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Stai leggendo: "Junkie '87 - L'ultimo giro in barca" di Quinto Moro

3. 

Il cantiere era un bel posto, circondato tutt’intorno dagli scheletri di barche nuove e vecchie, di legno e di resina. Le linee degli yacht parcheggiati al sole in attesa d’essere consegnati gli accarezzavano lo sguardo con la loro eleganza. I primi giorni ne accarezzava la chiglia liscia con un misto di timore e ammirazione. Il lavoro era duro. Il suo fisico scheletrico, con la muscolatura avvizzita e il fiato corto rendevano ogni sforzo immane, ma guardarsi intorno lo rinfrancava. Per i primi mesi aveva continuato a pensare all’eroina, l’avrebbe aiutato a combattere l’ansia di perdere il lavoro, ma quell’ansia era una novità, perché non gli era mai importato di tenersi un lavoro. Era stato iroso e scostante da giovane, sembrava rendersene conto solo ora. L’apatia cui l’aveva rieducato Mamma Ero, al netto della dipendenza fisica, aveva smorzato gli spigoli del suo carattere.

Un giorno, Sir Beronì s’era stufato di vederlo arrivare al cantiere in ritardo e l’aveva mandato a chiamare. Il suo ufficio una specie di sala giochi, con un vecchio flipper a gettoni, disegni di palme alle pareti, separé e soffici poltrone dagli ampi cuscini bianchi e rossi, e un megaschermo con la paytv che trasmetteva video musicali, spogliarelli e softporn per la maggior parte del tempo. Per Morgan, la tv a colori restava un’invenzione fantastica, da restare incantati a guardarla, ma non riusciva a farlo per più di cinque minuti alla volta. La pubblicità gli dava ansia. I brevi intermezzi che staccavano da una scena all’altra potevano contenere qualsiasi cosa, con la sirena dei Junkers 87 sempre in agguato.

La scrivania di Sir Beronì era una prosecuzione dell’angolo bar, con liquori d’ogni genere e provenienza. La porta e le finestre erano sempre aperte, sulle tendine svolazzanti erano cucite le silhouette di danzatrici nere con fiori gialli sui seni. Una lampada moschicida sfrigolava ritmando il ronzio in sottofondo della macchina del ghiaccio sul loggiato, più rumorosa della tv. Sir Beronì l’aveva invitato a sedersi e Morgan aveva obbedito rannicchiandosi in una poltrona, ignorando le ragazze che danzavano a seno nudo sul megaschermo.

“Dì un po’, sarai mica frocio te?” gli aveva detto scrutandolo fitto. Morgan non aveva capito la domanda. Sir Beronì gli aveva lanciato il telecomando. “Se cerchi ci dev’essere pure qualche canale coi maschi, bianchi o negri come ti pare”

Morgan si rigirò il telecomando tra le mani come avesse a che fare con un oggetto alieno, poi capì che Sir Beronì alludeva alle ragazze sullo schermo. Le aveva viste ma per la prima volta si rendeva conto d’aver paura d’essere licenziato. Disse la tv andava bene così, quasi con timidezza che fece sorridere il vecchio. Sir Beronì era grasso, vestiva sempre in bermuda e camicia. Ne cambiava una non appena si sudava, perciò dalle dieci alle venti volte al giorno. Aveva una zazzera di capelli ricci, sopracciglia da satiro folte e arricciate e il naso aquilino. Le labbra sottili quasi inesistenti non sembravano muoversi quando parlava, ed era sempre rasato di tutto punto, mai un filo di barba. Se la faceva anche due volte al giorno. Sembrava uno di quegli anziani vacanzieri da spiaggia esotica, passava metà del tempo a bere e l’altra metà al telefono coi suoi clienti o coi suoi amici, e gli uni si confondevano con gli altri.

“Guarda che non ho niente contro i froci io. Sapessi quanti amici ho che sono froci, pure sposati.”

Morgan si limitò a scuotere la testa, lasciandosi ipnotizzare dai glutei vibranti della spogliarellista dalla pelle color caramello.

“Ho capito” disse Sir Beronì come un nonno premuroso “ma ché ti sei messo in testa che ti voglio licenziare? Hai una faccia. Lo sai perché ti ho fatto venire”

“Perché arrivo sempre in ritardo” aveva detto in fretta Morgan.

“Ecco, appunto. Ma se invece di venirtene in bicicletta dal paese fino a qui, restassi a dormire al magazzino, alle sette di mattina hop! giù dal letto e al lavoro. Guarda che c’è tutto al magazzino, c’è la stanza col letto e un cesso tutto tuo. Ce l’hanno pure altri due dipendenti, dall’altra parte del cantiere, non te le hanno mai mostrate? Tu puoi stare in quello del magazzino dei gommoni. Se me lo chiedevi prima t’eri già sistemato.”

Sir Beronì gli lanciò un mazzo di chiavi con attaccato un pon-pon giallo canarino, poi il telefono squillò e tornò ai suoi affari, lasciandolo lì a riprendersi dal trauma, con le danzatrici che ammiccavano allungando le mani per accarezzarlo. Partì una pubblicità di whisky ed una di coltelli da cucina. Morgan uscì fuori a scrutare il cielo. Pulito e senza nubi. Senza aerei tedeschi.

