Stai leggendo: "Una storia di scheletri e giganti" di Quinto Moro

 

4. Il gioco del silenzio

 

Per quanto fiaccato dalla notte di lavoro, Ninni rimase sveglio per tutto il giorno. S’era arrampicato sul tetto piatto della caverna – continua a chiamarla così nella sua testa – e lungo disteso guardava in lontananza i moti del quartiere, ascoltando le urla soffocate e il battito sui muri. Se qualcuno fosse passato davanti all’ingresso avrebbe sentito le urla, ma per tutta la mattina non passò nessuno, e per il pomeriggio, esausto o rassegnato, il prigioniero s’era deciso a tacere.

“Chissà” sussurrò Ninni “se riesci a vincere qualcosa nel gioco del silenzio”

I rumori ricominciarono a metà pomeriggio. Erano rumori degni del batter di pugni d’un gigante. Il piccolo edificio sembrava tremare tutto e Ninni, ch’era riuscito ad appisolarsi un poco, tornò sveglio e vigile, a scrutare l’orizzonte d’asfalto, valli di marciapiedi e colline di bifamiliari sfitte.

Per tutta la notte, Pastrocchio s’era accanito contro il muro di mattoni che Ninni aveva innalzato la notte prima. Vide apparire qualche crepa sull’intonaco, e alla giuntura delle tavelle supplementari fissate al muro. Un altro giorno a picchiare con quella violenza e avrebbe anche potuto aprire una breccia. Si sarebbe stancato. Avrebbe consumato le forze. Ma la furia dell’animale in gabbia l’avrebbe sostenuto sino alla fine.

Ninni raccolse un sasso e picchiò contro il muro laterale.

Dum. Dum. Dum.

Il picchiare di Pastrocchio s’interruppe. Lo sentì urlare nelle più svariate intonazioni. Non si capivano le parole, ma la rabbia superava le mura, così come l’inarticolato grido di speranza per esser stato trovato. Ninni andò avanti a picchiare, piano, bastava che lui sentisse le vibrazioni. Ninni era venuto su tardo, ma non era stupido. Quei rintocchi erano serviti a far calmare Pastrocchio, che ora si affannava nella speranza di comunicare con l’esterno. Ninni fingeva di rispondere quando Pastrocchio smetteva di urlare, con uno o due colpi di sasso, come se lo capisse e stesse cercando di rispondergli.

Ninni rimase fermo e in silenzio, a fissare il muro. Immaginava Pastrocchio al buio, col fiato corto e il cuore colmo di fiducia nel prossimo, a fissare il duro vuoto di quell’incubo nero.

Ninni tornò alla casupola abbandonata dall’altro lato della strada. Contò i mattoni rimasti e non bastavano per una seconda passata di rinforzo all’ingresso. Passò ore di dormiveglia tormentate all’idea che Pastrocchio riuscisse a scappare. Si rigirava nella vasca da bagno e gli stava stretta. Voleva un letto vero, spazioso, e un pasto vero, sostanzioso.

Ninni si svegliò l’indomani a metà mattina affamato, stanco e irritato. Tornò a picchiare col sasso sul muro, di nuovo sentì Pastrocchio rispondere, picchiando a sua volta, e urlando con la solita foga. Quanto ci voleva a un uomo adulto per perdere ogni forza e speranza, per morire di sete e di fame?

Ninni andò a sedersi sul retro della casa finché decise che a stare là sarebbe impazzito prima lui, dunque andò a farsi un’abbondante mangiata. Tornò l’indomani, lavato e sbarbato, aspettandosi di vedere l’ingresso brecciato, un caos di curiosi e il lampeggio di pompieri ed auto della polizia venuti a salvare Pastrocchio. Ma non c’era nessuno. Tutto chiuso. Tutto silente.

Dum. Dum. Dum.

Bussò e attese. Nessuna risposta. Poi di nuovo.

Dum. Dum. Dum.

Niente. Stava per andar via quando sentì un solo, potentissimo tonfo. Seguito da un altro un po’ meno forte e un grido lungo, nitidamente roco e prolungato.

Ninni andò a sedersi sulla sterrata coperta di sterpi e immondizie sul retro della casa. C’erano pneumatici e frigoriferi abbandonati. Un mucchio di vestiti logori coperti di muschio. Televisori sfondati. E bottiglie. Bottiglie e sassi. Brandelli di mattoni e mattonelle. Piatti e posate.

Per tutta la settimana seguente andò a sedersi nel campo prima e dopo i pasti. Aveva lavorato tanto in quegli anni per risparmiare. Era giusto godersi un po’ di riposo, un po’ di vita. Mangiare bene. Basta con uova e pane duro. Voleva sentire sapori nuovi. Assaggiare i vini. I dolci. Tortellini a pranzo. Pizza a merenda. Maiale per cena. Un po’ di vita. A cancellare ricordi di fame, i sacrifici, le angosce passate. A lanciare sassi e bottiglie contro la casa del suo vecchio Pastrocchio.

