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Stai leggendo: "Nerezza 3" di Quinto Moro

2. Sire Nero

 

“Tuo padre se n’è andato, e non torna”.

Il modo in cui la mamma aveva detto quel non aveva reso tutto, se non chiaro, assolutamente definitivo. Aveva asciugato la sua bocca da ogni possibile domanda. Ripensò a com’era stato diverso quando avevano dovuto dirle che la nonna era morta, anche se lei l’aveva già capito. Nina pensò che sarebbe stato orribile se le avessero detto: “tua nonna se n’è andata, e non torna” con quel non spietato.

La mamma aveva detto che se voleva, Nina poteva stare a casa e saltare la scuola l’indomani. Aveva saltato la scuola quand’era morta la nonna. Ma non avrebbe saltato la scuola l’indomani perché non era morto nessuno.

Nina mise i libri e i quaderni nello zaino. Tornò a letto e chiuse gli occhi, e poiché i lampi continuavano a bucherellare le finestre mandando lucciole a fluttuare tutt’intorno, disegnando galassie imbizzarrite, mise i palmi sulle palpebre e cominciò a canticchiare la filastrocca della nonna:

Sire Nero, Sire Nero,

a sicuro nel maniero

nel tuo letto dormi fiero

Occhi chiusi mio buon Sire,

ché più niente c’è da dire

solo tanto da dormire.

E Nina dormì il sonno di chi è stanco morto, quel sonno veloce per cui si cade nel buio e sembra di riaprire gli occhi l’istante dopo ed è mattino. Nina si preparò e andò a scuola a piedi come tutte le mattine, anche se piovigginava. Fece il compito di storia e scrisse tanto, come non aveva mai scritto.

All’ora di ricreazione scherzò come sempre, e con le amiche prese in giro i maschi che giocavano a pallacanestro usando un bricchetto di succo di frutta vuoto, col cestino dell’immondizia come canestro, andando a ficcarci dentro le mani ogni volta per riprenderlo. Chi vinceva era il puzzone del giorno, perché era quello che infilato più di tutti le mani nell’immondizia. A volte qualcuno soffiava dentro il bricco strizzato per dargli un po’ di forma e farlo volare meglio, scatenando cori di disgusto tra le ragazze.

Tutto andò bene sino all’ultima ora. C’era religione quel giorno, e Nina si scoprì infastidita a guardare l’insegnante mentre parlava, perché aveva qualcosa di molto strano sulla bocca, solo che non riusciva a capire cosa.

A metà della lezione, da qualche parte tra la spiegazione di un sacramento e l’altro, bussarono alla porta ed entrò l’insegnante di storia che a sorpresa chiamò Nina per parlarle. Nina non si stupì, se le insegnanti erano a caccia di volontari per qualsiasi cosa, o per dare comunicazioni alla classe, sceglievano sempre le ragazze e Nina era una di quelle. Dunque si alzò e attraversò la classe, ma si tenne a distanza dall’insegnante di religione, per paura d’avvicinarsi a quella sua bocca strana.

L’insegnante di storia chiuse la porta e mostrò a Nina un foglio, una pagina in cui non c’era scritto niente, perché tutto era nero. Non c’era rimasto che qualche spazietto bianco qua e là nelle linee fitte tracciate dalla penna. L’insegnante aveva contato i compiti dei presenti e all’appello mancava solo il suo, così aveva distinto là in alto il nome di Nina, e guardandolo in controluce potevano distinguersi alcune righe del compito, poi ricoperte.

“Ma chi è stato?” chiese Nina. Qualcuno doveva averle fatto un dispetto, un maledetto scherzo.

“Non sei stata tu?”

Nina fissò l’insegnante negli occhi, dritta nelle pupille, come se dalle sue dovessero partire aghi di siringa dritti in quelle di lei, ad aspirare via tutto ciò che quello sguardo significava. Servivano, pensò Nina, degli aspiratori di stronzate, per succhiar via dal nero di quegli occhi grandi tutto ciò che non ci doveva stare: non ci doveva stare quello sguardo inquisitore, stranito, a metà tra compassione e accusa.

“Sono sempre stata buona, con tutti. Sono sempre stata brava. Non me lo merito. Non è mia la colpa mia”

Piegò il compito pasticciato, lo mise in tasca e disse con calma: “posso rifare il compito domani”

“Domani abbiamo soltanto un’ora”

Nina fece spallucce. “Va benissimo” disse, fissando l’insegnante con ferma aria di sfida.

Al rientro in classe metà dei suoi compagni avevano già sgomberato i banchi e preparato gli zaini. L’insegnante di religione stava ancora blaterando sui sacramenti, qualcosa sul matrimonio, mentre riaccoglieva Nina in classe con un misurato sorriso.

“Tutto a posto?” chiese l’insegnante.

“Certo” disse Nina guardando quella sua bocca sporca di bavetta nera ai lati delle labbra, sulle labbra e i denti, come catrame ciancicato. Rabbrividì, sforzandosi di non vomitare.

Suonò la campana e il chiasso delle mandrie libere dai recinti riempì i corridoi, portando Nina con sé fuori dalla scuola.

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