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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
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Capitolo 14
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Il cielo livido e l’aria rarefatta del pomeriggio. La strada soffocata nel via vai delle macchine a rilento, tra le brevi fiumane di gente zigzagante nel vicoletto dei negozi, tra la vetrina dei vestiti e quella delle scarpe, tra i modellini di auto d’epoca e i lampadari accesi sulla soglia dell’antiquario.
All’uscita dal negozio di liquori faceva freddissimo e Lily si scaldò affrettando il passo verso la biblioteca. Il signore nella hall stava tra pile traballanti di libri tutti uguali, le grosse copertine cartonate di bordeaux vivo. Lily si avvicinò con la sua preziosa copia di “Wanderwhere” tra le braccia, la posò sul bancone, accennò un inchino di ringraziamento e fece per andar via.
“Aspetta!” la richiamò il signore, e iniziò sfogliarlo dalla prima all’ultima pagina.
“L’ho trattato benissimo, giuro, non l’ho rovinato”
“Era già rovinato di suo, mancava qualche pagina?”
“Si, cioè no, ma la storia non finisce tutta qui vero?”
“Cosa vuoi dire?”
“All’inizio c’è scritto libro primo
“Non mi ricordavo che fosse una serie. Fai vedere… hai ragione, ma la storia è tutta qui, alla fine c’è scritto epilogo, e vuol dire che quella è la fine della storia. Piuttosto, vediamo se c’è il timbro o il nome del donatore, chissà che non possa procurarmene un’altra copia, o scoprire se c’è davvero un seguito”
“C’è una scritto nell’ultima pagina” fece notare Lily.
“Dove? Ah qui, in terza copertina. C’è un indirizzo ma sembra più uno scarabocchio, che calligrafia pessima”
Lily fece il giro del bancone e si mise accanto al vecchio per leggere meglio. “C’è scritto Ashcrop
“Si, sembra proprio Ashcrop, e quest’indirizzo mi dice qualcosa, fammi prendere un appunto… controllerò anche se è passata una vita. Adesso che ne dici di scegliere un altro libro?”
Lily annuì senza esitare.
“Riporta questo al suo posto e scegli quello che vuoi, ma ripassa qui perché devo appuntarlo sul registro.”
Lily esitò, il vecchio era già tornato ad immergersi tra le sue scartoffie e non l’avrebbe accompagnata come la prima volta. Un po’ ci rimase male ma il desiderio di un nuovo libro scacciava tutto il resto, così riprese il libro e si addentrò nel labirinto degli scaffali. La biblioteca le sembrò ancor più grande rispetto all’altra volta, il soffitto alto quasi quanto il cielo e illuminato da decine di abbaini. Lily non ritrovò l’enorme scaffale lungo e scuro dove il bibliotecario aveva preso Wanderwhere. Si era già persa prima di accorgersi che le imponenti librerie si intersecavano disordinate in segmenti sparsi a casaccio, chiudendosi in spazi stretti e irregolari: alte e basse, traboccanti o mezze vuote. Nello spazio tra un mobile e l’altro scorgeva di tanto in tanto una figura di passaggio, subito risucchiata nel labirinto. Impossibile chiedere aiuto, a meno di mettersi a gridare.
Si prega di fare silenzio, diceva un cartello. Si prega di non parlare a voce alta, diceva un altro.
“Bisogna obbedire al cartello” sussurrò Lily tra sé. Quello era l’unico posto in cui quella frase, una specie di ossessione per gli amici del suo papà, avesse un senso. Ma dubitava che quelli fossero mai entrati in una biblioteca, e chiassosi com’erano avrebbero mai obbedito a quei cartelli.
Gli scaffali erano zeppi d’enciclopedie d’ogni genere e lingua ma nemmeno l’ombra di un libro di favole. Provò a tornare indietro ma non c’era verso di ritrovare la strada. Un’imponente libreria zeppa di polverosi volumi spargeva un tanfo di vecchiume e muffa ma Lily la percorse fino in fondo, perché era l’unica nei paraggi con una scala scorrevole. L’unica soluzione per uscire dal labirinto era guardare le cose dall’alto, e chiamando aiuto da lassù o saltando da uno scaffale all’altro ne sarebbe venuta fuori. I pioli erano molto distanziati perciò doveva piegare quasi tutto il ginocchio per salire sul successivo. Non si era mai accorta di avere le gambe corte e si sentì bassa e brutta. Non è certo una scala costruita per i bambini, pensò mentre stringeva i pioli e sperava che Wanderwhere non cadesse dalla stretta debole della cinghia dei calzoni.
