• Quinto Moro su FB

15. La Profetessa del Void

La grande bolla fluttuava nello spazio. Dietro ai riflessi verdognoli sulla superficie traslucida appena sfiorata dal sole s’intravvedeva lo strato inferiore, sotto la crosta. Avvicinandosi, le viscere del corpo celeste apparivano sempre più grottesche, come l’esoscheletro di un aborto meccanico costretto nel suo uovo. Lo spazio intorno era il più gelido mai raggiunto da corpo e mente umana, al confine estremo della Fascia di Kuiper dove persino il sole era solo un gelido astro incapace di offrire qualunque conforto.

Un impercettibile filo, come un elastico stiracchiato a distanze siderali, tracciava l’invisibile rotta che un tempo aveva collegato quel globo ad astri più familiari e caldi. La Profetessa non sapeva come il suo sguardo fosse giunto tanto lontano, quale capriccio del Void avesse aperto la visione su quella sfera che emanava come un odore, di corruzione e marcio, e l’aura fredda dell’oscurità intorno spegneva i lumi degli astri della Nube di Oorth sullo sfondo, lanciando la minaccia – o la fiera promessa – che se infranto il guscio avrebbe sparso le sue venefiche viscere nel cosmo. Allora nemmeno le grandi distanze avrebbero più contato, perché aggrappandosi a quel sottile filo di detriti ferrosi ed energia Void stiracchiati in uno spazio di trecento anni, l’orrore sarebbe tornato ad avvinghiare il Sistema Solare, con tanta più velocità quanta era stata la lentezza del suo allontanamento.

La Profetessa sentì la nausea e il terrore chiuderle la gola: un puntino, un graffietto di luce nel buio attraversò il guscio traslucido della bolla. Non capì se in entrata o in uscita. La visione era troppo confusa, il tempo si muoveva distorto come la confusa registrazione su un Cephalon danneggiato, o un ricordo contaminato da un sogno.

La visione s’interruppe bruscamente, il Warframe si accasciò nella pozza d’acqua, svuotato d’ogni forza. La Profetessa rimase a fissare la cascata che schiantava ettolitri d’acqua sull’elmo: le fosse successo col suo corpo umano, sarebbe morta affogata. Ora però la cascata sembrava parlarle, il flusso costante e disordinato, la scia di gocce grandi e piccole rimetteva ordine nelle sue percezioni. Poi l’acqua salì bruscamente avvolgendola in un silenzio irreale, la visione era ripresa. Un’ombra rossa attraversava il mare delle stelle e stiracchiandosi come una goccia di sangue sul parabrezza di un caccia in picchiata, tagliava in due il cosmo spogliandolo della sua vuotezza e dandogli la dura consistenza della roccia. Nel cuore della roccia era scavato un pozzo e in fondo a questo il cerchio azzurro della Terra, la superficie agitata degli oceani assunse le sembianze dell’esule Hydroid che alzando il suo tridente rinviava al cielo il suo sguardo presso una luna che grondava di sangue, cinta da un anello orbitale di carni e brandelli d’acciaio.

La Profetessa si specchiò in quello scenario di morte e vide che lei c’era. Boccheggiando in preda all’angoscia la visione s’interruppe di nuovo. Strisciò fuori dalla vasca e vide che il tempo aveva ripreso a scorrere nella giusta direzione. Ciò che aveva visto era già successo, agli estremi confini del Sistema Solare, in un momento imprecisato del passato le cui conseguenze – se la sua interpretazione era corretta – stavano per abbattersi sul presente. Qualcos’altro però doveva ancora accadere, qualcosa che l’avrebbe coinvolta. Poi percepì la presenza di una vibrazione dalla frattura marziana del Void e comprese che tutto era già cominciato.

 

La navicella di Trinity sfrecciava nello spazio di Marte. Gli allarmi di prossimità per gli asteroidi lampeggiavano dal giallo al bianco, fosse giunto sul rosso non ci sarebbe stato il tempo per evitare l’impatto.

Trinity navigava a vista, il Cephalon Ordis, le cui risorse mnemoniche erano distribuite equamente tra le navicelle da sbarco del Clan Tenno, e in maggior misura sugli orbiter d’assalto della flottiglia, non poteva offrire più aiuto dei riflessi umani della bimba che, uscita dal corpo del Warframe, si stava concedendo il vezzo della guida manuale.

