Stai leggendo: "Una storia di scheletri e giganti" di Quinto Moro

 

1. Il premio segreto

Dum. Dum. Dum.

“Rieccolo” disse Marmaglia.

“Avrà portato da mangiare?” chiese Ninni.

Marmaglia scosse la testa. “Torna per la cena, questo è sicuro. Oggi cerca di non farlo arrabbiare. Non ho voglia di difenderti di nuovo”

“Ma io non ho fatto niente”

“Tu fai sempre qualcosa che lo fa arrabbiare. Almeno oggi non farlo per favore”

“Ma cosa devo fare?” chiese Ninni enfatizzando con voce e braccia il suo disappunto. Alzate le braccia, le fece ricadere, e con tono di finta disperazione mista a seccatura ripeté: “cosa devo fare?”

“Niente devi fare! Stare zitto e mosca” disse Marmaglia.

“Ma le mosche sono fastidiose” protestò Ninni “se faccio la mosca do infastidio!”

“Fare la mosca vuol dire stare zitti. Le mosche non parlano, te l’ho già spiegato. Ascolta, facciamo un gioco”

“Sì, un gioco! Che gioco?”

“Il gioco del silenzio”

“Come si gioca” chiese Ninni gasatissimo.

“E’ facilissimo: se fai chiasso hai perso” disse Marmaglia.

“E come si vince?”

“Quando riesci a non perdere per abbastanza tempo”

“Quanto tempo?” incalzò Ninni.

“Finché non lo decide l’arbitro. Io faccio l’arbitro”

“Non è un gioco. E’ un imbroglio!”

“Se non vuoi giocare allora peggio per te. Il premio me lo terrò io”

“Che premio?”

“Un premio segreto”

Dum. Dum. Dum.

“Sta per entrare” disse Marmaglia agitando le mani come a far aria tutt’intorno a sé “cominciamo il gioco.”

Ninni tacque, i passi si fermarono e il silenzio fu assoluto. I suoni cominciarono a raccontare il mistero di là del muro nero: il tintinnare delle grandi chiavi, lo sfregare del metallo nella toppa, il pesante scorrere del masso faceva entrare il lume rossarancio della sera all’orizzonte.

Marmaglia stava in piedi davanti all’ingresso, col fiato sospeso e a distanza di sicurezza per non farsi calpestare. Più indietro, Ninni osservava la scena con un misto fantasie e paure. Fantasie di fuga per attraversare quello spiraglio che si apriva e chiudeva nel tempo di contare fino a tre. Paura che il giorno in cui avrebbe trovato abbastanza coraggio per tentare la fuga, Marmaglia l’avrebbe trattenuto. Paura che Pastrocchio, il gigante, lo calpestasse per impedirgli di scappare, o solo per caso, mentre varcava la soglia della caverna. Ninni sognava di passare sotto le gambe del gigante, ma senza farsi accorgere, poiché il gigante non era goffo e lento come si diceva fossero gli altri della sua specie. Pastrocchio era un gigante sì massiccio, ma ossuto e guizzante. Più di una volta l’aveva afferrato con la velocità del gatto randagio col topo, e solo grazie all’intervento di Marmaglia non era stato stritolato o divorato. Se Ninni continuava a limitarsi alle fantasie era proprio perché sapeva bene che finire nella morsa del gigante significava, anche senza esser stritolati, procurarsi un bel po’ di lividi e male alle ossa per qualche giorno. Fintanto che i lividi d’una stretta dolevano si sentiva più pronto alla fuga, ma i dolori rallentano i movimenti e i riflessi, e si sa che una volta guariti è più impellente il bisogno di non farsene altri. Era una vera fregatura, pensava Ninni quando non riusciva a dormire, che le volte in cui più s’era pronti a tentare il tutto per tutto fosse quando si stava deboli. Quando poi si stava meglio, quella voglia si attenuava fin quasi a sparire.