Aveva paura di guardare giù ma sapeva di essere più che a metà strada: mancavano solo quattro scalini. Ripensò alla Lily di Wanderwhere e la sua filosofia sul coraggio che non era questione di cuore ma di cervello, che tante volte andare avanti conveniva più che tornare indietro. In ogni cosa, anche in quelle più piccole, c’era un punto oltre il quale rinunciare era una sconfitta, e c’erano sconfitte di cui vergognarsi e altre da cui imparare. Ma questa è solo una stupida scala, si disse Lily, cosa si può imparare a salire in cima, a parte le vertigini?
Voleva rinunciare, col piede provò a tastare l’aria in cerca del piolo inferiore ma non riusciva a sentirlo, per qualche maleficio gli scalini percorsi erano spariti ed era meglio sbrigarsi prima che cominciassero a sparire anche quelli a cui si reggeva. Immaginò una tigre affondarle gli artigli alle caviglie, e doveva raggiungere la cima per non farsi sbranare. Realizzò che era più facile cadere scendendo che non salendo, questo la rassicurò un momento, ma lanciava inquietanti prospettive per la strada del ritorno. Ultimo sforzo, ultimo scalino.
Dalla vetta le librerie apparivano come faraglioni di legno spigolosi e storti come dolmen. Perfino adesso il tetto della biblioteca sembrava alto come il cielo, e Lily era circondata solo dal gran vuoto d’aria tra lei e le mura più alte e bianche, rischiarate dagli abbaini impalliditi per la cappa bigia del pomeriggio. In basso non si vedevano nemmeno i pavimenti, i corpi dei rari passanti inghiottiti e solo le teste ad animare il formicaio tra le scansie come lontre affogate in un labirinto di alberi senza chioma.
Lily alzò la testa verso quei pezzi di cielo nei lucernari equidistanti, desiderando un’altra scala da affrontare per raggiungerli e dominare il soffitto della biblioteca, poi oltrepassarlo e da lì salire ancora, fino al punto in cui il cielo si puliva da ogni sporcatura. Da lassù non si distingueva una direzione da seguire per tornare indietro, e solo immaginare di percorrere la scala a ritroso le faceva tremare le gambe. Lo strato di polvere sotto i piedi rischiava di farla scivolare anche al più piccolo passo. Finalmente vide spuntare dal basso una testa grigia sovrastata da un paio di occhiali sulla fronte alta. Il vecchio bibliotecario cercava qualcosa e calandosi gli occhiali sul naso scrutava il titolone di un libro bordeaux e argento, lo prese e stava per sparire di nuovo quando Lily starnutì.
“Salute” disse lui di riflesso, ma non vide nessuno. Fece un giro su se stesso e poi un altro in senso contrario, finché alzando gli occhi vide la ragazzina accucciata con la testa fuori dal bordo del ripiano più alto. Per lo spavento gli cadde il librone e impallidì tanto che il viso fece tinta unita coi capelli d’argento.
“Ossantamadonna! Cosa fai lì?”
“Non riesco a scendere”
Inforcando bene gli occhiali il vecchio prese un respiro e afferrando la scala la mosse in prossimità di Lily, che allungò e ritrasse la gamba per due volte prima di decidersi.
“Avanti, prima un piede e poi l’altro” era più spaventato lui della piccola, rinfrancata dalla sua presenza. Cominciò a scendere quando la polvere sull’alto scaffale la fece starnutire ancora, uno starnuto così forte che a momenti lasciò la presa. Qualcosa che le schiacciava il respiro svanì: Wanderwhere era scivolato dalla stretta del petto, giù nel vuoto.
“Il libro!” gridò. Il vecchio l’agguantò d’istinto lasciando la scala che prese ad oscillare. Lily sentì la gravità strattonarla da tutte le parti: mani e piedi precipitarono dai pioli diventati inafferrabili e per l’eternità di un secondo cadde nel vuoto, rigida eppur sciolta come un burattino. Gli occhi cercarono il cielo trovando l’azzurro nell’abbaino sul soffitto. Il libro cadde di nuovo.
 
Quando Lily si rialzò, il bibliotecario ristette pallidissimo, ancora seduto, con la schiena contro la libreria alle sue spalle.
