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Junkers Ju 87: bombardiere da picchiata in forza alla Luftwaffe, detto anche "Stuka"

Junkie: rottame, tossico, drogato (in gergo)

1. 

Fuori dalla finestra c’era il 1987. Oltre la finestra il mondo era un quadrettato azzurro di cielo e poco altro. Il poco altro del mondo di Morgan era il fianco molle e rosato della cava, scavata negli anni ’70 da mezzi la cui grandezza era impossibile immaginare per le ferite che avevano lasciato sul fianco della montagna. Doveva essere primavera, perché in cima si scorgeva una sottile cresta verde, prima di quell’insopportabile azzurro.

Morgan detestava l’azzurro. Era un colore imbroglione, così diceva quando gli capitava di parlarne intorno al tavolo della cuccagna, lasciando scorrere la lingua tra battute sporcaccione e cartine da leccare prima di far girare la canna.

Una volta, insieme a qualcun altro – chi, non avrebbe saputo dirlo – aveva provato a segare le sbarre da quella maledetta finestra, ché d’estate c’era chi non sopportava il caldo e voleva scavalcare, aggrappandosi alle sbarre come una scimmia e facendo versi animaleschi prima di crollare in preda ai finti orgasmi del trip. Morgan, da ubbidiente figlio di Mamma Ero, li guardava turbato e un po’ divertito dalla loro esaltazione. Non avrebbe saputo dire se a fare quella scenata era sempre lo stesso tizio, più di uno, o se fosse lui. Il fatto che ricordasse la scena dall’esterno, con l’agitarsi delle braccia e della schiena pelle e ossa stagliata sull’azzurro ritratto della finestra, non escludeva si trattasse di lui.

Morgan preferiva la tv in bianco e nero all’azzurro della finestra. Non c’era il telecomando, così doveva tenere il braccio teso per tutto il tempo. Il braccio nudo e punteggiato dagli aghi. Il braccio che d’inverno si faceva blu per il freddo, come se tutto l’inchiostro accumulato con le pere aspettasse mesi per spandersi sul resto del corpo, disegnando la sua cartina geografica di fiumi blu e rossi.

La tv aveva due piccole antenne telescopiche. Prendeva solo due canali, ma tanto bastava. Morgan voleva bene alla tv, e a tutti quelli che ci stavano dentro. Erano affabili, sorridenti, entusiasti come lui non era mai stato. Ma quel giorno del 1987 non c’erano ballerine o telequiz. Non c’erano le brutte notizie dei telegiornali o i sorrisi e i balletti degli spettacoli di varietà. Era un documentario sugli aerei. Gli piacevano gli aerei. Anche se non gli piaceva l’azzurro in cui si muovevano. Ma sullo schermo stava un cielo grigio, coi puntini e i graffi bianchi delle pellicole d’epoca. E gli aerei picchiavano con un urlo crescente. Non aveva mai sentito un suono simile. Fu una coincidenza, o forse no. Forse aveva scelto lui di svuotare la siringa come l’aereo svuotava il suo ventre sganciando bombe sui carri armati russi. E la botta arrivò insieme alla ferraglia già bruciante e alle sue vene già infiammate. Qualcuno gli disse che aveva cantato l’inno russo, e che sapeva parlare il tedesco e il francese quando l’eroina era di qualità migliore. Morgan rimase convinto di saper parlare il tedesco fino al 1989. Quando i telegiornali cominciarono a parlare della caduta del muro, si rese conto di non esserne più capace. E allora guardava fuori dalla finestra. L’azzurro non gli dava più fastidio come nel 1987. Lo sopportava aspettando di trovarci un aereo sfrecciare in alto. Gli aerei a reazione erano i suoi preferiti. Li additava come un bambino e correva a raccattare una siringa. Il suono riempiva il cielo cambiando colore, crescente in una botta calda, e con la bocca mimava il suono della sirena degli Stuka tedeschi.