La vicinanza con la cintura di asteroidi tra Marte e Giove rendeva quell’area particolarmente insidiosa, e se la navicella fosse stata colpita Tris avrebbe avuto maggiori chance di salvarsi standosene al calduccio del suo baccello di Trasferenza, ma guardare lo spazio oltre l’ampia vetrata l’aiutava a pensare. Forse i primi pionieri spaziali avevano provato sgomento e terrore di fronte alla vuota immensità del cosmo, ma per chi come lei aveva vissuto la maggior parte della vita in guerra, fra il tuono degli spari, le bestemmie dei Grineer e le grida dei compagni feriti, il silenzio dello spazio era rilassante. Magari non proprio tutto lo spazio, specie là nei pressi di Marte, perché il pianeta rosso era per Tris foriero di brutti ricordi. Ma l’angoscia si faceva sentire solo sulla superficie, alla vista dei canyon e di quella sabbia che anni fa aveva visto impregnarsi del rosso più scuro dei suoi compagni.

La piccola Tris tracciò le orbite di due piccole comete, la cui velocità e massa erano sufficienti ad attrarre i piccoli detriti del passaggio lungo la cintura, calcolò rapidamente una rotta nel mezzo e spinse al massimo i motori. Tris toccò la piccola gemma Ayatan sullo scrigno accanto alla consolle di comando, l’involucro e si aprì e ne estrasse uno strofinaccio e un raschietto, poi s’inginocchiò davanti alla sua Trinity e cominciò a lucidarne la corazza: un’altra cosa che l’aiutava a rilassarsi e a pensare. Anche se quelle macchie di sangue rappreso e annerito rievocavano ancora il brutto ricordo, benché fosse solo sangue Grineer. Man mano che la corazza di Trinity tornava lucida anche i suoi pensieri si facevano più chiari, interrotti solo dai piagnucolii di Ordis sui rischi della rotta.

“Stai tranquillo, stiamo andando nel Void”

“Operatore!” rispose indignato “come si può dire una cosa simile? Stare tranquillo mentre si va nel Void? L’Operatore vuole torturare questo povero Cephalon con i paradossi di logica?”

“Andiamo a trovare la Profetessa”

“Oh… spero che questa Profetessa ci avvertirebbe in caso di possibili catastrofi, aiutandoci ad evitarle”

“E parli a me di paradossi”

“Cosa intende l’Operatore?”

“Se gliene fregasse qualcosa di noi – e su questo siamo tranquilli, non gliene frega – e ci informasse che so, che andiamo incontro a morte certa, non potremmo evitarla comunque. Se potessimo evitarla, la sua previsione non sarebbe più valida. Non si può evitare il futuro grazie a una previsione”

“Credo di capire, Operatore. Se ciò fosse possibile, le previsioni sarebbero inaffidabili”

“E non avrebbero alcun valore nel bene o nel male”

“Capisco Operatore. Quindi devo interpretare l’assenza di messaggi catastrofici dalla Profetessa come un buon segno?”

“O come uno cattivo” disse Tris.

“Capisco… … credo. Posso chiedere quanto sono affidabili le previsioni di questa Profetessa?”

“Aveva previsto la scissione del Clan, ci disse che le energie del Void ci avrebbero condotti in direzioni diverse”

“E’ molto affidabile allora”

“Dipende: venendo in esilio ha contribuito a spaccare il Clan, non è una profezia molto onesta se chi la fa cerca anche di avverarla”

Ordis evitò di fare altre domande e si preparò ad andare offline, il picco di energia all’ingresso del Void poteva risultare micidiale per un Cephalon e i sistemi andavano preparati per consentire al pilota automatico di assistere Tris nella traversata. Ci volle un’altra ora di viaggio prima che la sagoma di Marte riempisse col suo mastodontico rossore il vetro della navicella. A dodicimila chilometri di distanza una pattuglia Grineer scortava un piccolo cargo, Tris attivò i sistemi di occultamento e spinse alla velocità massima puntando dritta su Phobos. Il riflesso del lato soleggiato di Marte rischiarava debolmente il satellite color rame, Tris fece per regolare la rotta ma si rese conto che le tremava la mano, allora se la posò sul petto acerbo e svanì nel nulla.

