• Quinto Moro su FB

1. L'Excalibur

“Che colpo di fortuna” il vecchio Capitano Grineer se ne stava nell’antro di un’antica costruzione Orokin, abbandonata ormai da tempo, al cospetto di un baccello di contenimento per Warframe. Meno di un’ora prima i rilevatori d’energia Void erano impazziti da un lato all’altro del Sistema Solare, mettendo in allarme tutte le principali fregate da guerra. Il Capitano Vor non si era nemmeno curato di fare un controllo di routine sui recettori, si era limitato a sbraitare ai sottoposti che gli fossero portate tutte le chiavi d’accesso ai portali Void ancora attivi.

Vor esaminò i dati per abitudine più che per necessità: come sempre il segnale veniva dalla Terra, stavolta in una di quelle zone tropicali un tempo popolate di fabbriche e trivelle minerarie, ormai abbandonate e ricoperte dalla vegetazione più selvaggia.

La squadriglia Grineer percorse il sentiero del Bosco d'Argento e più in profondità presso le grotte coi vecchi scavi abbandonati, recando l'amplificatore d'energia Void – un congegno delle dimensioni d'una gigantesca lumaca cibernetica – su cui il Capitano cominciò a provare una dopo l'altra le chiavi d'accesso della sua collezione. Vor Stava per perdere la speranza quando finalmente una chiave reagì, facendo esplodere il bagliore accecante del portale Void presso chissà quale angolo nascosto del Sistema Solare.

Alla vista del baccello di contenimento del Warframe Vor trattenne un modo di esultanza, erano passati anni dall'ultimo ritrovamento e questo avrebbe contribuito a rinsaldare i suoi rapporti col Consigliere Vay Hek e le alte sfere dell'Impero Grineer. E il profumo di promozione era niente in confronto alla soddisfazione di poter sottrarre un ultimo Warframe dalle grinfie del Clan Tenno.

Sul segnale che l'aveva condotto lì non c'era traccia dei codici di Lotus, la madrina del Clan Tenno aveva cercato in tutti i modi di coprire le sue tracce ma non c'era riuscita, non stavolta, e mentre il Warframe veniva espulso dal baccello Vor si fregò le mani.

“Portatelo sulla navetta di carico” disse il vecchio Capitano Grineer, il fisico imponente e l’armatura incisa da profondi solchi gli davano un’aria derelitta che faticava ad incutere timore e rispetto nei suoi sottoposti, ma quando un più giovane soldato gli si fece incontro sbraitando improperi il vecchio lo colpì con un vigore che l’aspetto non avrebbe mai lasciato intendere.

La truppa tacque, poi un altro soldato, indietreggiando di fronte al corpo del Warframe agitato dalle convulsioni, cercò il fianco del Capitano come in cerca di protezione.

“Si muove Capitano, è sveglio!”

“E’ solo un robot con qualche reflusso d’energia” grugnì Vor, senza scomporsi.

Il Capitano, la cui figura sfidava ora il flusso poderoso dell’energia sul limitare del portale Void si arrestò, lanciò un’occhiata traversa al Warframe accasciato e scosso dal risveglio, mentre torceva il collo in pose innaturali come a cercare intorno a sé, tra le ombre dei solchi delle vòlte fratturate semi diroccate del tempio e i riflessi dei pilastri dorati, l’odore o il volto di un fantasma.

“Sei tu Lotus?” grugnì Vor a voce alta, rivolto a un’entità spettrale e invisibile “pensavi di risvegliarlo in tempo? Non questa volta.”

Il Capitano con una spallata e un gesto rapido strappò dalle mani d’un servo lo schiavizzatore ascaris e lo strinse alla caviglia del Warframe, afferrò quella rigida escrescenza simile a un corno sull’elmo del Warframe inerme e gli alitò addosso il suo disprezzo.

“Sei mia, schifosa ferraglia senz’anima”

L’elmo ricadde con tonfo sordo, il corpo si scosse ancora mentre il Warframe cercava di rialzarsi per poi contorcersi sotto le scariche della cavigliera.

“Diamoci una mossa” grugnì il Capitano, e varcò la soglia del portale Void in un bagliore accecante.