In un freddo pomeriggio di dicembre del 1987, Morgan s’era perso nelle viscere del mercatino dell’usato, nelle sue stanze polverose e zeppe di cianfrusaglie. C’erano pile di fumetti rosicchiati dai ratti e interi scaffali straripanti di libri, e a volte colonne di libri che partivano da terra e salivano ad altezza d’uomo. Il personale era scarso, due ragazzine all’ingresso intente ad ascoltare trash pop e smaltarsi le unghie a vicenda. All’inizio aveva pensato di rubare qualcosa, ma era abbastanza lucido da rendersi conto che dai prezzi sulle etichette di qualsiasi cosa là intorno avrebbe dovuto svaligiare tutta la baracca per una coccola di Mamma Ero. S’era lasciato affascinare dai libri illustrati, prima quelli coi serpenti, che gli misero una paura fottuta e gli avrebbero riempito qualche incubo post trip. Poi sfogliò libri e libri sui cani, tanto da fargli desiderare di comprarne uno, ma più stava lì e più pensava di tornare a casa dai suoi, raccattare tutto quel che poteva ancora starci e rivenderselo. Non che gli fosse rimasto molto, nel 1987 non aveva più contatti con mezzo parente da un numero indefinito di anni. Prima pensò di comprarsi un cane per avere un impegno fisso, qualcosa cui voler bene più che a se stesso, cosa che gli avrebbe reso più facile disintossicarsi. Ma si conosceva, avrebbe finito per strangolare la bestia come il cuscino nelle crisi di astinenza, inzuppandolo col suo sudore, sfregandoselo addosso nel vano tentativo di scaldarsi. Così avrebbe puzzato anche di cane, che era l’ultimo odore nel poco edificante campionario che si portava appresso. E un giorno avrebbe finito per vendersi anche la bestiola, e quando se ne fosse reso conto si sarebbe fatto lo schifo sufficiente a farla finita una volta per tutte. Sì perché nel 1987 c’erano stati abbastanza morti per le pere tossiche, e lui era abbastanza raggrinzito e disgustato da non vedere altra soluzione che l’overdose. Era arrivato a farsi le dosi che avrebbero ucciso un bue, ma il suo corpo aveva resistito.

Quel pomeriggio di dicembre del 1987 fu un momento di veglia nella lunga notte della dipendenza. S’era accoccolato infine con un libro di aeroplani aperto tra le gambe intrecciate. Passò le ore a scorrere le foto e i nomi, fino al Junkers Ju 87, alias Stuka, il bombardiere da picchiata della Luftwaffe. Il suono della sua sirena era leggendario, e mentre leggeva la didascalia le sue orecchie si riempirono del suono udito solo qualche tempo prima nel documentario in tv. Il suono era nitido e chiaro come lo sentisse in quel momento, come se alzando la testa verso gli ultimi fasci di luce del pomeriggio morente, attraverso quel finestrino sul muro dall’altra parte della stanza, potesse vederne la picchiata. La linea dell’aereo era netta, nera, e al crescere della picchiata cresceva la forma delle ali, che si facevano più tozze, ingrassando sino a trasformarsi nel bastone che gli colpiva in pieno la faccia.

Nonostante quell’incidente, Morgan riuscì a diventare un buon cliente del mercatino. Benché il proprietario sbraitasse di non volere tossici nel suo negozio, aveva imparato ad apprezzarne la disperazione. Morgan per primo cominciò a portargli tutte le sue vecchie cianfrusaglie, scatole di giocattoli, libri e fumetti, vestiti. A volte, quando le commesse contavano la sua roba e ci mettevano i cartellini col prezzo, Morgan aveva il tempo di ripensare a brandelli della sua infanzia. Non sapeva fin dove fossero reali, ma si disse che non era stata una brutta infanzia. Gli scatoloni erano pieni di giocattoli e vestiti di marca, alcuni ancora nuovissimi.

