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2. In fuga

I soldati della pattuglia Grineer rimasero attoniti a quella scena, come se per un attimo le memorie umane più ancestrali si fossero risvegliate in loro, evocando antiche scene di caccia. Il corpo del Warframe era levigato e splendente sotto il sole, i fasci di muscoli torniti lo spingevano allo scoperto della boscaglia inseguito dalle fiere ululanti. Poi qualcuno proferì una bestemmia e imbracciò il fucile per sferrare una raffica che esplose dietro i calcagni del Warframe in corsa, e senza colpire i kubrow che l’inseguivano con la bava alla bocca.

Come svegliato da quei colpi, Excalibur ricordò di avere una pistola, e sebbene l’istinto volesse spingerlo ad aprire il fuoco contro le bestie così vicine, fece partire una sfilza di colpi in direzione dei Grineer. I fucili cominciarono a tuonare seguiti da corpi di mortaio che fecero esplodere terra e legno, mettendo in fuga i kubrow e lasciandolo come unico bersaglio. Ma il turbinio dei motori era finalmente nitido e vinta la pendenza del colle Excalibur scorse finalmente la piattaforma d’atterraggio.

La navetta aveva l’aspetto bizzarro e grottesco dell’ingegneria Grineer, più simile a un insetto con troppe zampe e antenne che a una macchina figlia di un’evoluzione tecnologica illuminata. Niente a che vedere con l’estetica Orokin, pensò Excalibur, e quella parola, Orokin, lo riempì d’un vigore furioso ed una rabbia che ne potenziò la corsa e fece uscire la spada dal suo polso come d’istinto. Excalibur si arrampicò falciando i soldati, la lama Skana in una mano e la spada d’energia nell’altra, fece irruzione nella navicella e decollò col portello di carico ancora spalancato. Non ricordava d’aver mai pilotato una navetta ma i comandi rispondevano e nonostante l’eccessivo beccheggio riuscì a decollare e tenerla in quota, lambendo il profilo della montagna accompagnato dalle urla di Vor diffuse dalla radio di bordo.

La navicella era un semplice cargo, priva di armi pesanti e non sembrava progettata per lo spazio profondo, Excalibur ne ebbe la prova quando un colpo di mortaio incrinò il parabrezza. Era poco più che un carro armato volante – poco armato – con ali storte e propulsori troppo modesti per poter anche solo pensare raggiungere una quota decente. Quando poi due cannoniere apparvero sullo schermo di poppa il Warframe si rese conto di non avere la minima idea di dove andare, e non c’era nemmeno il tempo di deciderlo. Un razzo schizzò di fianco alla carlinga e fu solo per il capriccio d’un rollio che il colpo fu schivato. Excalibur spinse i comandi per la picchiata vero la giungla, sperando di confondere gli inseguitori. Brandelli di foresta esplodevano davanti e dietro la navicella, poi il pilota ebbe come la visione di diagrammi e circuiti, comandi standard in uso ai veicoli Grineer, ed agì rapidamente sulla console di comando: le strambe antenne sulla scocca superiore rientrarono, gli alettoni si restrinsero e la struttura stessa del veicolo mutò restringendo il corridoio alle sue spalle, il portello di carico – ancora aperto – si chiuse mentre la velocità aumentava. Da calabrone a libellula, la navicella schizzò via, nervosa ma inarrestabile, lasciandosi indietro le cannoniere non prima d’incassare un colpo sul codone.

La nave aveva resistito al colpo ed aveva seminato gli inseguitori, le bestemmie del Capitano Vor e dei suoi accoliti scomparvero in un confuso rumore di fondo, poi la radio tacque e parte degli schermi si spensero. Excalibur navigò a vista, la velocità restava costante ma ad ogni tentativo di prendere quota immediatamente tornava a perderla. Due dei sei motori erano danneggiati e un terzo stava per spegnersi. Il volo proseguì, mostrando i repentini cambi dello scenario sottostante. La foresta aveva lasciato spazio ad un insieme di grigie paludi immerse in una turbolenza di nubi e lampi che consentirono al fuggiasco di scomparire dai radar nemici per poco meno di un’ora. All’uscita dal temporale si trovò di fronte ai contorni d’un rosso deserto che avvolgeva una scura distesa d’acqua, come un oceano di cui riuscì però a distinguere i lontani confini – se di lago si trattava, doveva essere enorme – ma presto non fu più in grado di vedere altro che acqua e lontani lembi di terra impossibili da raggiungere. La navicella perse quota e planò a una decina di metri dal pelo dell’acqua per un tempo infinito. Excalibur ebbe per un istante la speranza di riuscire a toccare terra, poteva scorgere una baia vicina, poi i motori rimasti si spensero. Non ci fu ammaraggio: dopo una prima spanciata la navicella si capovolse e rotolò accartocciandosi come un foglio di alluminio. Il Warframe fu scaraventato in acqua e rimbalzò con la schiena sulle onde due o tre volte prima di sprofondare.

Excalibur sentì il caldo abbraccio dei naniti che impazzivano per ripristinare il corpo deformato dall’urto, lo scudo friggere e consumarsi così come i fasci d’energia sui suoi polsi, dissolti nell’acqua. Poi sentì solo il freddo della profondità e il peso della pressione, un soffice abbraccio di morte, un dondolio bizzarro che gli fece venire in mente un ricordo senza forma, la sensazione lontana d’essere stato cullato, tanto tempo fa, forse mentre stava appeso ai cavi d’alimentazione in una fabbrica Orokin, poi il buio.

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