Il Warframe si rianimò e Trinity prese il comando della navetta, le sue mani biometalliche solide e precise sull’ologuida mentre inquadrava l’anomalia gravitazionale per l’accesso al Void. Con una brusca virata la navetta sfrecciò a tre quarti della distanza tra il satellite e Marte, l’attrazione dei due astri fece scricchiolare impercettibilmente tutta la fusoliera, poi un’altra virata stretta e la fionda gravitazionale verso quel che pareva un riflesso di luce a mezz’aria sulla superficie di Phobos. Tutto vibrò più forte, poi il riflesso si aprì in una nube screziata e la velocità divenne insostenibile agli occhi. Le stelle si fecero bianche scie striando il cosmo, aggrovigliate in tortuosi percorsi che degeneravano in esplosioni verdognole. I sistemi collassarono e i poligoni tridimensionali dei comandi olografici andarono in pezzi. La Trasferenza subì un’interruzione e il Warframe cadde in ginocchio. La navetta si ritrovò immersa nel silenzio, le turbolenze erano cessate e con esse gli scricchiolii della carlinga. Trinity si rialzò mentre la navetta si assestava in rotazione stabile, poi i motori ripresero a spingere e lo spazio si tramutò in una densa nebulosa percorsa da contorti flussi di energia.

“Quanto non mi sei mancato” disse Trinity osservando il turbinio del Void. Il Cephalon Ordis si proiettò sulla consolle ma la sua voce era frastagliata dalle interferenze, passò alla comunicazione visiva, mimando i comandi manuali. Pilotare manualmente nel Void era praticamente impossibile, ma le variazioni di gravità e tempo erano così repentine che nemmeno il Cephalon più brillante poteva essere efficace: serviva un operatore umano in grado di correggere la rotta, riducendo il margine d’errore tra i dati virtuali gestiti dal Cephalon e quelli fisici, percettibili solo da un osservatore diretto.

Trinity modificò il tragitto disegnato dal pilota automatico tra gli spazi della nebulosa fino alla Torre Orokin sospesa nel vuoto. Quando la navetta giunse nell’ombra d’influenza della Torre i dati virtuali e quelli reali tornarono a coincidere Ordis poté tornare online e attraccare.

Trinity si lanciò fuori ignorando le parole del Cephalon che l’invitava alla prudenza. Fu subito inghiottita da un ampio tunnel, si ritrovò a testa in giù e in assenza di gravità, poi una forza invisibile l’attrasse dolcemente verso il pavimento e vi atterrò sulle punte dei piedi.

L’interno dell’edificio Orokin era d’uno splendore unico, come solo il Void era in grado di offrire, lontano dal misto di decadenza e morte dei templi sulla Luna. Qui le pareti erano d’un bianco immacolato ed ogni anfratto, rientranza e sporgenza sottolineati da bordature dorate. I lampadari si allungavano dal soffitto come candide figure materne, vagamente marine coi loro tentacoli ed appendici luminose. Le piante nelle grandi aiuole erano d’un bianco traslucido e gonfie di frutti a forma di goccia color arancio.

Attraversando il corridoio, Trinity vide gli enormi oblò, come borchie convesse applicate alle pareti da cui si scorgeva lo spazio esterno nella continua distorsione dei cristalli. Il soffitto era altissimo, le neurottiche del Warframe misurarono quarantaquattro metri e c’era ovunque una curiosa poesia matematica nelle proporzioni e nei giochi di multipli tra gli spazi e le forme. Il corridoio si restringeva presso una panciuta colonna che si aprì, cava, a dare accesso ad una seconda stanza più bassa e più ampia in larghezza. Un flusso laser schizzò rapido verso Trinity all’altezza del suo collo, lo schivò per un pelo e subito un altro più basso, e uno in senso contrario. Con una torsione prodigiosa Trinity si levò a mezz’aria, usando l’induzione magnetica del Warframe per aggrapparsi alla parete, sfilò la pistola e sparò ai proiettori laser, poi ne memorizzò la posizione. Se avesse fatto la strada a ritrovo li avrebbe ritrovati funzionanti.

