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Stai leggendo: "I mangiatori di patate crude" di Quinto Moro

3. Non avevamo il permesso

Il portoncino era di legno massiccio, bianco fuori e scuro dentro. Aveva i fregi e le rifiniture all’esterno, per anni ho pensato che l’avessero montato al rovescio. Dalla porta socchiusa della cucina riuscivo a scorgere l’uscio dischiuso in fondo al corridoio. Mamma non aprì del tutto, ma bastò uno spiraglio a quelle urla per invadere tutta la casa. Non mi ero sbagliato, avevo ben riconosciuto la voce, meglio di quanto potessi fare per quel volto rimpicciolito tra lo stipite e il bordo della porta. Era mia nonna, la mia nonna paterna. Quella amicissima del prete. Quella che gli aveva fatto montare la super antenna che collegava la Terra col Regno dei Cieli.

 

Se n’era andata via anni prima, non ricordavo quasi più la sua faccia. Quand’ero più piccolo, prima delle elementari, mi portava in chiesa tutte le domeniche. Non sapevo ancora leggere ma potevo recitare tutta la messa a memoria. Mi guardava con orgoglio quando lo facevo. E dopo la messa andavamo al bar a mangiare una pasta. Io e i dolci. Un amore mai sbocciato. Ma non potevo dire di no. Mangiavo di malavoglia quelli di pasta sfoglia, senza panna né canditi, né crema o cioccolato. Facevo finta mi piacessero. Era un vero sforzo per me. Tutto quel dolciume. C’era qualcosa che non andava in quel sapore. Era esagerato. Troppo forte. Come ora le grida di mia nonna. Spingeva la faccia tra la porta e lo stipite, come un carcerato tra le sbarre che voglia cacciar la testa fuori dalla gabbia, solo che lei voleva cacciarla dentro casa nostra.

 

“Ve ne dovete andare” gridava. La casa era la sua. Era la sua e noi dovevamo andarcene. Non avevo mai considerato d’essere cresciuto in una casa non mia, che quelle mura così poco regali non fossero i confini del nostro piccolo regno, che aveva il salotto ma non il soggiorno. E non avevamo nemmeno il permesso di soggiorno.

 

Mia madre chiuse il portoncino, il volto contratto e troppo truccato di mia nonna, coi capelli vaporosi freschi di parrucchiere e i vestiti sgargianti, come quelli di una fattucchiera da parco giochi, sparirono. Le grida però erano rimaste lì. Sembravano essersi attaccate al lato interno del portoncino, su quello strato di finto noce traslucido. Le venature del legno, nel punto in cui i noduli creavano strane colate di colore marrone che scendevano e salivano, sembravano chiazze di bava o colla che si spandevano pronte a staccarsi in scure lumache fameliche. Ci si sarebbero attaccate addosso, levandoci il sonno e il rossore dai volti come sanguisughe.

 

Mia madre non disse nulla. Chiuse a chiave la porta e andò a sedere sul divano, con le braccia intrecciate puntate sulle ginocchia e lo sguardo fisso. C’era un odore forte di patate al forno e rosmarino. Avevamo due piante di rosmarino là fuori, nel cortile divenuto adesso regno della bestia urlante venuta a prendersi quel che restava i noi. Forse non sarei andato mai più a staccare i rametti di rosmarino per condire le patate. Una volta fuori immaginavo di non poter più rientrare in casa.

 

Lasciai la cucina. La porta del salotto, dirimpetto dall’altro lato del corridoio, era sigillata. Non potevo chiedere a mia madre di venirmela ad aprire. Puntai i piedi in basso, aggrappandomi alla maniglia e facendo flettere la porta verso di me, quanto bastava per far scattare la serratura. Un piccolo trionfo. La porta si aprì e l’oscurità del salotto mi accolse, col suo odore di pulito e chiuso. Salii sulla poltrona, inginocchiato, con le braccia intrecciate sulla spalliera, l’orecchio teso aspettando che mia madre, spazientita, mi chiamasse per andare a mangiare. Nessun richiamo.

 

Scivolai giù, ai piedi della poltrona. Il tappeto di lana nera e grigia aveva un odore di vecchio e di polvere che non mi piaceva, un po’ pungeva, ma faceva caldo, e il salotto era più freddo del resto della casa. O ero io a non sentire più il caldo. Avevo ancora in bocca i rimasugli di patate crude. Facevano schifo, erano senza sapore. Presi il cestino delle caramelle, tenendolo tra le gambe incrociate, rovistando in cerca di un cioccolatino. Non ce n’erano. Solo caramelle. Le solite caramelle. Non era il momento di fare gli schizzinosi, anche se sapevano di bruciato.

 

 

 

Il fumo si stava insinuando dalla porta socchiusa del salotto. Per un attimo pensai di spingerla forte, flettendo quel legno macilento a far scattare la serratura ma decisi di uscire. Un alone grigio riempiva il corridoio. La porta della cucina era aperta. Dentro non si vedeva quasi nulla. Il forno era chiuso ma dallo sportello ed ogni fessura si spandevano ricci di fumo.

 

Mamma stava ancora seduta sul divano. Cominciai a tossire ma lei non se ne accorse. Il fumo stagnava attorno ai capelli di mia madre, lunghi e disordinati lungo le spalle e gli avambracci. Erano castani, ma ora sembravano grigi. Non l’avevo mai vista piangere. Non singhiozzava. La rigatura lungo le guance scendeva inanimata, senza colore o suono.

 

Era ancora giovane, ma lunghe crepe come zampette di gallina si stavano allungando dagli angoli dei suoi occhi, chiusi su quel che restava di una casa che s’era illusa fosse sua e nostra, e non lo era mai stata.

Fine.

 

 

Nota:
Caro/a lettore o lettrice, grazie per essere arrivato/a fin qui. Se questo racconto ti è piaciuto ti consiglio anche "Lala Land" (titolo che non ha niente a che vedere col film). Si basa sull'idea di come il mondo possa cambiare di colpo, appena qualcuno bussa alla porta, e niente è più come prima. Lo puoi trovare QUI.

E ricorda che i tuoi commenti sono ben accetti, belli o brutti che siano.

 

 

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