Il chiarore del lampo parve indugiare sul robot steso al suolo ora inerme, e mentre i soldati si accingevano ad afferrarlo il lume sulla corazza esplose, levando il corpo a mezz’aria in un’esplosione azzurrastra. Il Warframe era ora ritto sulle due gambe, le mani spalancate presso il volto, distaccate dall’elmo, come se occhi invisibili scrutassero i palmi in cerca di una qualche risposta.

Dopo lo smarrimento del bagliore i soldati Grineer aprirono il fuoco, i proiettili scintillarono sui fasci di muscoli metallici del Warframe, aprendo qualche breccia nelle pieghe del costato e delle articolazioni. Una voce gracchiò il cessate il fuoco.

“Idioti!” gridò l’ufficiale, lo stesso ch’era già stato percosso e deriso dal Capitano “Vor ci massacra se danneggiamo la merce”

Il Warframe stette immobile, una statua inanimata. I residui d’energia Void erano stati riassorbiti e il corpo si stagliava opaco e inerme al cospetto dei soldati.

“Avete sentito il Capitano, era solo un reflusso di energia. Carichiamo la ferraglia e andiamocene”

I soldati si fecero avanti nelle loro mastodontiche armature, che rigonfie nelle poderose coperture su braccia e spalle, sommate a quelle maschere bianche dagli occhi rotondi e vuoti ed il passo incerto esprimevano una bizzarra miscela di ferocia e goffaggine.

Dietro l’elmo, gli occhi interiori del Warframe scrutavano i palmi come in cerca d’un suggerimento o una risposta. Lungo i polsi, dove in un corpo umano si sarebbe scorto il pulsare delle vene, una fessura emanava un’energia crescente. Non sull’elmo né all’interno c’erano labbra, ma la voce si sforzava di uscire come da una bocca rimasta chiusa per troppo tempo. Poi la sagoma sui polsi sbocciò in forma più nitida di elsa e lama.

“Ex… Excalibur”

Il raggio sul prolungamento del braccio crebbe in un’esplosione di energia, e prima che i Grineer potessero riaprire il fuoco i loro corpi giacevano inermi, tagliati a metà. Excalibur, la spada di luce ancora in mano, cercò di pronunciare altre parole, incerto sul proprio idioma. Aveva compreso le parole dei Grineer, ma non le riconosceva come sue. Erano come dati caricati in una libreria secondaria d’un cervello cibernetico, o una lingua straniera imparata a scuola. E benché sentisse in sé, nel rimestare di parole e codici dentro al suo elmo una gran varietà di linguaggi, non riusciva ad ordinarli per dar vita a pensieri chiari. Poi vide il cosmo, lo specchio nero convesso punteggiato di nebulose e stelle incorniciato tra i denti dorati sulla vòlta del portale Void. Doveva seguire l’istinto, sapeva d’essersi risvegliato da un lungo sonno e le risposte sarebbero venute col tempo, ma i Grineer l’avevano trovato e questo Capitan Vor non era certo amichevole.

Una sgradevole sensazione si mosse di colpo dal rimbombar dell’elmo al dolore crescente alla caviglia sinistra su cui pulsava il congegno meccanico animato da un poco rassicurante pulsare da sanguisuga, che sembrava sussurrare sempre più forte, al rosso illuminarsi delle venature piezoelettriche, la parola schiavitù. Schiavitù: la parola balzò dal guazzabuglio di lingue e codici nitida come nessun’altra. Il Warframe sapeva d’essere stato schiavo, e non aveva intenzione di tornare ad esserlo. Si chinò sui cadaveri dei Grineer, la scarica della spada d’energia aveva fatto esplodere i caricatori delle armi automatiche, restavano solo una pistola e lama Skana non più lunga del suo braccio, ma decise d’accontentarsi dato che non era sicuro di poter utilizzare ancora la lama d’energia, né di saperla controllare a dovere. Prese la lama Skana e il contatto con l’elsa gli restituì una gradevole sensazione di forza che spazzò via il timore d’essere ucciso da una sventagliata d’armi automatiche: ptoeva deviare i proiettili con una spada tra le mani, era stato addestrato ed era nato per questo.

