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Stai leggendo: "Junkie '87 - L'ultimo giro in barca" di Quinto Moro

9.

 

Alle cinque del pomeriggio s’era messo un vento freddo e Virginia s’era rivestita. Morgan la invitò per un altro giro in moto, raggiungendo il molo da cui telefonò a Sir Beronì che gli diede la sua benedizione: c’era una schiera di motoscafi tra cui scegliere. Il Sir lasciava i suoi dipendenti liberi di usarne alcuni, purché li mantenessero lindi e col pieno di gasolio. Morgan aveva lasciato Virginia a cavalcioni sulla moto, e aveva telefonato di nascosto per non dar l’idea di dover chiedere il permesso. Invitò la ragazza a seguirlo giù al molo e lei fu raggiante all’idea di un giro in barca.

Morgan sciolse la cima e accese il motore al primo colpo. Il sole fece capolino tra le nuvole e Virginia ne accolse l’invito spogliandosi per la seconda volta. Morgan finse di non guardare, concentrato sull’uscita dal molo. Fecero su e giù per la costa per un’ora e mezza. L’ora e mezza più lunga nella vita di Morgan che si divideva tra le occhiate alla ragazza stesa sulle poltroncine di finto cuoio bianco e le scie dei motoscafi che animavano il golfo. Ogni tanto Morgan rallentava per indicare il grosso yacht di uno sceicco, raccontando aneddoti un po’ veri un po’ inventati su quali barche fossero passate sotto le sue mani d’operaio, quali fantastici interni in mogano e poltrone in pelle nascondevano i ponti inferiori di questo o quel natante, e quanto erano ricchi i tizi che li guidavano. Gli occhi di Virginia brillavano ad ogni racconto, anche se dopo un po’ sembravano tutti uguali e si limitava ad annuire, con l’aria di chi sapesse benissimo di doversi sentire fortunata a frecciar loro accanto.

Virginia scattò un’infinita quantità di foto, agli yacht, a se stessa e al suo navigatore personale, ritratto in pose da lupo di mare, inquadrato dal basso verso l’alto con la camicia sbottonata, il timone in mano e lo sguardo all’orizzonte. Morgan aveva fermato il motoscafo in alto mare e avevano fatto il bagno nuotandosi intorno senza mai toccarsi, come in una danza di corteggiamento tra pesci tropicali.

 

10.

La cena era squisita. Si erano presentati in sei. Sir Beronì, vestito come un anziano vacanziere europeo alle bermuda, con omonimo calzoncino e camicia bianca sbottonata sul petto villoso su cui troneggiava il Cristo d’oro con schegge di brillanti sulla corona di spine. Il figlio prediletto Igor, con la moglie trofeo che raccontava sempre la stessa storia, di quando ventenne – un’era addietro – aveva partecipato a un concorso di Miss ed aveva perso in finale con la nipote del cugino del fratello dell’amico di uno degli organizzatori. E c’era Ida, che sembrava obbligata per contratto alla presenza in tutte le cene del padre, quasi una punizione per la sua zitellitudine avara di nipotini. C’era da stupirsi che non fosse obesa, anche se al confronto della silhouette di Virginia lo era.

Morgan e Virginia erano la coppia del giorno, si scambiavano assaggini da un piatto all’altro ad ogni portata, come novelli sposi.

La serata era corsa via piacevole. Tutti erano sembrati divertirsi, tranne Ida che preferiva scatenare le labbra in appassionati baci al bicchiere col lambrusco piuttosto che in battute e scherzi per unirsi all’allegria degli altri. Sir Beronì s’era lasciato sfuggire un paio di battute maliziose e un po’ sessiste, pur senza cattiveria, rivolte a Virginia, che le aveva accolte con sorrisi di finto imbarazzo, e rifugiandosi in occhiate al suo accompagnatore.

A metà del dessert, prima del caffè e dell’ammazzacaffè, Morgan si era alzato con la scusa di volersi rinfrescare, ché la serata era tiepida e metteva un velo di sudore sulle fronti dei commensali tutti, scaldate pure dal vino. Al momento del conto, per la prima volta in vita sua, Morgan poté farsi bello dicendo che era tutto pagato. La cena era costata metà del suo stipendio di un mese, ma la soddisfazione era stata enorme.

Virginia gli aveva regalato uno sguardo languido, Sir Beronì ch’era uomo di mondo non s’era mostrato sorpreso e anzi divertito da quel tentativo di far colpo. Igor che conosceva le finanze del buon Morgan parve sinceramente ammirato da quel gesto. Chi non voleva proprio accettare, dopo i rifiuti di circostanza rientrati di tutti gli altri, era Ida. Ida che aveva rifiutato gli inviti di Morgan a pranzo, cena e anche solo per un caffè. S’era alzata dalla tavola per andare a parlare col maître, il sommelier, due camerieri e il proprietario, affinché i soldi fossero restituiti a Morgan e messi sul conto di Sir Beronì. Ma nel corso della cena tutti avevano avuto modo di vedere Virginia e la luce negli occhi di Morgan, nessuno avrebbe voluto togliergli quella soddisfazione.

