno, nei riflessi dell’acqua nera, Morgan vedeva i volti terrorizzati sbiancati dalle esplosioni lontane. I volti erano grassi ed ingombranti in confronto ai corpi magri cui sembravano stare appesi. La sirena del Junkers 87 li fece scattare tutti in piedi, iniziarono a correre e tra i bagliori delle onde che esplodevano intorno si tuffarono per non riemergere.

Morgan si buttò in acqua, le ginocchia pestarono sul fondale di sabbia ma scattò in piedi e prese a correre tra i suoi fantasmi. La sirena dello Stuka crebbe, il motoscafo esplose alle sue spalle e nello spostamento d’aria fu sbalzato dove la secca finiva. Senza sabbia sotto i piedi nuotò come meglio poteva. Intorno a lui i fantasmi gorgogliavano annegando, e nel terrore di fare la stessa fine si dibatteva tra le urla dei bombardieri. Nuotò finché le braccia non si trasformarono in rigidi pezzi di legno martoriati dai crampi. Si tenne a galla a dorso, scalciando piano. Aveva le gambe raggelate e la tosse lo scuoteva, ma anche quel movimento scomposto bastava a muoverlo in avanti. Il mare era calmo, le onde non lo maltrattavano troppo.

Sentiva ancora il rumore dei bombardieri, ma era più lontano. Col buio, non lo vedevano più. Continuassero pure a sganciare bombe, le esplosioni sulle onde l’avrebbero spinto sempre più lontano dalla secca. E chissà se sarebbe riuscito ad arrivare all’isola. Forse s’era tuffato nella direzione giusta. Perché sì, c’era un’isola non lontana della secca del Mar Rosso. L’aveva vista solo da lontano, cerve volte in cui s’era ritrovato a fissare l’orizzonte malinconico, con la nostalgia d’una pera e la paura d’un bombardiere della Luftwaffe. L’orizzonte a volte si schiariva e lasciava intendere quella striscia di terra oltremare. Non ne conosceva neppure il nome, ma era reale. Doveva esserlo. L’aveva scorta dalla collina delle sue meditazioni, ma non era mai riuscito a vederlo nelle notti da solo, perché dall’altra parte non c’erano luci. Forse non c’erano edifici, né civiltà. Una volta arrivato non gli avrebbero chiesto da dove veniva, da cosa fosse scappato.

 Morgan aveva braccia e gambe intorpidite, ma ancora tremavano e si scuotevano, spingendolo un po’ più in là. C’era il vento ad aiutarlo, e le bombe degli Stuka 87 a spingere onde artificiali che gli coprivano il corpo ed gli facevano bere acqua. Ma si stava muovendo ancora. Sì, in direzione dell’isola. Forse ci sarebbe arrivato.

Fine.

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now