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Stai leggendo: "Nerezza 2" di Quinto Moro

4.

Quand’ero molto piccolo, avrò avuto quattro anni, mio padre portò a casa una bomboletta spray. Era l’oggetto più vicino ad una bacchetta magica, o così mi piace ricordare. Ricordo il tintinnio metallico mentre l’agitava prima di spruzzare. Non ci fu un’esplosione di colori ma una nuvoletta nera avvoltolata su se stessa, uno spiritello scuro schiaffato sul muro come messo in punizione. Da quel giorno la macchia nera mi avrebbe perseguitato. La guardavo da lontano con sospetto, fino al giorno in l’imbiancata generale della casa dentro e fuori, pareti del cortile incluse, l’avrebbe nascosta.

La notte mi capitava di sognare i ragni e i serpenti venir fuori dalla breccia custodita da quello spiritello nero. Sognavo di uccidere i primi – i ragni – a colpi di martello, facendoli esplodere con schizzi di maionese e ketchup, e tagliando i serpenti col coltello. A volte la macchia nera si limitava a staccarsi dal muro e inseguirmi per tutto il cortile, fin dentro casa, passando attraverso le porte di legno e vetro smerigliato. La nerezza indiavolata faceva sbattere gli sportelli degli armadi, schizzare impasti di stoffa e cacciare melma dai cassetti. Andava avanti finché non mi svegliavo, e accendevo la luce picchiandomi sulle mani, sulla faccia e le labbra per paura che quella patina d’oscurità mi fosse rimasta appiccicata addosso.

Anche quando la macchia smise di fare irruzione nei miei incubi, mi vomitava addosso cose orribili. Rendeva più lunghi i miei pomeriggi e interminabili le notti fra la seconda e la quarta elementare. Servì a forgiare il mio carattere, addestrare il subconscio a difendersi dai sogni violenti, cosa che avvenne di pari passo con la scoperta degli attrezzi nello sgabuzzino di mio padre. Immaginavo per ciascuno gli usi più creativi per difendermi dai mostri. I miei attrezzi preferiti erano le pinze, con cui poter afferrare gli spiriti ed immobilizzarli. Se volevano sfuggire alla morsa dovevano farsi a brandelli da sé, lasciando indietro parti liquide dei loro corpi viscosi. La perdita di materia li rendeva più piccoli e deboli, meno spaventosi.

Avevo imparato a giocare con gli incubi, ad ammaestrarli evocando nei sogni trapani, martelli, cacciaviti, seghetti e pinze d’ogni forma e misura. Almeno fino alla prima notte condivisa col pianoforte.

La cameretta era troppo piccola per dare al nobile oggetto il giusto trono. Doveva stare lì, ai piedi del letto, mostrando i denti bianchi pronti a rosicchiarmi dai piedi in su. Denti che si allungavano tra le falangi delle dita, a spaccare i piedi in due, aprendoli al centro in chele sanguinanti.

Mi svegliavo madido, allungando le mani sulle mutande e strizzavo per essere sicuro di non essermela fatta addosso. Accendevo la luce e l’obbrobrio sdentato sorrideva soddisfatto, allora gli tiravo sopra il copriletto costringendomi a dormire col solo lenzuolo.

 

Di giorno, se mia madre stava a casa, il silenzio che saliva dalla mia camera riusciva ad irritarla più di qualunque caciara avessi mai fatto. Il piano esigeva d’essere suonato.

Avevo imparato a pigiare a caso sui tasti all’ora in cui mia madre tornava dal lavoro, perché si coccolasse nell’idea che non avessi fatto altro in tutto il pomeriggio. Lei non mancava di far sapere a tutti del pianoforte, e che stavo imparando a suonare egregiamente, addirittura da solo, mascherato dietro la timidezza e il pudore del genio per le mancate esibizioni.

