• Quinto Moro su FB

14. Lo Stratega

Dalla Terra alla Luna

 non tornammo per fortuna

Non dal basso a testa in giù

 che dal pallido agrumeto

  sì grottesco e un po’ faceto

   della patria nostra strana

    martoriata dal segreto

     del signor nostro inquieto

      governante pelle d’oro

       che ci volle tutt’in coro

Bimbi forti belli o brutti

 a scavar fra grotte e matti

  poderosi ammazzatutti

   fuor da gabbie e fuor di zucche

   ché i talenti nostri sciocchi

   ci rendevan tutti allocchi

    fino al giorno del massacro

     a far del cielo un fiato atro.

 

“Non so chi l’abbia scritta” disse Oberon “è dei tempi della schiavitù dei Tenno sotto gli Orokin”

Excalibur riacquistava sensibilità, il guscio di ghiaccio si stava sciogliendo ma ad intrappolarlo c’era la grata d’energia predisposta da Vauban.

“Mi spiace tu debba subire tutto questo. Ti sentirai tornato al punto di partenza…”

In fondo al corridoio s’intravvedeva la sala comando e sullo sfondo la sagoma azzurra della Terra si faceva via via più grande, parzialmente eclissata da quello che sembrava lo spettro di un asteroide intrappolato tra le ganasce dorate d’un porcospino meccanico.

“Quella è la Luna” disse Oberon “o quel che ne resta. Forse noi Tenno l’abbiamo conosciuta quand’era ancora tutta intera, ma non ti so dire se l’immagine che ho in mente è di un ololibro o un autentico ricordo. Era uno dei satelliti più belli e perfetti di tutto il Sistema Solare prima che gli Orokin la consumassero.”

Excalibur non ebbe reazioni apprezzabili. La massa rocciosa era consumata e traforata tanto che attraverso i crateri più grossi si scorgeva l’azzurro della. La dentellatura degli anelli meccanici, dorati e scintillanti al sole lontano, pareva il disperato tentativo di tenere insieme un mucchio di rocce destinate allo sfascio ed invidiose della libertà di detriti che fluttuavano intorno.

“Cominciarono con l’estrazione dell’Elio3” disse Oberon “poi scoprirono altri materiali estranei alla crosta terrestre e prima di accorgersene avevano scavato così a fondo e costruito tante stazioni estrattive e templi, che la crosta esterna prese a collassare. Della vecchia Luna rimane lo scheletro, un ricordo più pallido della sua antica superficie, citando un poeta”

Excalibur fissò Oberon e sentiva l’Affinità sua come quella di Vauban, ma solo uno dei due era dalla sua parte.

“Ti stai chiedendo se ho un piano per salvarti la vita?”

Excalibur fece un gesto impercettibile del capo. Oberon rispose allo stesso modo con un cenno più ampio in direzione di Vauban.

“Eccolo lì il nostro piano”

Vauban era forse il più neutrale fra tutti i Warframe, e uno dei pochi che sembrava sempre avere idea del motivo per cui faceva o non faceva qualcosa. Oberon lo rispettava ma non erano amici. Se si escludeva il suo rapporto con Saryn, Vauban non aveva autentiche amicizie, ma forse uno come lui non se le poteva permettere, e la votazione col Clan ne era una conferma.

Vauban armeggiò sui comandi e scollegò il Cephalon Ordis dai sistemi della navetta, poi raggiunse i due che lo spiavano. Le sue robuste spalle si rilassarono e tutto il corpo perse di tono come in un segno di resa. Dal petto partì un raggio luminoso ed un bambino apparve dinanzi alla robusta armatura.

“Io sono Viktor, Viktor Vauban”

“Sei… piccolo” disse Excalibur.

“Spiegaglielo tu”

Oberon era titubante, non si aspettava che Vauban si mostrasse col suo vero aspetto, poi lo assecondò e cominciò a spiegare come meglio poteva ad Excalibur il percorso di ogni guerriero Tenno: il primo risveglio, poi i combattimenti per giorni, settimane o mesi nel corpo meccanico del Warframe finché Lotus non trovava il segnale di Trasferenza e li liberava completamente.