“Sei più pesante di quanto non sembri” provò a scherzare. Fitte alle ossa malandate gli negarono un sorriso. Lily l’abbracciò chiudendo in gola i singhiozzi, rinunciare a piangere sembrava l’unico modo utile di scusarsi. Il bibliotecario non sbraitò rimproveri, ma le strappò la promessa di non fare mai più una cosa del genere. Lily annuì e dopo aver ricevuto le indicazioni sulla giusta scansia dei libri di fiabe si allontanò a testa china, fissando quegli stupidi piedi che non ne avevano voluto saperne di fare i coraggiosi sulla scala maledetta. Non avrebbe voluto voltare le spalle al vecchio mentre stava ancora a terra, ma non avrebbe sopportato di vederlo soffrire – e fallire – mentre cercava di rialzarsi. Forse si era rotto qualcosa ed era tutta colpa sua. Il respiro le si stava ingrossando e forse avrebbe pianto se non avesse sentito il tocco d’una mano sulla spalla: il vecchio s’era già rimesso in piedi, pur con la schiena curva e la sofferenza che traspariva dalla smorfia sul volto. Lily avrebbe voluto abbracciarlo ma temeva che al primo tocco sarebbe andato in pezzi.
“Non vorrai andartene senza niente da leggere” disse “ma non fare più la scimmia sugli scaffali”
A immaginarsi scimmia Lily si lasciò scappare una mezza risata, la tensione si sciolse e sugli occhi danzava una lacrima. Riuscì a trattenerla.
“Su, su, non è successo niente. Adesso non vorrai buttarti in braccio alla tv per paura di tornare in biblioteca”
“Io non ce l’ho il televisore”
“Davvero?” il vecchio lo disse con uno stupore accentuato, bambinesco. Lily si pentì subito d’averlo detto, anche se non si trattava di un compagno di scuola che per questo l’avrebbe presa in giro, non voleva far pensare al bibliotecario che suo padre fosse troppo povero per una tv, ma soprattutto non voleva che facesse altre domande. Il padre le aveva insegnato a temere gli adulti, sempre pronti a ficcanasare nelle faccende altrui. Basterebbe fargli ficcare il naso in camera tua per sentire quanto puzza, immaginò di dire a suo padre, così sì che scapperebbero a gambe levate. Anzi, avrebbero fatto scappare lui a gambe levate, se a fiutare l’aria fosse stato un segugio della polizia. La polizia, quello sì che era un pensiero da brividi, e Lily sentì una briglia invisibile intorno alla testa e il papà a darle una tirata di morso perché tacesse.
Il bibliotecario si stava già spendendo in lodi per i suoi cari genitori che l’avevano educata ad andare in biblioteca anziché incollarsi alla tv. Ci mancava solo che chiedesse di incontrarli, o che si aspettasse di vederli un giorno varcare la soglia per consultare cataste di libri.
“Veramente” disse in fretta Lily “volevo dire che non ho un televisore nella mia camera, perché adesso è guasto ma non vedo l’ora che torni a funzionare” questo bastò a ridimensionare l’entusiasmo del vecchio mentre Lily si rese conto di quanto le sarebbe piaciuto davvero averne uno. “Perciò stavo cercando qualcosa da leggere, per passare il tempo. Certo che se i libri per bambini non fossero in quegli scaffali così alti forse si leggerebbero di più”
Il vecchio non ebbe tempo di rispondere che Lily incalzò.
“Non è giusto che solo i grandi possano arrivare a prendere i libri che servono ai bambini”
“Non ci avevo mai pensato, ma qui è raro vengano dei bambini, ed anche i genitori non chiedono mai libri di fiabe. A pensarci bene, sono sempre meno quelli che vengono in biblioteca per leggere”
“Come mai? Se i libri non si pagano dovrebbe esserci la fila”
“Quelli che possono pagare i libri preferiscono comprarli in libreria, a molti non piace l’idea di leggere un libro senza possederlo, per certuni è più importante averlo che leggerlo. Poi c’è chi non vuol leggere neanche gratis. Qua in biblioteca vengono per lo più studenti e professori, quelli che devono imparare per forza e quelli che di imparare non si stancano mai”
“E tutti gli altri?”
“E’ questo il guaio, sembra che sempre più persone siano convinte di sapere già tutto”
“Mi piacerebbe imparare tutto” disse Lily “ma non è impossibile?”
“Lo è. Secondo me lo sanno anche loro, ma si accontentano di sapere abbastanza”
Abbastanza è una parola antipatica” disse Lily con fermezza.
Il bibliotecario abbozzò un sorriso forzato, ancora faticava a nascondere il dolore della caduta. Lily si sentiva responsabile ed avrebbe voluto scappare dal dolore che aveva creato.
“Adesso è tardi” disse in fretta Lily “vado a casa”
Si fermò all’angolo del corridoio e si voltò a guardarlo nuovamente: l’uomo curvo si appoggiava alla libreria con una mano, tenendosi il fianco con l’altra. Avrebbe voluto tornare indietro e dargli un bacio sulla guancia, ma riuscì a dire ciò che doveva solo a se stessa, sussurrandolo appena.
“Grazie per non avermi fatta cadere.”
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