Quando la bugia si fece insostenibile e l’incapacità manifesta, cominciò il balletto degli insegnanti, nemmeno così terribile fintanto che si stava sulla scala di Do maggiore. Contenevo il terrore per i denti bianchi della tastiera, facevo schizzare le dita più agili e veloci per la paura del morso. Ma arrivato ai tasti neri e alle scale cromatiche, ogni delicatezza del suono si strozzava nella strillante dissonanza delle note. I tasti si sfaldavano in gelatina petrolifera che mi faceva scivolare le dita sui tasti sbagliati. Il vischio nero s’attaccava alle falangi succhiando via dai polpastrelli ogni forza, irrigidendoli in una crosta a consistenza e odore di carne bruciata. Non si staccava finché l’acqua bollente e il furioso sfregare del sapone non squamavano la pelle, avvolgendola nel torpore ipersensibile delle ustioni.

Inutile sabotare le lezioni. Portati all’esasperazione cinque insegnanti, al sinistro sesto trovai pane per i miei denti, uno che se ne fregava bellamente dei miei progressi e lacune, così come dei miei silenzi e lunghe pause tra le scale incompiute. Aveva fiutato la situazione, l’ingiustificato entusiasmo di mia madre unito al mio disgusto crescente per lo strumento. Quel canuto e barbone figlio d’una gran puttana se ne stava a leggere il giornale e bere in parti uguali tè e whisky, ordinandomi di suonare questo e quello con una pazienza esasperante: mai un rimprovero né uno sbuffo. Poteva stare ad ascoltarmi torturare una scala per poi annuire con moderata soddisfazione, o spezzare il silenzio d’una lezione muta con l’ordine di suonare un altro spartito. Ordini ad orologeria ogni cinque o dieci minuti a seconda dell’umore, che avevo imparato a misurare con precisione sull’orologio che pure lui sbirciava con la mia stessa criminale precisione. Di tutti gli insegnanti, offesi dal modo schifato con cui toccavo i tasti – e la prendevano sul personale, arrivando alla derisione e agli insulti – quel bigio bastardo e paziente era il peggiore di tutti. Lui, sanguisuga impenitente che gettava su di me la vergogna per i soldi buttati in lezioni improduttive e bugie sui miei progressi. Arrivò a dire che presto avrei potuto suonare a un saggio, non da solista ma da accompagnatore. Fissò una data, con tanto di quota di iscrizione da pagare in contanti e busta chiusa. Non sapevo se il saggio fosse reale o una trovata per intascare i soldi. Sapeva che avrei fatto di tutto per non presentarmi, e aveva ragione. Nell’ansia dei giorni precedenti l’esibizione, angosciato dalla prospettiva di una figura di merda colossale sfidai ogni terrore passando ore e giorni d’esercizio, vero, disciplinato, intenso. Ma questa non è una di quelle storie in cui la determinazione e il talento vincono sulle avversità, consegnando al mondo un novello Szpilman.

Mi esercitavo per lo più ad occhi chiusi. Fingevo con me stesso di farlo per memorizzare meglio i tasti e i suoni.  La tastiera era una dentatura infernale e gli spazi neri mi apparivano come lame di coltello smembrafalangi. Vedevo ridursi le mie dita a mozziconi finché suonavo con le sole nocche.

Mi staccavo dal piano esausto, disgustato dalla cacofonia generale. Le dita indolenzite, impiastricciate del nero che le avvolgeva come fili infiniti, come quando giocavo a strozzare le dita col filo da sarta di mia nonna, stringendo sino ad impedire la circolazione del sangue e fare d’ogni dito una salsiccetta insensibile.

“Guarda che perdi le dita” diceva nonna. Mi spiegò che così si castravano i maiali, con un elastico o un filo stretto sempre più intorno ai gioielli di famiglia. “Se il sangue non circola, la carne muore e si stacca”. Riuscì a farmi smettere con l’insalsicciamento delle dita, almeno fino alla prospettiva di un’esibizione disastrosa a un saggio di musica. Con un filo stretto alla base delle dita, insieme alla sensibilità riuscivo a perdere l’angoscia del tatto sui tasti. Ma restava l’orrore per la diarrea sonora urlata dal piano, e per la pelle gonfia di sangue necrotico e aggrumato, con quel blu tendente al nero dei lividi.

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