Excalibur attraversò il portale Void, e ancora, prima che potesse rendersi conto d’averlo fatto, i corpi di altri quattro o cinque Grineer – difficile contare dopo averli fatti a pezzi – giacevano ai suoi piedi. Il ronzio d’un cannone a energia catturò la sua attenzione: conosceva il macchinario, anche se di dimensioni più ridotte di come lo ricordava, gli girò intorno ed estratta la chiave il portale Void cessò in un risucchio sordo. Il piccolo esercito schierato lungo il corridoio a guardia del portale, dopo un primo istante di sgomento esplose in un tripudio di raffiche di esplosive. Excalibur rotolò dietro un mucchio di casse ammassate cercando di mettere a fuoco il nuovo ambiente: l’odore che aveva sentito prima, quell’odore umido di terra e piante ora l’avvolgeva, e la vegetazione tutt’intorno lasciava pochi dubbi sul luogo, benché non ricordasse d’aver mai visto tanto verde sulla Terra. Anche la gravità era cambiata, seppur in modo impercettibile, ma con l’avanzare dei Grineer e le urla di Capitan Vor richiamato per l’emergenza non poteva indugiare: il portale emergeva nel fitto della boscaglia e le enormi foglie e radici contorte tutt’intorno offrivano, se non un riparo adatto alle armi, un ottimo modo per sfuggire alla vista del nemico.

Excalibur scattò rapido senza nemmeno rispondere al fuoco, né curarsi di falciare gli sterpi più invadenti con la lama Skana per non lasciare tracce. Il corpo, per quanto pesante, stava riacquistando vigore e i fasci di muscoli biometallici sgusciavano tra i più stretti anfratti del bosco. Le urla dei Grineer cominciarono a farsi più lontane, una nuova grandinata di proiettili alla cieca lo mancò di svariate decine di metri, ma i soldati cominciavano già a farsi strada con gli esplosivi.

Excalibur s’immerse nel fango e strisciò senza sosta, cercando solo di ritrovare il cielo fra gli intrecci d’immensi alberi. Il portale Void doveva trovarsi nel profondo di una gola naturale, perché dovette scalare in salita per un centinaio di metri. Centoquindici, lungo una pendenza media di trentanove gradi. Excalibur ascoltò i numeri emergere dal caos della mente, il tessuto più esterno del corpo si era ispessito e respingeva il fango, disgregandolo nello scintillio elettrico dello scudo d’energia che si caricava. I sistemi del Warframe tentavano di riavviare i processi base e cominciava a sentire i punti in cui era stato colpito, mentre i naniti ricombinanti facevano il loro mestiere per riparare le ferite. Excalibur prese coscienza della quantità di danni che avrebbe potuto subire, molti proiettili come quelli già sentiti, ma pochi colpi di mortaio. Lungo i polsi l’energia fluiva sempre più viva, facendogli desiderare d’estrarre nuovamente quella lama luminosa che gli aveva permesso d’iniziare la fuga, ma l’avrebbe tenuta come ultima risorsa.

Finalmente sprazzi di luce, ed ecco la boscaglia aprirsi presso radure dove la vegetazione s’intrecciava con piattaforme e strutture metalliche, per lo più rugginose e coperte di muschio, tipiche della più rozza architettura terrestre Grineer. Piccole squadre di soldati e minatori ammassavano cianfrusaglie e pietrame, impacchettavano e procedevano oltre fino al prossimo mucchio.

Un turbinio di motori scosse le cime degli alberi rivelando la direzione da seguire per una piattaforma d’attracco. Excalibur si mosse rapido e frenetico al pensiero della fuga prossima, ma la leggerezza del passo ingannava il peso del corpo d’acciaio, che sprofondò nel legno marcio nel suolo coperto di muschio e frasche, precipitando in uno stretto anfratto tra le rocce. Occhi rossi s’accesero nell’oscurità improvvisa, un ringhiare ansante avanzava nel puzzo di animali morti, poderose zampe emersero sfoggiando artigli robusti e sudici, ogni parte del corpo un fascio di muscoli malcelato dal pelo ispido. Il naso arricciato, come una piccola bocca famelica, sniffava l'aria impaziente: la stazza era simile a quella di un orso, e come un orso Excalibur lo vide ergersi e con l'agilità di un lupo avanzare tra gli spigoli rocciosi, le costole assottigliate tra i lembi di roccia per poi gonfiarsi nel respiro che già esplodeva in un ululato, poi le fauci del kubrow spalancate su di lui.

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