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Stai leggendo: "Il bambino buio - Nerezza 4" di Quinto Moro

2. Un’avventura notturna
 

Mary s’era appisolata sul divano davanti alla tv, che però era spenta. La luce della cucina era accesa e proprio sotto il lampadario, seduto sul tavolo, il suo sgradito ospite. Mary si spaventò. Molti dei suoi incubi iniziavano a quel modo, con l’orrenda macchia nera che la inseguiva per affogarla col suo vischio, ma quand’ebbe capito d’essere sveglia riprese fiato. Non era comunque felice di ritrovarselo davanti in piena notte.

“Avevamo un accordo”

“E’ mezzanotte passata, oggi è sabato. L’accordo è scaduto.”

Lui era concentratissimo e tutto rannicchiato su se stesso. Dall’impasto di nerezza che gli grondava dalla fronte e quella affastellata sulle mani, Mary riconobbe il fumetto dell’Uomo Ragno.

“Chi ti ha dato il permesso di prenderlo?”

“Era nella spazzatura”

“Avanti, ridammelo”

“Perché? Tu non li leggi. Aspettavo da tanto un’altra storia con Venom, un giorno diventerò come lui”

“Lo sei già”

“Non è vero. Non sono forte come lui. Non sono nemmeno cattivo come lui, ti avrebbe già mangiata in un boccone”

“Non sei divertente”

“Neanche tu. Ci vorrebbe un mago per renderti divertente. Invece di Houdini dovrei diventare come Doctor Strange e farti un incantesimo”

“Ma Houdini era un vero mago”

“Non era un vero mago, era solo una persona vera”

“Certo, la magia non esiste”

“Però tu ci credi”

“Non ci credo”

“Bugiarda. Andiamo fuori a giocare?”

“Non è ora”

“Si che è ora! È buio, perciò è la mia ora, quando usciamo sennò?”

“Domani”

“È già domani, è sabato”

“Voglio dire domenica”

“Non mi freghi come le altre volte. Dici sempre sono stanca, devo lavorare domani e non facciamo mai niente”

“Ho bisogno di dormire. Domani, promesso”

“E domani e domani… andiamo a giocare adesso!”

Mary esitò quell’istante di troppo che significava resa. Non avrebbe ripreso sonno e quel bastardello poteva renderle la notte un inferno. Un poco aveva dormito, e aveva bisogno di svagarsi, anche solo una mezzora.

“Allora, dove vuoi andare?”

“Andiamo a massacrare qualcuno!” ruggì il bimbo saltando a piedi uniti sul tavolo, braccia al cielo e schizzi catramosi per tutta la cucina.

Mary si pulì due fili di vischio nero dagli occhi con un sospiro.

“Scusa! Non ti arrabbiare, mi faccio perdonare subito. Guarda cosa so fare!”

Il bimbo tese il braccio verso il frigorifero, uno scatto che parve prolungare l’arto e aprire lo sportello con uno schioccò. Ripeté poi il gesto per lanciare una lattina di birra tra le braccia di Mary che lo guardava sbalordita e un po’ disgustata, benché la lattina le fosse giunta in mano pulita e nient’affatto appiccicosa, così come la portiera del frigorifero su restavano lievissime tracce di nerezza.

“Come hai fatto?”

“Sto sviluppando i miei superpoteri!”

Mentre lo diceva, il bimbo si rannicchiò su se stesso ritirando dal pavimento e dal tavolo parte degli schizzi emanati qualche istante prima.

“Non hai visto com’era pulita la casa oggi?”

“In effetti”

“E anche ieri. Tu ti lamenti quando è tutto sporco ma non ci pensi agli sforzi che faccio io per rimettere a posto. Sto imparando a controllarmi”

Il bimbo assunse una faccia quasi umana. Assumeva contorni sorprendenti se ci si sforzava di guardarlo da vicino. Sembrava molto serio e corrucciato.

“Sono stato buono tutta la settimana. Me lo sono meritato questo sabato sera!”

“E va bene”

“Non bevi la tua birra?”

“Non posso guidare da ubriaca”

“E’ solo una birra, tu dici sempre così, poi la bevi sempre prima di un massacro”

“Non dobbiamo massacrare nessuno”

“Va bene va bene. Ma non vuoi festeggiare i miei superpoteri, e la casa più pulita di tutti i tempi?”

Mary si guardò intorno. C’erano chiazze e spruzzi neri un po’ ovunque, ma molti meno del solito, questo era vero. Fece schioccare la lattina di birra e la baciò per sorbirne la schiuma. Diede un lungo sorso e puntò il dito contro il bimbo.

“Se è così, dobbiamo uscire con l’invisibilità”

“Mischiati alla notte” disse lui, come un motto solenne o una formula magica “più neri del petrolio!”

Mary annuì e diede un’altra sorsata, inforcò la giacca e aprì il portone. Uscirono guardinghi. Il corridoio del condominio era lungo e vuoto. Metà degli appartamenti sfitti e metà delle luci spente. Il bimbo prese la rincorsa e, come surfando su di uno skate invisibile, percorse il corridoio come una scheggia. Insieme con la nerezza, dalle sue gambe si sprigionava un suono cartoonesco: swish!

“Buttati!” fece lui indicando la scia di nerezza dietro di sé.

