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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 12
Le finiture di noce e bronzo davano alle linee tondeggianti dell’ingresso un che di mistico, tanto da far sembrare il negozio di liquori una gioielleria o un tempio. Dalla vetrata scintillavano i riflessi delle bottiglie alla rinfusa sugli scaffali come cento, mille pozioni e filtri magici.
Lily stette lì impalata per un bel po’. Come spugne raggrinzite abituate a vedere il mondo dalle foto e i disegni sui libri, i suoi occhi dovevano abbeverarsi. Le bottiglie tra il biondo delle spighe e l’amaranto dei tramonti somigliavano a tesori di emiri, corone e anelli di principesse e regine, o sfavillanti ali di minuscole fate vestite di polvere di stelle.
“Cosa vuoi ranocchia?” digrignò un vecchio dietro la vetrina. Il vetro doveva essere sottile o inesistente per fargli sentire quella voce tanto chiara, o era il vecchio ad averla tanto profonda da sorpassare le barriere invisibili e i rumori della strada intorno. Aveva uno strano berretto arancione, sporcato qua e là di blu e grigio, da cui spuntavano capelli bianchissimi e dalle ciocche ingiallite. Sembrava anziano ma aveva una faccia liscia e labbra sottili stirate in una smorfia.
Il vecchio aprì la porta col piglio di chi vuol scacciare un randagio, ma adocchiando la busta giallo ocra imbottita che Lily portava a nome del padre, l’uomo fece quasi una riverenza lasciandola entrare. Nel negozio c’era un odore forte e nauseabondo, la mistura tra il tabacco e le esalazioni del whisky due volte più intensa di quanto fosse abituata a sentire nel soggiorno di casa sua, quando il papà invitava gli amici.
Il vecchio la spiava con diffidenza, fumando una pipa grossa e lucida mentre Lily consegnava la busta a chi di dovere per poi scappar via senza salutare, con un arrivederci sottovoce quand’era già fuori dalla porta. Non le era piaciuta la faccia del vecchio, ma quella del tizio nella stanza sul retro, assai più giovane, le era piaciuta ancora meno per il modo in cui muoveva gli occhi su di lei, come dovesse decidere dove mangiarsela senza nemmeno avere la cortesia di arrostirla. Doveva farci l’abitudine perché, se gli affari fossero andati come il papà sperava, avrebbe dovuto portare le buste cinque volte la settimana, ed ora che l’inverno si riaffacciava delle strade sapeva che di quel passo non avrebbe rivisto la scuola per un bel po’ di tempo. Lily pensò a come il negozio di liquori e la scuola si somigliassero, tanto belli e ammalianti fuori quanto brutti e soffocanti dentro. E nonostante tutto la scuola le mancava, così come dopo essere uscita da ogni consegna le mancavano i dettagli che non era riuscita a cogliere della festa di colori sullo scaffale dei liquori e le anticaglie dietro al bancone, come il veliero di legno custodito nella grande teca degli whisky d’annata.
Dal giorno in cui l’aveva visto, il veliero aveva cambiato qualcosa nel suo modo di andare a fare le consegne. “Non è un giocattolo”, aveva borbottato il vecchio al bancone, ma lei non pensava affatto che lo fosse. Il veliero le faceva pensare come sarebbe stato andare a fare le consegne a bordo di una nave, con le strade invase d’acqua e trasformate in canali come la mitica Venezia. Vento in poppa nostromo, Lily vuol far presto alle consegne stamani per esplorare nuovi lidi.
In breve Lily aveva perso il suo passo timido ed era diventata brava ad attraversare la strada e districarsi nel dedalo di viuzze presso il negozio di liquori. C’era una miriade di scorciatoie, non tutte belle e profumate, ma ogni giorno guadagnava qualche minuto per guardarsi intorno e osservare i palazzi e le rare aiuole, posti che le sarebbe piaciuto vedere più da vicino se fosse stata tanto veloce da andare e tornare in tempo, perché il papà l’aspettava puntuale per assicurarsi che la consegna fosse avvenuta.
Un giorno, mentre tornava dal negozio camminando spedita come al solito, Lily s’arrestò di colpo, un pizzicotto al cervello che conosceva bene: un dettaglio l’aveva colpita. Fece qualche passo indietro e si ritrovò dinanzi a un’ampia scalinata chiusa tra grosse colonne coi capitelli arricciati in cima: come si chiamavano? Dorici o arcaici? Cercò di fissare le linee della pietra per poi confrontarle con quelle del sussidiario di scuola, ma tornata a casa non si sarebbe nemmeno ricordata di aprirlo perché sull’architrave bianchissimo troneggiava la scritta "Biblioteca", nelle lettere spigolose dell’alfabeto romano. Lesse e rilesse quella parola col naso all’insù e l’istinto che la guidava su per le scale fino al grande portone di legno chiaro, aperto a metà. Non osò entrare ma sbirciò un poco: non aveva mai pensato che una biblioteca potesse essere tanto grande, col soffitto alto e le vòlte d’una cattedrale, rischiarate da un grande lampadario a gocce.
