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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 15
La scia fredda precedeva l’avanzata della mano adunca. Strette dal terrore le pupille di Lily si perdevano in quelle abissali del folletto bianco, specchio d’anima nera gioiosa al pallore della piccola. Gli artigli stavano per ghermirla quando uno schiocco trafisse l’aria che si riempì d’un grido. Il folletto ritrasse la mano infilzata da una freccia luminosa, della stessa tinta delle lune piene d’estate.
Una pioggia di frecce si scatenò intorno all’altare trafiggendo decine di folletti bianchi, che rotolandosi per il dolore emettevano stridii terrificanti, come un treno in frenata prima di deragliare. Dalle ombre lunghe dei vigliacchi in ritirata venivano urla altrettanto assordanti, i volti si annerivano di rabbia mentre indietreggiavano, maledicendo in cento lingue la minaccia invisibile. Ma dalle retrovie gruppi inferociti avanzavano calpestando i compagni feriti nella foga di aggredire Lily. Le frecce continuavano a piovere come raggi di luce mortale, e quando anche i più feroci indietreggiarono feriti, dal mucchio si levò il più furioso di tutti. Facendosi scudo coi compagni morti il folletto sfoderò artigli lunghi il doppio del suo corpo e balzò verso Lily. In quell’istante una freccia s’infranse sull’altare e Lily vide il folletto rabbioso sospeso a mezz’aria, gli artigli immobilizzati ad un soffio dal suo collo. Anche gli altri folletti erano rimasti immobilizzati nella fuga, sotto scie di frecce sospese tra lo schiocco e il bersaglio.
Lily non ebbe il tempo di capire ma un fruscio alle sue spalle la spronò a reagire, raccolse subito una freccia e girando su se stessa prese ad agitarla come una spada quando si trovò di fronte un giovane: portava un cappello a tricorno, da pirata, ma aveva lineamenti angelici e pelle d’avorio. La fissava con occhi tanto accesi come custodisse l’aurora nelle iridi. Si tolse il cappello liberando la folta chioma, i cui capelli avevano forma e colore delle foglie di salici piangenti. Dalle ciocche sulle tempie spuntavano orecchie appuntite.
“Tu non sei Madni” balbettò Lily.
“Io sono un elfo” rispose lui fiero, ed inforcò di nuovo il cappello solo per toglierselo in un ampio gesto e presentarsi “chi mi conosce mi chiama Mastro Elfo, oppure Elfo e basta. Non c’è da fare confusione, in questo posto non ce ne sono altri come me”
Lily notò l’arco di smeraldo e la faretra con le stesse frecce che l’avevano salvata. “Grazie per avermi aiutata… Posso sapere perché l’hai fatto?”
“Quel che conta è che sia stato fatto no?”
“Giusto. Ma da quando sono in questa terra non capisco se chi mi aiuta vuole farlo per davvero o per divertirsi… prima il delfino, poi Madni...”
“Chi è Madni?”
“Mio fratello, credo”
“Non si trovano molti umani da queste parti”
“No… lui è un folletto”
“Ma tu non sei folletta”
Non si era ancora ripresa dall’aggressione di quei folletti inferociti e non era il momento migliore per riflettere su chi o cosa fosse Madni. “Non sono sicura che sia mio fratello. So solo che è un folletto rosso”
“Folletti rossi? Non ne esistono in queste terre: neri, grigi, color panna e caffellatte, ma rossi no”
“L’ho visto bene e da vicino: la pelle della faccia e delle mani era rosso mattone ma si vestiva tutto di bianco, abbiamo fatto tanta strada insieme”
“E che fine ha fatto?”
“Non lo so. Io… l’ho spinto tra i rovi e sono scappata”
Se davvero Madni fosse stato Andy che cosa terribile aveva fatto! Ma se non era lui, beh se l’era meritato. Che fosse una cosa o l’altra, ammetterlo davanti all’elfo la fece vergognare, non voleva dargli l’impressione di aver sbagliato a salvarla.