Benché il mercatino non fosse l’ideale per le esigenze di un tossico, ché la roba gli veniva pagata solo al venduto e non alla consegna come da un ricettatore, si affezionò al posto. Poteva ciondolare per gli scaffali in cerca dei suoi vecchi giocattoli, provando a regalare chi e quando glieli avesse regalati, e se ci aveva mai giocato.

Il mercatino divenne il suo posto preferito dell’inverno 1987. Non gli dava il disgusto del centro commerciale, coi suoi corridoi lastricati di scatole colorate piene di facce felici, che stonavano coi suoi vestiti logori e sporchi. Al mercatino dell’usato c’era roba vecchia e consumata, che puzzava di soffitta, di muffa, di polvere. Odori in cui Morgan si poteva confondere senza farsi troppo schifo, prima o dopo una pera. Tornava sempre a sedersi tra gli scaffali della libreria, aveva messo il libro sugli aerei in un punto strategico, nascosto alla vista per evitare che qualcuno lo comprasse. A volte ripassava il contorno degli aeroplani e sognava di prenderne uno. Non aveva mai volato. Non per davvero. E a volte stava a fissare il paginone centrale col Junkers 87 della Luftwaffe, sentendo il rumore della sua sirena prima del bombardamento in picchiata, alzando d’istinto il braccio per proteggersi dallo schianto ma non succedeva nulla.

Poi aveva smesso di guardare quel libro. Aveva scoperto le cassette di legno – le stesse che si usavano per la frutta – zeppe di riviste porno, e s’era appassionato a quei corpi nudi, a quelle ragazze ammiccanti che gli risvegliavano istinti lontani un decennio, nell’adolescenza pre-dipendenza. Così aveva timidamente riscoperto l’interesse per le forme femminili, e s’era messo a guardare con occhi diversi le due ragazze al bancone che ascoltavano musica trash pop e si smaltavano le unghie a vicenda. Con fare scientifico aveva cercato di incastrare le sue pere in un’ipotetica agenda di tempi da rispettare, per poter arrivare in uno stato decente all’apertura del mercatino alle quattro e mezza. Si sforzava di trovare argomenti di conversazione, spendendo una parte del budget per l’eroina in articoli a basso costo, solo per avere occasione di scambiare qualche parola alla cassa. Ma la più grande delle due ragazze aveva capito la manfrina, così era ricomparso il bastone del titolare – forse padre di una o di entrambe le ragazze – e Morgan aveva rinunciato al mercatino dell’usato. Non prima di aver strappato dal libro degli aeroplani la pagina del Junker JU 87 Stuka della Luftwaffe, il cui suono gli sembrava ancora così nitido. Era diventato il suono di suo padre che lo colpiva, dopo che aveva frugato nella borsa di sua madre per pagarsi un’altra dose. Il suono dell’orgasmo chimico che seguiva il buco, della mazza del padrone del mercatino che lo cacciava, della parabola prima dello schianto alla perdita di equilibrio camminando per strada. Era diventato il suono dell’angoscia, dell’inafferrabile, dell’ineluttabilità di un Dio nascosto dietro a un urlo meccanico e animale.

In un pomeriggio primaverile del 1988, alla casetta della cava, era arrivato un tipo coperto di tatuaggi. Morgan decise che doveva esserseli fatti lui, così lo pagò per fargliene uno. In cambio delle sue dosi di una settimana si fece tatuare il Junkers 87 della Luftwaffe in mezzo al torace, che puntava dritto al suo collo, così da poterlo vedere abbassando lo sguardo sul petto.

Il tatuatore usò l’ago di una siringa e l’inchiostro di una Bic rossa facendogli uno scarabocchio molto più simile a uno Zero giapponese che a uno Stuka tedesco. Ma Morgan gliene fu comunque grato, nonostante le crisi di astinenza che seguirono. Tutte avevano il suono della sirena dello Stuka.

 

2.