Trinity non era un’esperta del Void, era anzi fra quei i Tenno che trovavano il luogo detestabile, col suo patrimonio di segreti oscurato dalle angosce del passato e dalla minaccia dei picchi d’energia Void che senza la simbiosi di Trasferenza potevano significare morte o pazzia per un essere umano.

Da quel poco che si sapeva sugli ultimi giorni del Vecchio Impero, gli Orokin avevano speso le ultime forze per disseminare i loro edifici di trappole e preservare la loro eredità dagli sciacalli. Orde di Grineer e Corpus assaltavano regolarmente le antiche rovine e molte erano state ormai smantellate, ma non nel Void, dove le particolari condizioni di tempo e spazio rendevano proibitive le grandi spedizioni navali e si preferiva accedere attraverso le strettoie di fratture d’energia, microportali imprevedibili che consentivano l’accesso a poche decine di saccheggiatori alla volta.

Il Void doveva essere stato l’ultimo rifugio per le élite dell’Impero, lo sfarzo delle stanze raccontava la decadenza di un popolo circondato dai tesori ed era curioso come procedendo in profondità, gli splendidi giardini e terrazzamenti fossero protetti da trappole mortali in maniera via via più disordinata.

C’erano i sistemi di sicurezza principali nei grandi corridoi, altri invece sembravano testimoniare l’isolamento degli ultimi sopravvissuti. S’incontravano ovunque contenitori zeppi di minerali preziosi e manufatti tecnologici, privi dell’organizzazione maniacale che aveva reso grande l’Impero, come se negli ultimi giorni ciascuno si fosse creato un angolo dove nascondere il suo piccolo patrimonio e pensasse solo a difenderlo dagli altri.

Alla fine, gli Orokin avevano smarrito la loro identità comune, e di fronte al declino collettivo avevano reagito isolandosi. Trinity rabbrividì e si chiese se quel germe non fosse sopravvissuto ai secoli nei Tenno, che degli Orokin erano i più prossimi eredi. Anche loro in quanto Clan avevano raggiunto il loro apice, avanzando uniti sino a spezzare i confini imposti dalla Rotaia Solare sotto il controllo dei Grineer, e si erano conquistati pezzo dopo pezzo l’accesso a tutto il Sistema Solare e a qualsiasi luogo mai conquistato o visitato dall’umanità. La forza individuale aveva poi preso il sopravvento su quella collettiva, erano cominciate le liti e i disaccordi, tutti schiavi di una legge matematica valida tanto per la fisica quanto per le faccende umane: l’espansione e la crescita non potevano continuare all’infinito, oltre il punto critico cominciava la contrazione, il disgregarsi delle antiche forze. Così era per le onde spante su una spiaggia, poi riassorbite nella risacca. Così era stato per l’Impero Orokin, composto da illuminati conquistatori poi finiti a chiudersi nei propri scintillanti sgabuzzini a difesa dei loro piccoli tesori, e così stava accadendo al Clan Tenno.

Trinity fu scossa da un’altra trappola, un globomartello ad onde d’urto s’era risvegliato ma lo fece saltare con due precisi colpi di pisola. Si lasciò sedurre da una stanza zeppa di contenitori luminosi e raccolse qualche cristallo di rubedo e di argon fantasticando di dividerli di buon grado coi membri del Clan, un modo per dimostrare che i Tenno non erano avidi come gli Orokin. Risalì dunque una scalinata dove una stupenda porta mostrava incisioni bianche e azzurre, ma varcata la soglia l’idillio svanì in un tappeto di cadaveri.

Erano i resti di una squadra d’assalto Corpus trucidata dai Grineer. A giudicare dallo stato dei corpi non era passato più di qualche giorno dallo scontro, ma il Void non rispondeva alle normali leggi della fisica. Gli Orokin, all’apice della loro tecnologia, erano riusciti ad imporre parte di quelle leggi all’interno delle Torri sospese in quell’oscura regione dello spazio, forzando la gravità e permettendo agli oggetti di conservare la propria massa, ma il tempo restava difficilmente misurabile.