“Cosa fai?” disse una vocetta fastidiosa. Ninni piegò la testa all’indietro. Se ne stava col culo dentro un grosso pneumatico che gli faceva da poltrona-ciambella, come i ciambelloni gonfiabili nelle piscine dei ricconi. La vocetta usciva dalla bocca d’un ragazzino con una maglietta a righe orizzontali con troppi colori.

“Lancio sassi alla casa stregata” disse Ninni.

“Una casa stregata?” un’altra vocetta, un altro bambino. Questo con un orrendo taglio a caschetto.

Ninni indicò l’edificio. Era basso e squadrato. Insignificante. “Una volta ci viveva un gigante” disse “il suo fantasma è imprigionato lì dentro”

I due rimasero in silenzio, non sembravano convinti. Ninni fece un altro lancio.

“Perché tiri i sassi?”

“Stiamo giocando” rispose Ninni.

“Con chi?”

“Io e il fantasma”

“A che cosa?”

“Al gioco del silenzio. Volete giocare?”

“Il gioco del silenzio come a scuola?” fece il bimbo arcobaleno-orrido con faccia schifata.

“Il gioco del silenzio coi fantasmi”

“I fantasmi non esistono” disse capelli a scodella.

“I grandi dicono che i fantasmi e i mostri non esistono per non farvi spaventare” disse Ninni “invece esistono. Ci sono mostri che fanno a pezzi la gente e i fantasmi che ti tengono sveglio di notte. Ma se non volete giocare lasciatemi in pace. Questo è un gioco serio”

Ninni lanciò un altro sasso. I bambini, incuriositi, non si mossero.

“Noi che cosa dobbiamo fare?”

“Facciamo che io tiro un sasso e uno di voi corre ad ascoltare se il fantasma si lamenta”

“Ma non è così che si fa il gioco del silenzio” disse capelli a scodella e impettito cominciò a spiegare: “si prende un gesso, si nasconde in una mano, si chiama il più silenzioso della classe e deve indovinare in che mano è nascosto il gesso”

Ninni lo fissò in silenzio, poi spiegò: “quello è senza fantasmi. Le regole sono diverse”

“Allora come sono?” chiese maglia-psichedelica.

“Uno prende un sasso” inventò Ninni “lo nasconde in una mano… se uno indovina in quale mano sta il sasso lo lancia contro la caverna del fantasma. Quello che ha perso invece deve correre ad ascoltare se il fantasma risponde”

“E se uno non indovina?”

“Al contrario: chi non indovina deve andare lui a controllare il fantasma. L’altro lancia il sasso.”

Ai bambini la nuova versione del gioco piacque e accettarono. Si decise di fare a turno per chi doveva indovinare. Ninni azzeccò al primo colpo in che mano stava il sasso e, in qualità di sconfitto, capelli a scodella andò ad ascoltare il muro.

Il bimbo si avvicinò lentamente, esitò davanti al muro poi lo toccò con la mano. Vinta la paura del contatto portò l’orecchio più vicino. Tornò indietro tranquillizzato e un po’ deluso.

“Non si sente niente”

“Riproviamo” disse Ninni “vi va?”

I bimbi si prestarono. Maglietta colorata era il più entusiasta. Fu il suo turno di scegliere e, indovinato il sasso, toccò ancora a capelli a scodella affrontare il muro. Stavolta rimase più a lungo, spostando l’orecchio indagatore. Tornò ancora deluso.

Per divertirsi di più, i bambini aggiunsero qualche regola. Usando pezzi di mattone come gessetti, sul muro furono disegnati dei bersagli rossi da colpire coi sassi. Aggiunsero poi una sfida di velocità, a chi impiegava meno secondi per raggiungere il muro, e poi tornare indietro. A queste sfide, Ninni faceva da arbitro, stando seduto e partecipando al solo lancio dei sassi, spronandoli ad ascoltare con più attenzione, a fare il giro della casa per sentire dagli altri muri. Andarono avanti così per tutto il pomeriggio, finché per i bimbi fu l’ora di rincasare. Si erano divertiti e la storia del fantasma aveva reso le cose più interessanti, anche se il suo continuo silenzio rafforzava la convinzione – e il sollievo – che i fantasmi erano un’invenzione dei grandi per spaventarli, e non il contrario come diceva Ninni.

“Ma scusa” aveva protestato capelli a scodella “se questo fantasma sta sempre in silenzio, allora vuol dire che sta vincendo lui”

“No” disse Ninni “vuol dire che sto vincendo io.”

I bambini ebbero un moto di disappunto e lo salutarono. Ninni con un mugugno di sforzo, cavò fuori il deretano e la sua robusta schiena dalla poltrona pneumatico. I vestiti abbondanti che prima gli stavano stretti erano ripieni del suo corpo e scricchiolavano nella tensione dei muscoli, come sul punto di strapparsi. I bambini, a vederlo in piedi, ne furono impressionati.

“Hai visto” si dissero di sottecchi “hai visto che gigante?”

Ninni raggiunse il muro, e col pugno picchiò tre volte.

Dum. Dum. Dum.

Silenzio. E ancora.

Dum. Dum. Dum.

Niente.

“Sì” disse Ninni “alla fine ho vinto io.”

Fine.

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