“Odiavi tuo fratello?”
“Nient’affatto! Gli volevo… gli voglio un gran bene!”
“Allora spiegami la faccenda dei rovi”
“Ecco, Madni diceva delle cose orribili e non lo volevo più sentire, mi ha fatto avere una visione di mio fratello tra le spine dicendo che soffriva per colpa mia, così ho spinto lui nelle spine”
“Capisco, però è una strana ricompensa per chi ti aveva aiutata ad arrivare così lontano” rifletté Mastro Elfo.
Lily lo guardò con sospetto. “E cosa ne sai tu di lui e di cosa ha fatto, di dove mi ha portata? Mi ha perfino spinta nell’oceano e stavo per morirci dentro!”
“Ma sei qui no? E poco fa eri anche nei guai con le creature più spregevoli di questa terra, ma se davvero stavi con un folletto rosso è grazie a lui che gli altri ti sono rimasti lontani, perché nessuno può arrivare tanto lontano se non è protetto o aiutato, non in questa terra selvaggia. I folletti non possono scontrarsi tra loro né avvicinarsi gli uni agli altri se sono di razze diverse. Magari ti stava proteggendo e tu non te ne sei accorta”
“Non è così!” disse Lily alzando la voce. Con tutte le cattiverie che aveva detto Madni non poteva più pensare che fosse un folletto buono, né che fosse Andy. “Sembra che sappiate tutti ogni cosa e stiate lì a prendermi in giro!”
“Quanta rabbia piccola Lily. È triste sai? Quel buio che ti porti dentro ti fa vedere il male in ogni cosa, non ti fa fidare di nessuno”
“Infatti io non mi fido più di nessuno, di nessuno di voi!”
L’elfo abbozzò un sorriso comprensivo e parlò con voce dolce e pacata.
“Capisco. Io non ti chiederò di fidarti di me, sono qui per offrirti la protezione del mio arco se vorrai accettarla, senza vincoli o promesse: solo finché sarà nelle mie possibilità, e cioè fin quando staremo all’ombra di questi alberi”
“Se sei una creatura del bene perché non puoi uscire alla luce del sole?”
“Dove finiscono gli alberi, finiscono le Terre dell’Oblio, e non mi è concesso lasciarle. E in ogni caso non ho mai detto di essere una creatura del bene, il bene e il male non esistono”
“Ma certo che esistono”
“Per te dovrei essere buono perché ho scacciato quei folletti, il che fa di me un cattivo dal loro punto di vista. E se decidessi di consegnarti a loro, diverrei cattivo per te. È solo questione di convenienza, di punti di vista”
“Ci sono cose che sono sbagliate e basta”
“Fammi un esempio”
“Rapire un bambino piccolo per esempio, come mio fratello!”
“Sai chi è stato?”
“No, ma lo scoprirò”
“Come fai ad essere sicura che l’abbiano rapito? Non potrebbe essere andato via per conto suo?”
“Ha solo quattro anni. Quasi cinque anzi, ma non sarebbe mai scappato via da me”
“Forse non da te” disse l’elfo “da qualcun altro forse, o da un posto che non gli piaceva. Casa tua era un bel posto? Erano tutti buoni con lui?”
Lily non riuscì a rispondere.
“E chi ha rapito te, per farti arrivare fin qui?”
“Nessuno” disse Lily.
“Sei sicura?”
Di nuovo, non seppe rispondere. Voleva che Andy fosse stato rapito, ma la verità era che non ricordava nulla, nient’altro che il risveglio nel bosco degli ebani e la certezza del fratello perduto.