Nel Void, il momento presente scorreva normalmente solo per il visitatore, che poteva ritrovarsi coinvolto in fluttuazioni di ore, giorni o perfino anni. Ciò significava che entrando in una stanza ci si poteva trovare dinanzi allo splendore primigenio del giorno stesso in cui era stata costruita, scorgere la diversa organizzazione del mobilio in epoche differenti, e sulle aiuole scorgere una pianta morta, poi germogliante, appena nata o nel pieno del suo vigore. L’integrità delle Torri permetteva a chi le attraversava di restare sincronizzato sul tempo canonico – misurato su quello terrestre – ma nelle stanze danneggiate ci si poteva ritrovare proiettati attraverso le epoche. Il fenomeno era piuttosto comune e più brusco nelle rovine Orokin sulla Luna, mentre nel Void gli sbalzi temporali finivano per collassare su se stessi, riportando l’ospite al tempo normale in capo a pochi minuti.

Ora, Trinity stava osservando il risultato di una battaglia tra Grineer e Corpus che poteva essere avvenuta qualche giorno prima o decenni addietro. Trovò la stanza successiva sgombra e linda, in fondo c’era un ascensore, vi salì e in cima vide nuovamente un tappeto di cadaveri. Stavolta erano soltanto Grineer e a giudicare dalle ferite si erano trucidati a vicenda, le armi erano modelli recenti.

“Forse mi sto avvicinando” sussurrò Trinity. Cominciò a riflettere su cosa dire quando avesse incontrato la Profetessa, ma fantasticare era inutile perché qualsiasi cosa progettasse di dire o fare, Trinity sapeva già che tutto sarebbe andato diversamente. Con la Profetessa era sempre così.

Sentì il rumore di scrosci d’acqua in lontananza. Come in tutte le torri Orokin, i canali d’irrigazione delle aiuole e i sistemi di raffreddamento erano integrati col resto dell’architettura e si aprivano in spettacolari giochi d’acqua e cascate, alcune delle quali in senso di gravità inversa, con l’acqua che ascendeva verso il soffitto. Questa però era una classica cascata dall’alto verso il basso.

O forse, la cascata è in ascesa e sono io a testa in giù, insieme a tutta questa stanza, all’intera struttura. Nello spazio, non esiste un sopra né un sotto.

Trinity si portò istintivamente una mano alla testa, aveva sentito la voce come un’interferenza radio nel casco, come se per un istante il suo Warframe avesse espresso un pensiero autonomo. Trinity azzerò il caricatore della sua pistola, figurandosi il proprio Warframe sotto il controllo d’una mente ostile che le avrebbe fatto rivolgere l’arma contro se stessa. La Profetessa era un’abile ingannatrice e dopo un anno di esilio le sue capacità ed ostilità potevano solo essere cresciute.

La cascata in fondo alla sala era chiusa tra due statue fatte d’intricati ghirigori d’oro, animati come piccoli androidi in amore che tubavano in un continuo aprirsi e intrecciarsi. Oltre, confusa dal punto in cui lo scroscio d’acqua era più violento stava l’inconfondibile sagoma di un Warframe in meditazione sospesa due metri sopra il pavimento. Trinity non percepiva l’Affinità e per un istante ripensò all’uso della pistola, ma presentarsi armata non era la soluzione migliore. Solo gli esuli più veraci si chiudevano a quella sottile comunione d’energia, l’appena percettibile sincronia di pensiero cui davano il nome di Affinità. Trinity si era sempre rifiutata di esplorarne il funzionamento perché non voleva essere nemmeno capace di estraniarsi dagli altri Tenno. Fece per avvicinarsi con cautela ma il Warframe esplose con un’ondata di energia, scaraventandola a terra. Prima che potesse rialzarsi, Trinity si ritrovò due lame di pugnale incrociate sul collo.

“Che cosa vuoi?” disse la Profetessa.

“Aiuto” rispose Trinity.

“E’ per uscirne viva che ti servirà”

“Nadja…” provò a dire Trinity, ma i pugnali le si strinsero sotto l’elmo. Dentro il baccello di Trasferenza della sua navetta, a Tris parve di sentire le lame bloccarle il respiro. “Nyx… tu non mi ammazzerai”

“Non sfidarmi”

“L’avresti già fatto. Sapevi che stavo arrivando”

“Che Profetessa sarei altrimenti”

“Una autoproclamata”

“I ciechi non possono proclamare ciò che non vedono”

“E hai visto anche cosa mi ha spinto a venire?”