Le mattine successive Lily fece sempre quella strada, rallentando mentre passava davanti alla grande scalinata, fin quasi a fermarsi, per osservare meglio le rare persone che entravano e uscivano dalla biblioteca. Alcune sembravano mummie ossute, signori eleganti in bombetta portavano l’ombrello anche quando non pioveva e signore portavano occhiali e abiti vecchi benché sembrassero giovani. Giù dagli scalini li squadrava uno ad uno, c’era chi saliva piano piano, chi veloce, chi mettendo i piedi di traverso e chi alzava troppo il ginocchio tra uno scalino e l’altro. Lily stava a distanza per non farsi tentare da quel portone sempre aperto ma dopo qualche settimana si decise ad entrare.
Attraversò la sala con cautela sino alla grande cattedra nel mezzo dell’atrio dove un signore e una signora ben vestiti, tutti e due coi capelli grigi e gli occhiali, stavano scrivendo qualcosa. Lily rimase dietro al bancone guardando l’uomo che nella sua espressione arcigna scorreva le righe di un registro dalla copertina di cuoio rosso. Fu sorpresa dalla trasformazione di quel volto quando s’accorse di lei: le labbra del vecchio si assottigliarono aprendo un sorriso che si spandeva dalle guance agli occhi e alla fronte.
“Buongiorno” disse lui, con una voce sottile e calma.
“Ciao” sapeva che gli adulti si salutavano con il buongiorno, ma nessun adulto le aveva fatto un sorriso come quello.
“Posso fare qualcosa per te?”
“Volevo…” fece Lily in imbarazzo, come chiedendo una cosa impossibile “vedere un libro”
“Solo uno?”
Lily volse un’occhiata alla signora che gli stava accanto. Anche in lei l’austerità scomparve all’incrocio degli sguardi, ma si limitò a sorridere con gli occhi, senza dire nulla.
“Sei venuta qui da sola?” il signore prese a guardarsi intorno piegando tutto il busto per guardare in una direzione e poi nell’altra, il collo rigido come un robot.
“Si. Sto tornando a casa” un brivido le percorse la schiena a pensare casa.
“E vorresti portare un libro con te?”
Lily fece di si con la testa guardando nuovamente la signora, cercando in lei un qualche segno di approvazione: somigliava pericolosamente ad una sua vecchia maestra, e a vedere che stava scrivendo proprio con una penna rossa le tornarono in mente tutte quelle ferite alle pagine dei suoi compiti. Fu quasi sul punto di farsi indietro ma poi chiese: “si può?”
“Certo che si può. Mi devi solo dire il tuo nome così io lo scrivo qui”
“Mi chiamo Lily”
“Lily?” il volto del vecchio si illuminò. “È un nome stupendo, mi ricorda quello di una bellissima storia che leggevo quand’ero bambino.” Su di un altro librone rosso scribacchiò il nome e la data. “Ma dimmi, sai già che libro vuoi prendere?”
“No” un’altra occhiata alla signora che ripose la penna rossa. Sollievo, ma non le prestò più attenzione. E anche questo era un sollievo.
“Allora qualcuno dovrà aiutarti a sceglierlo” disse l’uomo.
Lily annuì e si stupì di vedere il vecchio alzarsi e uscire da dietro il banco e porgerle la mano. Sapeva di non essere così piccola da aver bisogno d’esser presa per mano, e in un altro posto e con un altro signore si sarebbe vergognata o perfino arrabbiata, ma che favolosa novità vedere un adulto gentile che vuole rendersi utile a chi ha meno della metà dei suoi anni! Si lasciò accompagnare sino ad uno scaffale enorme meno austero e ordinato degli altri, pieno di libri di ogni dimensione e colore.
“Allora piccola Lily, che libri ti piace leggere? Ne hai già letti prima?”
“Si. Tutti quelli che c’erano in casa” poi ci pensò bene “ma non sono molti”
“Qui non manca la scelta. Cosa ti interessa? Una storia di principi azzurri e principesse da salvare?”