L’ansia di quel giorno fu la migliore mai provata. Voleva restare lì, e lavorare. Vedere le barche nascere dal nulla, da barattoli di resina e rotoli di fibra di vetro fissati strato su strato, modellati da mani sapienti e allisciati con la lucidatrice.

 

4.

 

Morgan aveva guadagnato abbastanza da potersi permettere una dentiera per un sorriso nuovo di zecca, un guardaroba decente e una moto. Una moto. Un sogno di adolescenza rimasto un miraggio per quarant’anni. A volte provava a fare il conto dei soldi che s’era bevuto, fumato e buttato in vena e immaginava le moto che avrebbe potuto comprarsi. Ma il prossimo passo da fare era comprarsi una barca, passare da dipendente a cliente di Sir Beronì, commissionare anche solo un gommone da dieci metri e aiutare a costruirlo, sovrintendendo al lavoro dei colleghi, bramando il momento in cui il capo gli avrebbe consegnato le chiavi.

Sir Beronì aveva il suo molo privato, con file e file di barche ormeggiate. Ce n’era d’ogni misura, da cinque a cinquanta metri. Ormai Morgan era un dipendente fidato e Sir Beronì s’era preso la briga di insegnargli a navigare. La prima lezione era l’uscita dal molo, facendo manovra senza toccare le barche vicine, e ormeggiare allo stesso modo. Dopo le prime lezioni, Morgan aveva iniziato a portare una bandana nera con piccoli teschi bianchi e gialli, ma in un’intera giornata di lavoro non l’avrebbe inzuppata di sudore come in quelle manovre. La ricompensa valeva lo sforzo. Uscire in mare, scorrazzando per le baie che si svelavano tra le colline verdeggianti di macchia mediterranea, alberi di ginepro e pini, con le villette dei ricconi affacciate sul mare e yacht ancorati al largo dava un senso di paradiso in terra.

Sir Beronì, benché fosse ormai un pasciuto benestante, manteneva un amore verace per le sue barche, un amore che non differiva tra il più grosso e lussuoso yacht e il gommone da gita di famiglia per il borghese medio. Gli piaceva mettersi alla guida degli uni e degli altri, mostrandoli ai clienti con la stessa soddisfazione negli occhi e nel cuore, vantandone le linee e la scorrevolezza sull’acqua come un papà fiero. Perciò esigeva lo stesso rispetto dai dipendenti per ogni barca.

“Una barca è come una donna” diceva Sir Beronì a Morgan. Usava lo stesso paragone per un sacco di cose: per un cocktail al giusto tasso alcolico, per una macchina sportiva, per una trattativa all’ultimo sangue con un cliente difficile o un rivale in affari. Usava la stessa formula a seconda del ruolo che questo o quel dipendente – l’operaio di cantiere piuttosto che il ragioniere – aveva nell’azienda. Per Sir Beronì tutto era paragonabile a una donna.

“Una barca è come una donna. Devi essere attento e gentile quando la porti fuori, e quando arrivi in mare aperto lasciarla galoppare con la fantasia sulle onde. Devi sapere come e quando spingere sull’acceleratore per godertela al meglio, ed essere dolce e cauto quando la riconduci in porto. Quando il tempo peggiora non devi farla sbatacchiare dalle onde, e con lei devi evitare gli ostacoli, gli scogli e le secche. Quando poi ti sposi, il matrimonio è tutta una secca.” Risata. “Ma te ne stai lì con la tua barca in mezzo al mare, non puoi più andare a sbirciare in mezzo alle gambe delle calette di cui ti parlano i nuovi marinai, ma pensi che stai contento pure lì, anche se sai che non andrai più da nessun’altra parte.”

Sir Beronì sfoggiava un’insospettabile vena poetica quando stava al timone. Il suo linguaggio era diverso a terra, tra le mura di casa e del cantiere, tra i bar e i ristoranti dove non mancava di fare sfoggio della sua ricchezza con l’atteggiamento da gradasso del povero arricchito. Non che Morgan ne avesse conosciuti tanti, ma intorno al Sir ce n’erano altri come lui, tutti pronti a far sfoggio dei denari guadagnati in un’escalation d’inviti a cena, gite in barca, ed orge di cui Morgan aveva solo sentito parlare. I ricchi di famiglia, quelli di lungo corso, che davano per scontato il portafogli gonfio ne spendevano in uguali quantità, ma c’era qualcosa di diverso nel modo, nella noncuranza con cui riuscivano a farlo. C’era però qualcosa che rendeva Sir Beronì pari nello spirito, se non superiore pure ai riccastri autentici, e che si manifestava solo quando guidava una barca. Schiaffeggiato dal vento e avvolto nel vuoto del mare aperto il Sir si scrollava di dosso la corazza d’uomo di mondo per ritornare il ragazzino innamorato del mare.

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