“Ho visto tante di quelle cose che la tua piccola mente non potrebbe sopportarne metà”

“C’è stato un risveglio”

“Due hurrà per Lotus” disse Nyx, sprezzante.

“Si è risvegliato da solo”

“Un altro spettro nelle mani dei Grineer”

“No, gli è sfuggito senza aiuto, almeno fino alle Piane”

“Hydroid” sussurrò Nyx rinforcando i pugnali. Brandelli della sua visione cominciavano a prendere forma e per un attimo si sentì smarrita. Stando isolata, senza un metro di paragone con la realtà esterna, le visioni potevano significare tutto e niente, ma fuori dal Void si trasformavano in eventi concreti, che avevano conseguenze e potevano decidere destini.

“Il Clan lo vuole scollegare”

Nyx ebbe un sussulto, l’immagine di Hydroid che puntava il tridente sulla luna insanguinata si fece più vivida e angosciante. Iniziava la fase del rigetto, il rifiuto del dono, la maledizione per i limiti della sua piccola mente messa di fronte a brandelli di vuoto che troppo spesso si erano rivelati ingannevoli, capovolti come scene attraverso uno specchio rotto.

“Aiutami a liberarlo” incalzò Trinity.

“Io non ti devo niente” fece Nyx.

“E’ una bugia detta da chiunque abbia combattuto con me” disse Trinity.

“Se salvare gli altri ti avesse dato credito dovresti governarlo tu il Clan”

“Ciascuno segue le sue inclinazioni: la mia è aiutare gli altri, la tua è capire il Void meglio di chiunque altro. Senza Lotus solo tu puoi rintracciare il baccello di quel Tenno sulla Luna, senza di te non possiamo liberarlo.”

Nyx scaricò la tensione che l’aveva percorsa fino a quel momento, i muscoli biometallici si rilassarono e per un attimo si fece più curva e più bassa. Con sollievo si lasciò strappare all’eco delle visioni recenti dal ricordo di quelle più lontane, esplorate in infinite meditazioni da cui aveva riportato più che brandelli sfilacciati, e con cui aveva intessuto arazzi di conoscenza sconosciuti agli altri Tenno. Non erano molti gli angoli della sua mente che aveva potuto riempire con verità certe e nette, ma erano quelli che più amava, e ci si immergeva per trovare sollievo dall’ignoto.

“Non ci sono altri baccelli sulla Luna” disse Nyx, certa di quanto diceva. Riassunse la posa di meditazione sotto lo scroscio d’acqua. “Credi che se ci fossero stati altri Tenno non li avrei risvegliati io stessa? Vorrei tanto che ce ne fossero altri, ma noi siamo gli ultimi rimasti. Tutti quelli che abbiamo perso non torneranno, dì questo ai tuoi amici che ancora ci credono: nessuno ritorna dal Void. E quanto alla vostra Lotus, dovunque sia finita, magari è scomparsa proprio quando si è resa conto che non avreste più potuto vincere la guerra.”

Trinity fece un sospiro, fece per rispondere ma s’inginocchiò per meditare a sua volta. A Nyx piaceva manipolare gli altri, era questo il suo talento, ma non aveva tempo per i suoi giochetti. Tris usò la Trasferenza e uscì allo scoperto. “Parliamo faccia a faccia”

“Che vuoi fare, prendermi a schiaffi un’altra volta?”

Tris ebbe un sussulto, si era sempre pentita di quello schiaffo a Nadja, adesso avrebbe voluto dargliene due.

