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Stai leggendo: "Quella cosa in casa mia" di Quinto Moro

2. In cucina

Non erano neanche le tre di notte. Il sudore mi si freddava addosso. Feci per uscire dalla stanza ma la porta non si aprì. Tirai la maniglia con un moto di panico prima di ricordare che la chiudevo sempre a chiave. Ero ancora stordita dal risveglio improvviso. Quasi non ricordavo la disposizione delle stanze. Raggiunsi il bagno infastidita e asfissiata dal mio stesso odore. Le borse sotto gli occhi s’erano gonfiate del loro bagaglio di brutti sogni, bloccati prima di tornare agli occhi e al cervello.

La doccia fece i soliti rutti prima di iniziare a spruzzare acqua e ruggine. Le tubature correvano intorno alla casa come viscere gorgoglianti facendo vibrare le pareti. Ma quello non era il solito rumore. Uno scatto, uno schiocco troppo netto per essere prodotto dall’acqua. Qualcosa era caduto, forse in cucina. Uscii con la doccia che continuava ad alternare spruzzi a vuoti d’aria. Conoscevo il rumore, il ritmo che prendeva fino a normalizzarsi. Non mi avrebbe disturbato. Ero brava a distinguere i suoni normali dagli altri. Dovevo esserlo. Il talento s’era sviluppato come un callo, anno dopo anno, senza che dovessi sforzarmi. C’era una precisa gamma di suoni che avrebbero rivelato un guaio. Cominciavo a sospettare che quel risveglio non fosse venuto per un brutto sogno ma per uno di quei rumori proibiti, quelli per cui il mio corpo sapeva di dover scattare.

Corsi verso il ripostiglio. Il bastone del mop luccicava nonostante fosse nero. L’avevo fatto fare apposta, brunito come la canna di un fucile.

“Non dev’essere molto pratico” aveva detto così il fabbro. “Mia moglie usa un bastone di legno come tutti gli altri. Nei supermercati vendono quelli che si allungano. Lei cosa se ne fa di un bastone di ferro?”

Razza di stronzo. Gli dissi che non ero sua moglie. E che non doveva farci lui le pulizie. Non era per quello che mi serviva, ma questo non lo dissi. Era bello pesante e duro. Per questo mi serviva. Non doveva piegarsi. Non volevo vedere ammaccature sul suo lucido cilindro.

Sentii un altro rumore. Il rumore di uno sportello della credenza, quello difettoso al cardine in basso. Poi un masticare, forse di biscotti, o di cracker.

Spinsi la porta della cucina con la punta del bastone. La luce era spenta ma riuscii comunque a vederlo di sfuggita, rotolare giù dalla credenza e sgattaiolare per nascondersi sotto al tavolo, sbattendo contro le gambe di tutte le sedie e facendone cadere una. Quando accesi la luce fece per alzarsi da sotto il tavolo, e quasi lo rovesciò sbattendoci contro, poi schizzò via tra un angolo e l’altro della cucina. La sua puzza era terribile. Non ne avevo paura. Una donna che vive sola in città si abitua ad aver paura di tutto o a non aver paura di niente.

Quella cosa in casa mia era deforme, più simile a un animale che a un essere umano. Aveva unghie lunghe e arricciate in fuori e la testa asimmetrica, leonina per la criniera unta e sporca che ricadeva in avanti e sulle spalle, in cui le scapole sembravano schizzar fuori con la pelle che sembrava conciata. Le costole erano visibili sul torso asciutto che si gonfiava in grandi respiri. In ventre era arrotondato e gonfio, come nelle foto dei bambini del Biafra, coperto come quasi tutto il corpo da placche di un esoscheletro lercio e maleodorante.

Quella cosa era impaurita, il che la rendeva più pericolosa. Non mi faceva pietà. Se la luce non l’avesse spaventata, e se non avesse riconosciuto la minaccia insita nel bastone mi avrebbe aggredita. Glielo leggevo negli occhi cavernosi e umidicci, scuri e fissi su di me.

Era quasi a portata del bastone, se avessi colpito alla testa con la giusta forza sarebbe finito tutto. Bastava stordirla, e colpendola su quel dorso taurino e gobbo, ancora e ancora, avrei potuto ucciderla. Non era più grossa d’un cane, era circa la metà di me, e benché io stessa fossi magra i miei muscoli erano tesi e ben saldi intorno alle braccia. Tenevo il fiato sospeso. Dovevo, più che per la tensione dello scontro, per il puzzo che spandeva insieme col murmure del suo respiro. Faceva un rumore animalesco, a metà tra il ringhio di un cane e le fusa di un gatto. Sferrai il colpo ma con un’agilità insospettabile la cosa si torse tutta, strisciando via come un’anguilla e agitando gli arti come un insetto, appiattendosi tra il muro e il pavimento.

Fece come un latrato di sdegno, una nota sgraziata e prolungata capace di dare alle orecchie una nausea pari a quella del suo tanfo alle mie narici. Mi scoprii a fare un urlo animalesco, in risposta al suo, più di rabbia per averla mancata che per spaventarla. Sgattaiolò fuori dalla cucina.

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