“Di solito questo è lo shock che ci attende” disse Oberon “scoprire che non siamo bellimbusti senza macchia e senza paura, ma bambini: bambini soldato, uno scherzo affatto divertente della visione Orokin riguardo alla Vecchia Guerra”

“Bambini” ripeté Excalibur.

“Strategicamente, una scelta tanto valida quanto rischiosa. Dai un’arma a un bambino e avrai un soldato senza coscienza della morte, senza rimorsi, con capacità di apprendimento e di recupero fisico superiori in tutto a quelle di un adulto. Collegalo ad una macchina il cui potenziale sia limitato solo dalla sua immaginazione, e avrai un esercito letale come pochi. Dubito che un adulto abbia mai usato un Warframe, sono convinto che gli Orokin li costruirono pensando a un esercito di bambini. Li ho sempre immaginati sull’orlo di un disastro per fargli fare una scelta così stupida, dovevano sapere il rischio che correvano, e alla fine l’hanno pagato a caro prezzo.”

Vauban si zittì fissando Oberon, che lo fissò a sua volta. Non avevano mai parlato apertamente di quell’argomento, e in effetti nessun Tenno lo faceva mai. Per spezzare quel silenzio Oberon uscì a sua volta dal corpo del Warframe: era addirittura più mingherlino e pallido di Viktor, ma leggermente più alto.

“Io sono Oleg”

“Oberon suona molto meglio” scherzò Viktor.

“Allora, che intenzioni avete con me?” fece Excalibur.

“Presentarti alla nostra Valery e al suo bel Volt” disse Viktor Vauban “che sovraccaricando i tuoi sistemi eliminerà ogni possibile connessione dal tuo corpo umano, trasformandoti in un guscio vuoto pronto ad essere riempito da qualcun altro. Tuttavia, conoscendo Volt, qualunque cosa stesse facendo sulla Terra l’avrà finita da un pezzo e sarà già lontana. E conoscendo Saryn, si sarà messa in contatto con Volt per essere sicura che non la trovassimo qui. Potrebbe averla mandata dall’altra parte del Sistema, o invitata nella sua navicella per stordirla e imbavagliarla. Così potremo dire al Clan che Volt non si trova e avremo abbastanza tempo perché il qui presente Oberon convinca il buon Hydroid, e magari pure la sua Ivara, a tentare un’esplorazione sui templi Orokin della Luna – perché se il tuo corpo umano non si trova sulla Luna, non lo troveremo da nessun’altra parte. E poi c’è Trinity, che sarà andata a cercare l’unica persona oltre a Lotus in grado di percepire la Trasferenza, e che saprebbe portarci dritti al baccello in cui il tuo corpicino umano se ne sta a sonnecchiare”

“Il nostro stratega” sussurrò Oleg, gli occhi sgranati e pieni d’ammirazione.

“Non ci ho capito niente” disse Excalibur.

“Dobbiamo capire se nel tuo corpo esiste una Trasferenza, cioè un legame tra l’armatura Warframe e il corpo umano di un Tenno. Per ora, tu sei solo un robottino pronto ad inginocchiarsi al più forte flusso di energia che gli capiti a tiro, perciò il Clan è preoccupato. Il nostro Clan è questo: un mucchio di armature belle grosse e spaventose un po’ più agghindate e scintillanti della tua, ma sotto ci sono solo bambini impauriti. Se tu avessi riconosciuto Lotus, se avessi sentito la sua voce, tutti ti avrebbero accolto con gioia, saresti la prova che lei è ancora viva. Se invece è stato qualcun altro a risvegliarti… potresti essere una spia inconsapevole, un infiltrato. Ciascuno di noi ha dovuto affrontare dei Warframe senz’anima, schiavi nelle mani dei Grineer, e seppure quegli spettri fanno parte del nostro passato ed oggi siamo più forti e consapevoli di quando li abbiamo affrontati, a nessuno stuzzica l’idea di incontrarne un altro”

“Non capisco” Excalibur si portò le mani alla testa come afflitto da una forte emicrania “mi vuoi aiutare o mi vuoi morto?”