“Ho sviluppato meglio la mia abilità esplosiva” disse Nyx “ricordi? Potevo incanalare l’energia cinetica dei proiettili per rilasciarla in un’onda d’urto, ma come hai potuto vedere poco fa, affinandola col tempo sono riuscita a caricarmi con un’energia minore. Una goccia d’acqua che cade è imparagonabile alla spinta di un proiettile, ma una goccia che picchia giorno dopo giorno può bucare il metallo, o un cranio. Secoli fa la si usava come tortura: si legava un uomo sotto un rubinetto che perdeva, e la goccia che batteva in testa poteva farlo impazzire o addirittura ucciderlo. Una goccia che cade è energia cinetica, è forza di gravità, è la spinta del moto contro l’inerzia di un corpo immobile, esattamente come un proiettile sulla corazza di un Warframe. Con gli schizzi di questa cascata posso sprigionare energia sufficiente a ucciderti, perciò torna nel tuo guscio bimba, ho cose più serie su cui meditare”

“Non ci vediamo da un anno ed è la seconda volta che mi minacci in cinque minuti. Eppure avresti potuto uccidermi appena mi hai sentita entrare, non mi sarei opposta”

“Come se opponendoti sarebbe cambiato qualcosa”

“Sono qui in carne e ossa, e tu ce l’hai per una volta il coraggio di farti vedere senza nasconderti dietro al tuo Warframe? Senza nasconderti dietro al Void?”

Tris rabbrividì vedendo che Nyx si stava muovendo, per un attimo credette di sentirsi investire dall’onda d’urto ma il Warframe le venne incontro e l’afferrò per il collo, sollevandola da terra con la sua presa d’acciaio.

“Sapevo che sarebbe venuto qualcuno, ma non mi aspettavo te, la guerriera più infima e insignificante”

Tris non oppose resistenza, il respiro cominciava a mancarle, chiuse gli occhi e si abbandonò. Il piccolo corpo di bambina si dissolse in una sfuggente sagoma di luce che trafisse il torace di Nyx, strappando la piccola Nadja al suo corpo Warframe.

Tris non sapeva nemmeno d’esserne in grado, aveva scommesso sulla superbia di Nadya e quasi non le sembrava vero d’essere riuscita a forzarne la Trasferenza. Ora le sedeva a cavalcioni sul petto ed erano finite nel laghetto sotto la cascata. Tris si lasciò andare alla rabbia ricambiando Nadja con la stessa cortesia subìta poco prima: la stringeva per il colletto mentre la cascata scrosciava sopra di loro.

“Allora Profetessa, questo non l’avevi previsto” disse Tris.

Nadja, col volto schiaffeggiato dal flusso della cascata che rendeva ogni respiro una piccola lotta, riuscì a balbettare una risposta.

“Credi che sia stato facile per il Clan” ruggì Tris “o per me, vedere Lotus scomparire e non sapere se l’avrei più rivista? L’unica madre che abbia mai avuto, buona o cattiva che fosse, pensi mi abbia fatto piacere perderla? A te non importava niente, te ne sei andata, ma per noi che siamo rimasti credi sia stato bello, o facile?”

Tris sollevò di peso il corpicino di Nadja, più scarno ed esile del suo forse a causa del lungo isolamento nel Void, in cui non poteva certo godere di una dieta ricca. Tris la spinse fuori dalla fontana e si alzò sovrastandola: non era mai stata così furiosa, nemmeno in battaglia, e si rese conto che le mani le tremavano per la rabbia ma i colpi di tosse e il volto smagrito della piccola Nadja, gli occhi arrossati e le profonde occhiaie riportarono Tris a quell’empatia che faceva parte del suo carattere. Le tese la mano, Nadja rifiutò strisciando in un angolino, sedendo a gambe incrociate con la schiena contro il muro.

“Come… come ci sei riuscita?” balbettò Nadja.

Tris era ancora arrabbiata ma essendo Nadja più piccola di lei, le risultava difficile odiarla. Come in fondo le risultava difficile per qualunque altro Tenno. S’inginocchiò davanti a lei e sedettero una dirimpetto all’altra.

“Forse un anno di guerra” disse Tris “ti insegna di più di un anno di esilio”

Nadja le fece un’occhiata la cui rabbia non poteva essere sostenuta dall’umiliazione d’essere strappata al proprio Warframe, proprio lei che si era autoproclamata maestra nella comprensione del Void e dei suoi misteri, e di colpo così vulnerabile ed ora impotente nel suo corpo umano.

“Ti farebbe stare meglio sapere che non ero sicura di riuscirci?”

“No” disse Nadja.