 

Cinquantuno anni. Ce n’era voluto di tempo ma finalmente le cose cominciavano a girare. Cinquantuno. Morgan li aveva compiuti da due settimane e d’improvviso si sentiva giovane. Non lo era mai stato davvero. L’infanzia era finita a quattordici anni, l’adolescenza saltata a piè pari da un gioco con la corda al primo ago in vena. Morgan aveva fatto parte di quella generazione di figli dei figli dei fiori anni ’60, tossici negli ’80 e morti nei ’90. Solo che lui non era morto. I suoi compagni di scuola erano tutti morti, o così pensava. Aveva abbandonato le scuole medie al secondo anno. Diceva così il suo migliore amico di allora: la strada è la tua scuola, la strada t’insegna tutto quello che devi sapere nella vita. Una scuola che non insegnava a non dimenticare i nomi degli amici. Quando i primi avevano iniziato a morire di overdose, Morgan era nel pieno della sua vuotezza. Nel 1987 aveva dimenticato il nome di sua madre, che l’aveva fatto crescere sano e forte, tanto che neanche la magrezza e i morsi più affamati della dipendenza l’avevano spezzato.

A venticinque anni, Morgan aveva perso tutti i denti. Nei lunghi pomeriggi alla cava, nello stanzino arredato con tappeti per materassi e cassette di birra per tavolini, tra una dose e un varietà in bianco e nero sul tv 14 pollici si nutriva di succhi di frutta e omogeneizzati per bambini. Doveva essere costoso crescere dei figli, pensava, gli omogeneizzati erano cari. Mai quanto l’eroina. Per qualche tempo, il tatuatore aveva lavorato in un supermercato e rubava pacchi di omogeneizzati e biscotti per bambini. Morgan lo ripagava con la sua abilità di rolla spinelli.

A Morgan restavano pochi ricordi di quegli anni. A volte li immaginava solo come una lunga settimana di malattia, o la picchiata rapida di un Junkers. Una picchiata lunga diciassette anni. Aveva visto generazioni di tossici dormirgli accanto nello stanzino della cava. C’era stato perfino il figlio di uno dei vecchi minatori, quelli che avevano perso il lavoro quando la cava era stata abbandonata. Certe notti, quando sognava lo Stuka picchiare col suo rombo inesorabile, inchiodato sotto il tiro delle bombe, gli sembrava di scorgere il volto di quel ragazzino dietro il parabrezza dell’aereo. A volte si svegliava di soprassalto, sudato e coi dolori allo stomaco delle crisi d’astinenza. Altre volte invece, gli sembrava di sentire nell’esplosione la botta dell’eroina, come gli orgasmi da polluzione notturna della pubertà. Orgasmi secchi, ché il suo fisico rinsecchito somigliava a uno spiedino sotto sale.

Morgan non era più capace di distinguere chiaramente tra i ricordi. L’infanzia, sepolta a fondo, doveva ancora essere intatta, ma somigliava più ad una scatola di ricordi che non voleva aprire per la troppa paura che non fossero finiti in polvere. Aveva ricordi sparsi delle prime sbronze e dei primi spinelli. Il primo buco non l’aveva dimenticato purtroppo, né la prima sniffata di cocaina. Uno dei suoi ultimi colleghi di pere alla cava – uno che aveva quasi ammazzato nel corso di una lite – gli aveva fatto lunghi discorsi molto professionali e credibili sui feedback del cervello alle belle sensazioni della droga. Il tizio era un appassionato di computer, un programmatore cocainomane morto nel 1995 in preda alla febbre da Windows. Il tizio aveva portato alla cava uno dei primi laptop apparsi sul mercato. Il che era costato a tutti interrogatori e uno sgombero forzato, ché l’aveva rubato da un negozio d’informatica in città. Morgan non ne era sicuro, ma il fatto che avesse attirato sul rifugio della cava poteva entrarci col suo tentativo di strangolarlo. Quello o un altro screzio. Era l’unico che ricordava chiaramente, forse perché il tizio – di cui non ricordava il nome – era morto poco dopo. Non per mano sua, e questo era già tanto. Morgan era stato pure indagato per l’omicidio, ma il tizio era morto di overdose.