“Ti sta parando il culo” disse Oleg, ben conscio che Vauban aveva parato il culo a se stesso più che a chiunque altro, ma di fatto l’aveva parato a tutti quanti: contestare Saryn, evitando uno scomodo pareggio nella votazione aveva scongiurato uno stallo che avrebbe rischiato l’ennesima spaccatura nel Clan.

“Adesso Ordis si riattiverà” disse Viktor rientrando nel suo Warframe, contando con le dita “in tre, due, uno…”

“Operatore!” la voce del Cephalon era stridula e allarmata “avevo perso i contatti coi sistemi di bordo. È tutto a posto?”

“Sarà stata un’interferenza del Void, ci siamo avvicinati troppo alla Luna”

“L’avevo detto all’Operatore di lasciarmi pilotare…”

“Adesso abbiamo guai più seri da affrontare”

“Cielo!” piagnucolò il Cephalon “cos’è successo durante la mia assenza? Non me lo perdonerò mai!”

“Ancora niente di grave, ma il dissenso di Oberon per le decisioni del Clan è tale da volerci impedire di raggiungere Volt”

“Oh, capisco Operatore. … … Tuttavia … … devo informarla che non c’è traccia della nave di Volt nello spazio aereo terrestre”

“Non ci voleva” fece Vauban “la rintracceremo con calma, adesso dobbiamo espellere Oberon dalla navetta”

“Non vorrete battervi sul ponte di comando!”

“Tu sei il più diplomatico qui” disse Vauban al Cephalon “cerca di convincerlo con le buone”

“Oh, bene… … Operatore … Operatore Oberon intendo … vorrebbe uscire gentilmente dalla navetta? Provvederò ad un supporto alare archwing e a chiamarle un trasporto presso la Terra”

“A malincuore Ordis” disse Oleg riprendendo il possesso di Oberon e dirigendosi al supporto d’espulsione.

“Buona fortuna sulla Terra” disse Vauban.

“Il nostro stratega…” ripeté Oberon.

 

***

 

“Eddài Shani” gridò Volt dal cucuzzolo di roccia, sparando furiosamente da dietro il suo schermo difensivo “me lo dici perché siamo qui?”

La miniera su Plutone era un piccolo avamposto, strategicamente insignificante e questo Volt lo sapeva. L’aveva già ripulito da sola in passato, e il fatto che i Grineer avessero portato una nuova trivella non era da considerarsi un cambiamento significativo. Loro continuavano a ricostruire e lei a distruggere. Il Clan non lo considerava nemmeno un obiettivo ma a lei piaceva perché i cerchi concentrici della miniera erano come tante piste su cui testare la velocità di corsa, e i depositi di metalli pesanti a volte reagivano in modo imprevedibile alle sue scariche elettriche, producendo rimbalzi che potevano viaggiare per centinaia di metri e sfogarsi sui tralicci delle gru e delle impalcature in una festa elettrica.

“Ho litigato con Viktor” disse Saryn.

“Perché non lo molli?”

“Per mettermi con chi? Frost?”

La risata sguaiata di Volt salì più alta delle raffiche di mitra e delle bestemmie dei Grineer. “Giusto, non ci potresti fare niente di bollente!”

“Non dire cose sconce”

“Perché non fai lo spirito libero come me? A me non serve un fidanzato”

“Un fidanzato non ce l’hai perché saresti troppo piccola anche solo per parlarne”

“Non è questione di età, sarei adatta solo alle sveltine” e giù un’altra risata.

“Valery!” la sgridò Saryn.

“Penso di piacere a Wukong. Ma te lo immagini con quella sua parlata losca…” Volt mimò un tono rauco e spavaldo “ehi scintilla, vuoi provare il mio bastone? Ma facciamo una cosa veloce”

“Chi ti ha insegnato queste cose?”

Un pugilatore Grineer caricò incurante dei proiettili, Volt sprigionò dalla mano un fulmine che lo tramortì, gli corse in contro per finirlo con una pugnalata per poi scattare lungo il crinale roccioso e decapitare una decina di nemici. Fu di ritorno alla sua postazione prima che le teste mozzate toccassero terra. “Eddài, non fare la parte della vecchia zia, Nezha è molto più divertente ”

“Adesso so con chi devo prendermela. Dovresti passare più tempo con Mag”

“A proposito di vecchie zie! Ma perché non hai portato anche Trinity? Avrei combattuto senza schermo, per dare un po’ di chance a questi poveracci”

“Voleva starsene per i fatti suoi. Anche Loki ha votato contro di noi”

“Votato? C’è stata una votazione?”