“Vorrei leggere una storia di viaggi”
“Ah sì, viaggiare, rallentando per poi accelerare, con un ritmo fluente di vita nel cuore. I libri sai, sono per tutti quelli che hanno voglia di viaggiare senza doversi portare appresso i bagagli. Con un libro si può andare dappertutto, in tutti i posti di cui lui parla e si vedono qui dentro” disse indicando la tempia “e qui dentro” spostò la mano sul petto.
“Quale scelgo?”
“Te ne posso suggerire io uno” e avvicinandosi alla scala scorrevole della libreria cominciò a risalirla fermandosi all’ultimo scaffale. Frugò un po’ e tornò giù con un libro dalla copertina d’un azzurro elettrico e intenso. “C’è chi dice sia una scopiazzatura della storia di Carletto Figliodicane ma non è vero, penso che sia l’unica copia in circolazione, almeno qui in città. Volevo regalarlo alla mia nipotina ma non sarebbe stato giusto, è stata una delle prime donazioni che abbiamo ricevuto quando la biblioteca ha aperto, trentuno anni fa, e non ne ho mai trovato altre copie. Mi sono fatto una promessa di consigliarlo a tutte le bambine e alle signorine della tua età: la protagonista è una vera coraggiosa e si chiama Lily, proprio come te ma… si è molto rovinato dall’ultima volta che l’ho visto, sembra rosicchiato dai topi. È meglio che te ne dia un altro” l’uomo fece per rimetterlo nello scaffale quando Lily tese le mani per afferrarlo.
“Non fa niente, lo voglio leggere!”
Il bibliotecario guardò Lily e poi il libro, il libro e poi Lily. Alla fine lo batté e lo spolverò con la mano e glielo porse. Lily se lo tirò al petto senza esitare. Non era un regalo certo, ma era la prima volta da tanto tempo che le si porgeva qualcosa che non implicasse un obbligo o un compito. Poteva leggerlo come e quando le andava, senza una maestra a chiederle riassunti perché non aveva voglia di leggerselo da sola, e non era un pacco da scarrozzare da una parte all’altra della città nascondendolo dietro la schiena alla vista di qualche ometto blu.
La scritta "Wanderwhere" al centro della copertina aveva lettere tutte storte e diverse una dall’altra, cosa che le parve una buona promessa di stramberie. Non le importava che i topi avessero iniziato a rosicchiarne le pagine, se anche i topi vogliono divorarla, dev’essere una bella storia, pensò. Ma soprattutto la stuzzicava il fatto che l’eroina si chiamasse proprio come lei.
“Devo tornare a casa adesso” disse Lily.
“Certo, non devi far preoccupare i tuoi genitori”
A quelle parole Lily s’intristì e preferì fissare i contorni spigolosi di una grossa mattonella spaccata sul pavimento all’espressione bonaria del vecchio.
“Lo riporterò appena l’avrò letto tutto.”
Lily corse via col libro sottobraccio, fantasticando d’usarlo come scudo dai fendenti di mano del padre per il suo ritardo.
 
Cinque metri entro la porta di casa ebbe quattro secondi per nascondere il libro, prima di sentire tre parolacce lontane, due passi pesanti vicini ed un ceffone arrivarle sulla guancia. Lily si resse in equilibrio assorbendo la forza dell’impatto. La soddisfazione per non essere caduta distraeva a sufficienza dalla violenza del colpo. Anche il fatto di aspettarselo attutiva il dolore iniziale, erano quelli improvvisi e inaspettati ad essere più dolorosi.
“Dove sei stata maledetta stupida? Lo sai che ti ho cercata dappertutto?”
Non era vero. Ad ogni ritardo lo trovava sempre in casa, e sempre bello comodo finché lei non apriva la porta. Solo allora si alzava per attaccare con urla, insulti e ceffoni. Mai che l’avesse trovato in strada o sulla soglia realmente preoccupato per il suo destino. No, se lei ritardava si preoccupava certo, ma soltanto per sé. Suo padre dava sempre per scontato che il ritardo fosse colpa sua, perché era distratta e voleva bighellonare in giro. Non pensava mai a un imprevisto o un incidente, nemmeno all’eventualità da cui la metteva sempre in guardia, che qualcuno le rubasse i pacchi o peggio, che gli ometti blu la fermassero per sapere da dove venivano e dove li portava.