Ida era tornata al tavolo sconfitta, giusto in tempo per vedere la coppia del giorno alzarsi, data l’ora tarda – ma non così tanto – ché erano entrambi stanchi. Gli sguardi pieni di sottintesi di Sir Beronì e figlio parevano urla estatiche da giocatori di basket all’ultimo quarto, come se tutti si aspettassero da quell’avvizzito cinquantenne ex tossico il punto della vittoria.

11.

 

Dieci gradi di meno. Come minimo. Forse quindici. Venti, era più probabile. La differenza tra la temperatura dell’aria del caldo pomeriggio e quella notturna faceva pensare allo scoppio di una guerra atomica con inverno nucleare istantaneo.

L’aria marina era un turbine d’invisibili cristalli di ghiaccio, schegge pronte a cavare gli occhi di chi non aveva niente con cui coprirli. Tutta l’estate era morta poco dopo il tramonto, e se al villaggetto il suo tepore si trascinava nel via vai della gente, dei forni accesi nei ristoranti e nei motori delle auto degli ultimi vacanzieri, in mare aperto era giunto l’inverno.

Il dibattersi della chiglia sulle ondicciole, più forti mentre si allontanava dalla costa, mandava a conficcarsi sul petto di Morgan quegli spilli gelidi. E lui li voleva sentire, lasciando la camicia aperta sul torace rinsecchito. Quella schifosa camicia hawaiana che gli era costata un mese di stipendio. Una parte di quel freddo non era reale. Gli veniva su dalle mani, strette al timone cromato che aveva lucidato mille volte. Il motoscafo apparteneva a un vecchio cliente, uno che si faceva vivo solo due o tre volte l’anno. Era piccolo, rispetto alla flotta schierata nel molo di Sir Beronì. Morgan l’aveva scelto quasi senza pensarci quando solo poche ore prima aveva portato con sé Virginia. L’aveva guidato altre volte e l’aveva scelto per la sua agilità, per il rombo del motore che nonostante i modesti quaranta cavalli, aveva un suono pulito e una spinta gagliarda, che faceva puntare la chiglia al cielo mandando brividi alla minaccia d’un decollo.

Morgan aveva spinto in giù la manetta: velocità massima, senza scrupolo di prudenza. L’aveva lasciata inserita, afferrando con entrambe le mani la colonnina del timone che teneva fermo premendoci contro il ventre. Le luci che punteggiavano la costa erano rimaste indietro, restava solo la notte. Nubi invisibili coprivano il cielo nero da un lembo all’altro dell’orizzonte. Né luna né stelle. Solo velocità e vento, il su e giù dello scafo e le sue mascelle serrate sui denti in parte rifatti e in parte ancora marci, ché il dentista costava caro e non era ancora riuscito a rimettere in sesto tutta la bocca. Gli sembrava di vederle solo ora, le sfuggenti occhiate di Virginia quando lui le parlava, occhiate di velato disgusto verso i suoi denti storti.

Alla fine, Virginia l’aveva rifiutato.

Lui l’aveva accompagnata in albergo, dove dalle undici alle undici e mezza era rimasta al telefono con qualche sua amica, alternando frasi irritate a risatine isteriche. Morgan aveva fatto venire il servizio in camera per un cocktail di gamberi e una bottiglia di spumante. Aveva cercato di instaurare una conversazione leggera, ma lei se n’era uscita col volo di ritorno a casa l’indomani mattina alle otto, cui lui s’era pure offerto di accompagnarla. Le si era avvicinato, con gentilezza, ed impacciato, ché si rendeva conto solo ora di non saper approcciare una donna che non fosse strafatta. Per quanto Virginia fosse cotta dall’alcol, non aveva ceduto alle sue moine, e quando Morgan aveva provato a dirle quanto lei gli piacesse, aveva ottenuto solo una risata ed uno sguardo di commiserazione. Morgan aveva anche pensato di avventarsi su di lei e prenderla con la forza, ma subito s’era vergognato, e doppiamente umiliato a quel pensiero s’era gettato sul letto, col braccio dietro la nuca a fissare il soffitto. Il soffitto era stato intonacato da poco, da qualche muratore poco esperto che aveva lasciato quelle brutte onduline di calce, come gli strati ti stucco in una parete lacera. Anche la tinta era di tonalità di bianco diverso, che spiccava su quella vecchia ormai giallastra. Morgan se n’era rimasto lì sperando che Virginia rinsavisse, che il rifiuto fosse solo uno sbalzo d’umore, ma lei s’era messa a fissarlo come si fissa un ratto, pronta ad esplodere in un urlo di disgusto.

Morgan s’era alzato con calma, tentando l’ultima, disperata carezza, e lì aveva visto il lucido disprezzo negli occhi di lei. Uscì dalla stanza lasciando la porta aperta, sentì Virginia sbatterla alle sue spalle. S’era attardato al bar dell’albergo sperando di vederla tornar giù pentita. Aveva diluito i white russian con litri di acqua tonica, mettendo in fila i bicchieri coi loro bastoncini di vaniglia neri e profumati come i capelli di Virginia. Non s’era avvicinato abbastanza da annusarli e passarci in mezzo le dita, né sfiorare quel collo aristocratico e sottile. Si guardò le mani, le dita irruvidite dal lavoro al cantiere, torturate dai prodotti chimici e piagate nei calli. Mani che non avevano lavorato per anni ed avevano pagato lo scotto di colpo, deformandosi come non si era mai accorto. Mani che non erano adatte al corpo di una donna come Virginia.

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