“Sshhh” cercò di zittirlo Mary, camminando accanto alla scia di nerezza, poi cedette. C’era già riuscita due volte, a scivolare a quel modo. Cominciava a piacerle l’idea di far pratica, sia perché era divertente – ma non l’avrebbe mai ammesso davanti al bastardello – sia perché gestire il dannato vischio poteva evitarle futuri dolori al coccige. Mary si diede una spinta e schizzò lungo il corridoio finendo dritta addosso a lui, che scoppiò a ridere. Mary si fece conquistare da quella allegria, senza preoccuparsi dei vestiti inzaccherati ma il bimbo le posò una mano sul ventre e con l’altra le tappò la bocca. Mary cercò subito di levargliela con uno schiaffo, l’allegria era già svanita lasciando spazio all’orrore di quel contatto fisico.

“Aspetta! Guarda cosa riesco a fare”

La nerezza sparì dai vestiti di Mary, riassorbiti dalla mano del bimbo.

“Visto?”

Mary avrebbe voluto dargli poca importanza, ma cominciava a provare un certo affetto per quella cosa nera e viscida. Era cominciata da qualche tempo – da quando il ricatto dei fumetti l’aveva imbrigliato in comportamenti più gestibili e decenti. Il bimbo era l’unica presenza nella sua vita – le conoscenze del lavoro non contavano – e per quanta irritazione provasse a saperlo sguazzante in casa sua ogni giorno, senza di lui non l’aspettava nient’altro che un appartamento vuoto e muffito. Durante la settimana non lo calcolava nemmeno, non ne aveva il tempo e trovava sempre una ragione per evitarlo. Nel weekend – ogni fottuto, schifoso weekend – doveva fare i conti con quella presenza nella sua vita, come la malattia che torna alla mente solo nelle pause del lavoro. Il bimbo era la sua malattia. Il fastidio d’un taglio sulla pelle, un dolore zittito dagli impegni che riesplodeva non appena aveva due minuti per sé. Un’angoscia e un dolore. Un ospite, un parassita, o un simbionte come in quegli stupidi fumetti. Era spaventoso, innegabilmente. Ma stava lì. Ora stava correndo giù per le scale – diamine, perché non usare l’ascensore? – inzaccherando i muri giù fino al pianterreno e più giù, all’uscita del parcheggio.

“Tsh-tsh-tsh ah-ah-ah!”

“Smettila, potrebbero sentirti!”

“Non c’è nessuno. Stanno tutti dormendo”

“Dove sei?”

“In tutto il buio che vedi. Mua-ha-ha-aha!”

Il bimbo sbucò ai piedi di Mary che trattenne un urlo. S’era mimetizzato tra l’asfalto e le ombre e scoppiò a ridere per il suo spavento. Mary gli diede uno scappellotto imbrattandosi tutta la mano. Si mossero come agenti segreti ben addestrati fra le auto del parcheggio. C’erano le videocamere e toccava al bimbo sputacchiare la sua nerezza perché Mary salisse in macchina senz’esser vista. Il condominio non poteva permettersi certo una guardia davanti agli schermi ventiquattr’ore su ventiquattro, ma non potevano rischiare.

Mary pensò a come quelle uscite notturne si fossero moltiplicate negli ultimi mesi. Che lui si stesse facendo più insistente perché lei ci stava prendendo gusto? Mary lo guardò in posa – per quanto fosse difficile distinguerne una in quella sagoma informe – in attesa di un via libera per scattare verso l’auto. Corsero abbassandosi come sfuggendo a mille spie.

Il bimbo si schiantò di petto contro l’auto, prima sulla portiera poi sul paraurti posteriore e quello anteriore. Salì sul cofano e saltellò a piedi uniti fin sul parabrezza e il tettuccio, gettandosi a pesce morto come in una mossa di wrestling. Si rotolava sulle fiancate in gesti plateali e grotteschi, inzaccherando l’automobile di nerezza sino a farne un’ombra sfuggente. Quando il bimbo concluse la sua pantomima, le lampade del parcheggio non mandavano più nessun riflesso sulla carrozzeria. L’auto era scomparsa.

La sagoma del bimbo s’era ormai confusa col tozzo bitorzolo della Volkswagen di terza mano ridotta a un’ombra. Mary scorse un guizzo, forse un braccio, e lanciò in quella direzione le chiavi dell’auto che svanirono in un plop. Poco dopo la portiera si apriva lacerata dalle luci accese sul quadro e sul cruscotto. Mary sedette al posto di guida. Mise in moto e azionò i tergicristalli.

“Così togli tutta la copertura!” protestò il bimbo.

“Vuoi che andiamo a sbattere? Non ho i soldi per un meccanico”

“Se non ti decidi a prendere i soldi quando possiamo”

“Noi non rubiamo. Io non rubo, te l’ho già spiegato”

“Tutti i ladri del mondo mi vorrebbero come complice. Tu sprechi il mio talento!”

“Noi-non-rubiamo! È chiaro?”

Il bimbo scoppiò in una risata.

“Cos’accidenti ti prende?”

“Niente è chiaro” disse il bimbo mulinando il braccio nell’abitacolo, spruzzando lapilli neri su cruscotto e parabrezza “è tutto scuro!”

Mary riportò gli occhi sulla strada. Si ritrovò a soffocare una risata mentre sfilavano davanti a un posto di blocco della polizia. Erano invisibili e silenziosi, lanciati in un’altra notte a caccia di avventure, e Mary se lo sentiva, che sarebbero state cruente.

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