Morgan era stato al funerale di molti, ma meno della metà di quanti aveva visto morire. Della sua generazione restavano in pochi ancora vivi, e i sopravvissuti avevano lasciato tutti la città. Mettere una ragionevole quantità di chilometri tra sé e i luoghi e i volti degli anni vuoti era valso più d’ogni altra terapia.

Il metadone era di certo un’invenzione più utile di qualsiasi sistema operativo dagli infissi colorati. Senza, Morgan era certo non avrebbe mai smesso. Continuava a prenderlo e a fumare uno spinello ogni tanto, ma ormai aveva sostituito con l’alcol e il porno le vecchie dipendenze.

Il cugino di Morgan – se poi lo era davvero, ché non ricordava d’averlo mai conosciuto – s’era preso la briga di trovargli un lavoro al cantiere nautico di Sir Beronì, un settantenne facoltoso che non si faceva problemi ad assumere ex galeotti o ex tossici.  E non era per la manodopera a basso costo, o almeno non solo. No, Sir Beronì s’era voluto scrollare di dosso il classismo di famiglia, ché suo padre era stato dalla parte sbagliata della Seconda Guerra Mondiale, coi suoi denari che crescevano accompagnati al suono sinistro degli Stuka 87.

Sir Beronì non era certo un baronetto inglese, anzi era uomo assai grezzo e volgare. Il nomignolo di “Sir” gliel’avevano appioppato come sfottò, quando s’era fatto ritto negli anni del boom economico, restituendo ricchezza e fama al suo nome a cavallo degli anni ’80. Morgan non poteva fare a meno di pensare che mentre lui se ne stava a godere orgasmi chimici un tot di centilitri alla volta, quell’uomo sfornasse le più belle e lussuose barche che ancora scorrazzavano per la costa, pilotate dai servi di magnati del petrolio e industriali del nuovo millennio.

Sir Beronì era uomo di mondo, l’accento sulla ì che faceva tanto francese stonava ulteriormente col personaggio, ma sapeva spandere un calore umano che lasciava spiazzati. Aveva preso Morgan in simpatia, come faceva un po’ con tutti i dipendenti ai primi tempi.

Prima del cantiere navale Morgan non aveva mai lavorato, non più di due settimane nello stesso posto per pagarsi un weekend di sozzura tra il sonnolento abbraccio di Mamma Ero e gli ottovolanti umorali della coca. All’inizio non pensava che quel lavoro potesse durare più di qualche settimana, e che l’ennesima ripulita post comunità sarebbe stata temporanea come tutte le altre. Non lo era stata. Morgan non se lo spiegava, ma doveva essere stato il cantiere. Quel grande spiazzo coperto di ghiaia bianca e brillante come sale, che crocchiava sotto i piedi con quel suono così caratteristico. Non era come camminare per strada, coi passi che quasi non si sentono. Camminare sulla ghiaia faceva rumore, e ti faceva sentire che stavi camminando davvero. Il rumore dei passi era il rumore dell’esistenza. Quando si faceva, e ciondolava intorno alla cava, coi sentieri rocciosi coperti di muschio che attutiva i passi, sentiva una vena di disperazione. Come quando tra i marciapiedi della città non sentiva il rumore dei clacson e rumori gorgoglianti, e la gente sui marciapiedi gli dava l’idea d’una distesa di fantasmi muti e silenziosi. Contrariamente agli altri tossici, accoglieva quasi con ansia le sirene degli sbirri, che crescevano come nelle picchiate degli Junkers 87. Ma contrariamente agli Stuka non avevano niente da sganciare, solo l’indifferenza che si lasciavano dietro passando oltre, ignorandolo.

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