“Ci servi tu” disse Tris “il tuo talento”

“Il mio talento…” sussurrò Nadja portandosi una mano alla tempia “tu non hai idea di cosa si può vedere in questo posto, fin dove sono riuscita ad arrivare seguendo i fumi del Void… posso sentire i flussi di Trasferenza, più di una volta credo di essere riuscita a sentire i vostri movimenti in giro per il Sistema Solare. A volte ho anche sentito le vostre paure… le vostre sofferenze in battaglia… credi che sia bello questo? O che sia facile? Tu curi le ferite degli altri, ma io posso sentire il dolore di quelle ferite, e sì, perfino il dolore che sentono i Warframe. Ti sei mai chiesta cosa sente una macchina? Quel brivido che li percorre quando lo scudo collassa, il feedback che si spande per i sistemi è come un istante di terrore. Tu lo chiami talento, ma sentire voi e i vostri Warframe somiglia di più a una maledizione”

“Allora puoi aiutarci a rintracciare il nuovo Tenno”

“Tu non mi stai ascoltando. Non posso rintracciarlo e non voglio sprecare tempo con uno spettro quando cose più importanti sono successe o stanno per succedere. C’è un’ombra di morte, sangue che verrà versato”

“Hai avuto una visione vero? Una chiara, che riguarda questa storia”

Nadja sgranò gli occhi come potesse vedere dinanzi a sé un orrido spettro, poi la bocca le si contrasse in un’espressione dura: “è qualcosa di insidioso, di lontano…”

Nadja si strinse in se stessa, abbracciando le gambe con le braccia e piegando la testa sulle ginocchia. “Il risvegliato, quello che Hydroid ha aiutato, è un Excalibur vero?”

Tris annuì.

Nadja tremava: “c’è solo un Warframe che non sono mai riuscita a percepire dal Void, almeno finché non è apparso questo, e il fatto che sia un Excalibur…”

“Non lavorare di fantasia” fece Tris piegandole la testa verso la sua.

“Non lo faccio, non è lui che mi preoccupa: ho visto qualcos’altro nel Void, qualcosa di peggiore e devo meditare a lungo se voglio capirci qualcosa. So che detesti questo posto, non ci volevi venire e non vorresti andartene a mani vuote, perciò ti farò una profezia…”

Tris rimase in attesa, ma Nadja se ne restava immobile a fissare il vuoto. Le immagini si accavallavano nella mente della Profetessa: Hydroid e il suo tridente puntati su una luna rossa.

“L’Excalibur… dovete scollegarlo” disse Nadja “se non è nascosto sulla Luna non può essere uno di noi. Se non lo farete sarà versato del sangue”

“Forse il sangue che hai visto è il suo” disse Tris “noi che scollegandolo gli diamo la morte”

“Vuoi vivere qui e interpretare il Void al posto mio?”

“Forse non sono abbastanza arrogante per farlo” disse Tris.

“Vattene via.”

La conversazione finì com’era cominciata. Ciascuna riprese il controllo del suo Warframe, Nyx tornò a meditare sotto la cascata e Trinity se ne andò delusa e irritata. Tornando alla sua navetta Trinity rimuginava su tutto ciò che la Profetessa aveva detto e c’era un pensiero che ritornava ingigantendosi ogni volta di più: Nadja poteva rintracciare i Tenno attraverso il Void, la cosa metteva i brividi, e non solo per il fatto che se i Grineer fossero venuti a conoscenza di una cosa del genere sarebbe diventata la preda più ambita dell’Impero. Dal canto suo Nyx era ugualmente delusa dall’incontro: tutto era sbagliato, e il fastidio per la meditazione interrotta cresceva di pari passo con la rabbia verso se stessa. Potevano volerci giorni per interpretare i flussi del Void e lei non aveva avuto che poche ore. Maledì Trinity, poi maledì se stessa. Tutto era già in moto, e le visioni erano inutili se non comprese in tempo, se superate dagli eventi incalzanti. La Profetessa aveva visto Hydroid, percepito il taglio di una lama attraverso il cosmo, il freddo e il sangue. Ed accadeva raramente di vedersi riflessa in una visione: le si richiedeva di agire e si era appena rifiutata. E non c’era Trinity nella visione, c’era il volto di un esule come lei. C’era Hydroid, Hydroid e il suo tridente puntato contro una luna rosso sangue.

 

 

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