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Stai leggendo: "Nerezza 2" di Quinto Moro

6.

Dei mesi dopo un ricordo confuso. Mia madre non aveva smesso di trattarmi come la grande speranza della famiglia. L’addio alla mediocrità proletaria. Sembrava essersi fatta una ragione del mio capriccio autolesionista. Ricominciò a trattarmi come la luce dei suoi occhi quando mio padre perse il lavoro. Neanche quello bastò a convincerla di risparmiare i soldi per le mie inutili lezioni di piano. Le lezioni divennero oggetto di discussione e lite quando pure mio padre esplose in un turpiloquio di urla per i soldi che stavano buttando, ché a me il piano non piaceva, anzi lo odiavo. “Grande papà, diglielo!” avrei voluto gridare.

Avevo continuato a frequentare le lezioni di piano per mesi, pigiando a caso sui tasti senza entusiasmo né poesia, protetto dall’infinita pazienza del mio cosiddetto maestro. Mia madre sembrava lavorare solo per quello, e non mancava di farmi presenziare ad ogni pagamento della quota mensile.

Quando all’orizzonte si prospettava un nuovo saggio cominciai coi mal di pancia, i mal di testa, le cene vomitate ficcando in gola uno stecco di gelato conservato dall’estate, sottratto al cassetto colmo di cento altri stecchi e uno schizzo a pastelli celesti d’una barca fatta di vinavil e stecchi di gelato. Cominciarono a portarmi da una parte all’altra della città, che non era normale per un bambino vomitare colazione pranzo e cena. Mi facevano lastre, ecografie ed ogni altro genere di esami invasivi, profanando tutti i miei orifizi a nord o a sud dell’equatore.

Ero in preda allo sfinimento almeno quanto i miei genitori, ai ferri corti per ogni decisione finanziaria quando mio padre riuscì a farsi assumere in una falegnameria, di cui non aveva nessuna esperienza. Le mie nonne avevano cominciato a far gara d’irreperibilità e mio padre dovette ingoiare rospi e una varietà d’altri rettili, portandomi con sé nei pomeriggi alla falegnameria, di nascosto dal grande capo ché quello non era posto per bambini. Io ne ero entusiasta. Al di là della soffocante lanugine sparsa nell’aria dalle seghe circolari, quell’odore di segatura mi piaceva, e la moltitudine di scarti legno unita a martelli e chiodi mi aprivano un mondo di invenzioni diecimila più volte entusiasmante dei Lego. Alla fine del primo mese avevo tutto un campionario di scarti chiodati trasformati in pugnali, spade, magli perforanti e persino squadratissimi modellini di cacciabombardieri. L’industriosa varietà delle mie fatiche aveva attirato le simpatie del capo che aveva smesso di storcere il naso per la mia presenza, concedendomi una cesta di plastica bianca – di quelle che si usavano per il pane, dove si buttavano gli scarti di lavorazione – da cui attingere per i miei giochi, e dove conservare gli scarti selezionati, a patto di non ammucchiare compulsivamente, conservando solo ciò che poteva stare nel cesto fino al bordo.

All’inizio il capo falegname mi aveva terrorizzato col suo naso aquilino e gli occhi dal taglio sottile, fessure che nascondevano iridi d’acciaio grigiazzurro. Aveva una voce roca e profonda, fumava una sigaretta dopo l’altra e la sua testa era eternamente circondata da una nuvola, tanto che m’ero convinto che le striature bianche sui capelli non fossero vecchiaia ma tintura di tabacco. A volte, quando mi vedeva indaffarato e concentratissimo su questa o quell’opera, mi metteva sotto il naso qualche pezzo dalla forma particolare. Lo divertiva l’entusiasmo che avevo per i pezzi stondati, prodigi che mai sarei riuscito a produrre con le mie mani.

 

Un pomeriggio stavo inchiodando lembi di compensato su di un scheggioso residuo d’abete a forma di petto di pollo, per fare un aeroplano più rifinito e aerodinamico del mio primo aborto. Mio padre sorrideva dal fondo dell’officina tagliando tavole di dieci metri in pezzi da due e mezzo per uno, e ogni tanto mi faceva un fischio per afferrarle da un lato e portarle alla sega. Ero entusiasta di rendermi utile, aiutarlo meglio di quei fannulloni degli altri operati, tutti in ferie mentre il capo se ne stava a sonnecchiare stravaccato sulla sedia dell’ufficietto.

Squillò il telefono. Il capo, con l’espressione scazzata di chi è stato interrotto durante un sogno bellissimo, chiamò me perché chiamassi mio padre.

“Chi è?” chiesi.

“E’ tua madre”

Ascoltai quel che aveva da dire, lasciai la cornetta sul mobiletto del telefono e andai a chiamare mio padre, limitandomi a indicare l’ufficio e dirgli: “mamma”.

Vidi mio padre beccheggiare sulla cornetta come una gallina, annuire senza dir nulla. Mamma era tutta contenta. L’aveva detto a me ed ora lo stava dicendo a lui. Un altro saggio, programmato per la settimana prossima.

Il pulsante arancione sulla sega a disco brillava più d’una gemma proibita nella grotta dei tesori di Aladino. Dovetti immaginare un qualche tesoro ancora più prezioso, al di là del sole argentato che turbinava sull’orizzonte del piano di lavoro. Tesi le mani pensando d’afferrare quel regno di pace la cui promessa avevo tante volte ascoltato la domenica a messa. Non ci credevo. Ma volevo crederci. Bastava allungare le mani per afferrarlo. Là, nell’oscurità che sprizzava sui pannelli di truciolato, le assi e il manto nevoso di segatura tinto di nero liquido. Caldo. Scuro e brillante. Arterioso e venoso.

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