Lily non sapeva cosa contenessero di preciso le buste. Il padre passava molto tempo a impacchettarle ben strette, così che fossero tanto sottili da poterle portare in vita, sotto il maglione, o dentro la busta del pane. A volte avevano lo stesso aspetto e colore di una baghette. Lily sapeva che dentro c’era qualcosa di pericoloso e di proibito, qualcosa che non doveva cadere nelle mani sbagliate, che erano tutte quelle diverse da chi non stava al negozio di liquori, soprattutto degli ometti blu. A volte Lily si preoccupava di cosa le sarebbe successo se fosse inciampata e le fosse scivolato un pacco che per quanto stretto poteva aprirsi, o se qualcuno si fosse chinato a raccoglierlo e si fosse incuriosito. E se fossero stato gli ometti blu a raccoglierlo? Avrebbe dovuto rispondere che gliel’aveva dato suo padre, ma lui sarebbe stato capace di dire che era tutta una bugia, perfino che lei non fosse sua figlia. E se l’avessero portata in prigione?
“Se fai bene il tuo lavoro, cammini spedita e non di fermi a chiacchierare non ti succederà niente” diceva sempre il padre. “Quando esci da qui è una tua responsabilità, proprio come tuo fratello: quando sei responsabile di una cosa devi occupartene fino in fondo.” A Lily non piaceva per niente che si paragonasse quello sporco lavoro al doversi occupare di Andy. Fare domande sul contenuto dei pacchi le aveva procurato solo sfuriate e minacce, ma il rifiuto delle consegne portava ceffoni e tronchesi. La stretta a tronchese era il pizzicotto più doloroso del mondo: univa le quattro dita della mano e le piegava ad uncino, anche il pollice a uncino, afferrava un bel po’ di polpa dietro le braccia o le cosce e stringeva forte. Faceva meno male dello schiaffo ma lasciava i lividi ed era un dolore più fastidioso. I postumi della sberla raramente superavano le due ore mentre il segno della tronchese restava per giorni, ed era dura sedersi o addormentarsi con quattro o cinque lividi sulle gambe e le braccia.
Tuttavia, quando i lividi passavano e restava qualche giorno senza prendere schiaffi, Lily tendeva a dimenticarsi il dolore. Le veniva anzi voglia di cercarsela perché si stava convincendo che con l’abitudine tutto faceva meno male, e che così sarebbe diventata molto più forte. Un giorno, pensava, sarebbe diventata del tutto insensibile a quei dolori, e allora avrebbe smesso di avere paura. Ma quel giorno non era ancora arrivato.
“Ho ritardato solo di poco” Lily rafforzò la voce di sillaba in sillaba, senza piagnucolare né cercare di impietosirlo, anche di questo fu molto fiera. Era un’ammissione, una verità: il ritardo era minimo, perciò lo schiaffo meno meritato di altre volte.
“Zitta! Potevi crearmi un sacco di guai. E meno male che hai fatto la consegna altrimenti erano dolori per te!”
Altrimenti erano dolori? Ha sbagliato il tempo del verbo, pensò Lily. Contestare o correggere a mente tutto quel che diceva il padre o i suoi amici l’aiutavano a non dimenticare le cose di scuola, soprattutto riguardo alla grammatica.
Sarebbero stati dolori, così andava detta. Anzi no, perché il dolore c’è stato lo stesso. Che presa in giro!
Fu sul punto di chiedere scusa ma non lo fece. Ammettere la colpa sarebbe stato peggio. D’ora in poi gli dirò sempre che ho ritardato di poco, anche se non è vero. Basta chiedere scusa finché faccio il mio dovere, ma nel dovere non rientra più essere puntuale. Così pensava mentre il padre continuava ad abbaiare, ripetendo la solfa delle attenzioni, della puntualità. Cose già sentite che ormai le entravano da un orecchio e uscivano dall’altro. Per fortuna giunse il trillo del telefono a farlo correre alla cornetta tutto ammansito. Lily ascoltò capendo che quel “ti ho cercata dappertutto” consisteva in un giro di due telefonate. Poi fu chiamata lei da un trillo diverso, quello del pianto di Andy affamato che reclamava il suo latte.
Quella notte Lily la dedicò a cullare il fratellino in un modo nuovo, sfregando la guancia schiaffeggiata contro quella di lui, morbida e profumata. Ci teneva che Andy fosse sempre pulito e profumato, e visto che quando lo vestiva o gli preparava da mangiare non sentiva il dolore dei lividi della tronchese, cominciò a pensare che il tocco del piccolo – che non era mai stato picchiato da nessuno – avesse qualcosa di magico capace di guarirla. Una sfregata di guancia poteva fare miracoli, e tenendoselo stretto aprì il libro preso in biblioteca. Avere lo stesso nome di un’eroina la faceva sentire irreale, come se la sua vita fosse solo un incubo vissuto da quell’altra Lily, che forse era quella vera. Magari un giorno, svegliandosi, avrebbe scoperto d’essere la Lily del libro.
 

 

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