Marmaglia dal canto suo non voleva sentirne di piani di fuga, e se Ninni sospettava che l’avrebbe aiutato, distraendo Pastrocchio quanto serviva per fuggire, sospettava pure che non volesse. Ninni voleva bene a Marmaglia, e l’affetto era reciproco. Ninni era venuto su tardo, ma non era stupido e se fosse fuggito, che ne sarebbe stato di Marmaglia? Ninni aveva sognato di restare solo nella caverna, abbandonato, in attesa che quel burbero d’un gigante tornasse a casa. Il sogno era stato così realistico e spaventoso da convincerlo a non abbandonare mai Marmaglia a una simile angoscia. Immaginava cos’avrebbe provato, nella solitudine della caverna, senz’altro da fare durante il giorno che fissare i muri o cercare di tenere l’antro pulito – impresa in cui nemmeno i più grandi eroi avrebbero saputo compiere. A Pastrocchio bastava portare il suo corpo sozzo e il suo respiro pesante nella caverna una volta al giorno per renderla lercia fino all’indomani.

Ma Pastrocchio era un gigante, e i giganti per quanto ne sapeva Ninni erano così. Marmaglia ne aveva conosciuti altri, ma non sapeva se fossero meglio o peggio di Pastrocchio.

“Buonasera” disse Pastrocchio rientrando. Per essere un gigante era ben educato. Si vedeva ch’era di buonumore. Si chinò posando il massiccio dorso della mano per terra e salutò Ninni, che lo raggiunse per accarezzargli la punta delle dita. “Cos’hai fatto di bello oggi?”

Ninni guardò Marmaglia e non rispose.

“Beh?” grugnì Pastrocchio offeso “hai perso la lingua?”

“Stiamo facendo il gioco del silenzio” si affrettò a dire Marmaglia.

“Ah, bravo. Chissà se riesci a vincere qualcosa.”

Ninni s’illuminò in un sorriso. Le parole del gigante confermavano che il gioco del silenzio non era una fregatura e si poteva vincere davvero. Sfregò le sue guanciotte sui polpastrelli del gigante come a prendersi una carezza e corse via, a guadagnare punti nel gioco del silenzio.

Mentre Ninni continuava a giocare, Marmaglia e Pastrocchio discutevano della cena, come spesso accadeva. Pastrocchio era il padrone della caverna e l’unica cosa che pretendeva in cambio dell’ospitalità a Marmaglia e Ninni, era di riempirsi la pancia.

Pastrocchio, in quanto gigante, era alto quaranta metri e robusto in proporzione. Con la testa e la criniera arruffata sfiorava il soffitto della caverna. La barba ispida incuteva terrore, gli fosse cascato un pelo, c’era da rischiare di finire trafitti da una stalattite.

Marmaglia era uno scricciolo in confronto al gigante, ma ci si poteva ingannare nella reale grandezza di entrambi, come ci si inganna a guardare la Luna e il Sole pensando siano di egual misura. Era infatti un mistero come Marmaglia riuscisse a nutrire Pastrocchio, perché c’era rimasta ben poca carne sul suo scheletro. A volte con vergogna, a volte senza curarsene, il gigante affondava gli artigli e le fauci sul corpo di Marmaglia, strappandone la viva carne in abbondanti porzioni.

Il corpo di Marmaglia era stato divorato in gran parte, con le ossa esposte e le striature rubizze dove la carne era stata lacerata dai denti.

“Viviamo in un mondo povero” diceva Marmaglia “sono tempi difficili, c’è poco da mangiare” così si lasciava mangiare un po’ per volta. Per fortuna il gigante sapeva fermarsi in tempo. Avrebbe potuto farne un sol boccone, ma si limitava a mordere tanta carne quanta Marmaglia riusciva a rigenerare di giorno in giorno. Per Marmaglia era difficile riprendersi da quei morsi ma non si perdeva d’animo, e nonostante i giorni in cui Pastrocchio esagerava rosicchiando le ossa quasi fino a spezzarle e succhiarne il midollo, c’era sempre carne nella caverna. Tanta quanto bastava a sfamare il piccolo Ninni, che a volte si sentiva in colpa a dare i suoi morsi, al cospetto delle voragini sul corpo di Marmaglia. Ma la fame era fame e andava saziata. Era quella carne, il premio segreto di Ninni nel gioco del silenzio, una razione doppia per esser stato buono finché il gigante non era andato a dormire, a digerire anche lui quel po’ di carne staccata dallo scheletro di Marmaglia.

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