“Niente d’importante… lo sai com’è Trinity, e poi non le piace il massacro gratuito lo sai”

“Eh, la nostra crocerossina” ridacchiò Volt.

Un gruppetto di minatori armò i mortai con gli esplosivi da miniera, Saryn tese le braccia sprigionando una pioggia corrosiva che li dissolse in poltiglia.

“Non c’è quasi gusto a combattere insieme a te” disse Volt. Avanzarono presso il cuore della miniera. Sui nastri trasportatori scorrevano tonnellate di rocce, i frantumatori le sminuzzavano tra ganasce poderose, i cui più fini dentelli misuravano decine di metri e scorrevano gli uni sugli altri con stridii metallici e sorde esplosioni rocciose, spesso colorate dalle polveri che si levavano per gli sbuffi di pistoni e ventole. Mentre Volt e Saryn avanzavano nel lungo capannone principale i nastri cominciarono a scricchiolare e rallentare. In fondo all’enorme sala le rocce si accumulavano.

“Guarda” disse Volt “penso che ormai non ci sia più nemmeno il personale di servizio da ammazzare”

“Non ho voglia di tornare alla flottiglia” disse Saryn.

“Vuoi che ci facciamo tutti gli stabilimenti del pianeta?”

“Ci sto, io faccio un giro per ripulire gli ultimi Grineer, tu corri al prossimo stabilimento”

“A settecento chilometri da qui c’è una fabbrica di bombe! L’ho detto mille volte a Vauban, ci producono i siluri delle cannoniere d’assalto”

“Avrà pensato che non è un bersaglio importante”

“Che fai lo difendi? Non avevate litigato? È importante sì! Ci sono solo tre fabbriche come questa in tutto il Sistema Solare, almeno di quelle che conosciamo, ma lui dice che no, non è così importante da doverla distruggere.”

Saryn fu sul punto di dire che Vauban aveva i suoi motivi per pensarla così. Poi si rese conto che Volt aveva ragione, che quella fabbrica era una spina nel fianco come molte altre cose su Plutone, ma Vauban dava sempre pareri contrari alle missioni su Plutone, e tutti si fidavano del suo giudizio. Ed ogni volta che c’era qualche contrasto all’interno del Clan, qualcuno finiva sempre a combattere su Plutone. O su Sedna. Ovvero il più lontano possibile dalla flottiglia Tenno e dai contrasti che al ritorno erano puntualmente risolti, o quantomeno attenuati o rimpiazzati da altri guai.

“Ma che razza di stronzo” sussurrò Saryn.

“Ce l’hai con me?”

“Pensavo a Vauban”

“Sei proprio cotta” ridacchiò Volt.

“Perché non vai a quella fabbrica di bombe? Così hai tempo di ammazzare qualcuno prima che arrivi io”

“Spaccona. Non troverai anima viva invece!”

“Facciamo un patto: se riesci a ripulire la fabbrica prima del mio arrivo ti porto su Sedna a conoscere Khela De Thaym”

“Sul serio? Mi organizzeresti un incontro con lei?” Valery si trattenne dall’uscire dal Warframe per abbracciare Saryn.

“Ti presto cento platini per iscriverti a un combattimento nell’arena di Khela, se mi dimostri di valerli”

“Io lo ripulisco questo pianeta!” disse Volt, e schizzò via a tutta velocità oltre la collina.

Saryn si ritrovò da sola, imbracciò il fucile e svuotò il caricatore sul soffitto, un pezzo della vòlta si staccò e cadde sul mucchio di minerali che invadeva ormai tutto il corridoio. I sistemi automatici della miniera, senza più operai Grineer stavano collassando uno dopo l’altro e i rumori di trivelle, bracci meccanici e container si stavano spegnendo un crollo dopo l’altro. Saryn sedette in un angolo scrutando la vòlta stellata oltre la breccia appena aperta sul soffitto.

“Mio amato manipolatore, cos’altro stai tramando per noi?”

 

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