“Forse è stato Madni a rapirmi”
“Per condurti qui, affinché tu potessi ritrovare tuo fratello? Vedi che in questo caso non sarebbe un rapimento cattivo. E chissà che tuo fratello non sia stato portato in un posto migliore”
“Il posto migliore è quello dove c’è sua sorella!” sbottò Lily “e non sono d’accordo con te. Noi non dovremmo essere qui. Anche se fa un po’ schifo, casa nostra è casa nostra! E non sono d’accordo neanche sul bene e sul male, ci sono cose giuste e cose sbagliate, non si può cambiarle solo per farci comodo”
“Gli umani riescano a sembrare saggi dicendo tutto e il contrario di tutto. Tu puoi insistere a separarle con una linea, ma in tal caso è più sottile di quella che separa mare e cielo prima che il sole sorga. Le cose si confondono sempre tra loro, in questo mondo come in quell’altro da cui vieni tu, e come quello in cui stai per andare”
“Ovvero?”
“La Terra dei Cani Pazzi, è li che stai andando no?”
“Come lo sai?”
“Ascolta Lily, lo sanno tutti che stai andando là. Non puoi chiedere a tutti quelli che incontri perché sanno quello che sanno, la maggior parte delle volte non lo sanno nemmeno loro. Tu lo sai perché ci vai?”
“Certo che lo so!”
“Ma se non sai neppure se siete stati rapiti o no?”
Gli occhi di Mastro Elfo erano fissi su di lei, severi.
“Io so solo che devo andare a salvare Andy” disse Lily. Il bimbo si trovava nella Terra dei Cani Pazzi, di questo era certa. Andy era là, quindi non poteva essergli stato affianco nei panni di Madni.
“Allora mi accompagnerai fuori dal bosco?” domandò Lily. Si fidava di Mastro Elfo, una fiducia istintiva che andava al di là del salvataggio appena subìto.
L’elfo fece spallucce: “non ho altro da fare, perciò sì. E poi non mi capita spesso di parlare con qualcuno visto che in questa terra non ci sono altri elfi e i folletti non sono la compagnia più raccomandabile. E ancora: mi piace uccidere, e tu sei un’esca succulenta per le creature feroci. Ogni volta che qualcuno penserà di attaccarti, zac! lo infilzerò con una freccia. Pensa a un cacciatore di leoni che porta una gazzella al guinzaglio, come un’esca”
“Non ho intenzione di mettermi un guinzaglio”
“Non temere” disse Mastro Elfo “in questa storia il guinzaglio non tocca a te. Sai come raggiungere il luogo che cerchi?”
“Camminando, suppongo”
“Non ti basterà. Per raggiungere la Terra dei Cani Pazzi c’è un solo modo ed è prendere la nave attraccata alla spiaggia oltre la foresta. Là dove la sabbia splende e i soli luccicano io non potrò seguirti”
Fissando il volto del bel giovane Lily riacquistò la calma e un po’ di fiducia. Si convinse della buona fede dell’elfo: un cattivo si sarebbe dato la pena di convincerla con ogni mezzo della sua bontà mentre lui sembrava infischiarsene.
Mentre camminavano il bosco si trasformava in giungla, liane verdi pendevano dagli alberi mutando forma e colore, le cortecce si scurivano, lo spessore dei muschi cresceva e l’aria si faceva più densa e umida. Il luogo si faceva sempre più impervio e inospitale e la fiducia nell’elfo si rafforzò quando Lily capì che da sola non sarebbe riuscita a districarsi in quel saliscendi di rocce e sterpaglie. I tappeti di muschio nascondevano fossi e nidi di folletti bianchi. I primi potevano essere autentici crepacci o aperture nel soffitto di grotte il cui fondo era irto di stalagmiti appuntite. I nidi dei folletti bianchi erano difficili da riconoscere perché non avevano una forma precisa ma il fiuto dell’elfo era formidabile. Mentre annusava l’aria le narici gli si assottigliavano in una forma simile a quelle dei felini. Mastro Elfo scagliava le sue frecce senza pietà, infilzando a destra e a manca.
Il suolo si faceva sempre più irregolare, le radici degli alberi si dimenticavano d’esser tali facendo da rami e disegnando archi e ponti. Faraglioni di pietra, all’apparenza solidi, si sgretolavano appena sfiorati, costringendo ad avanzare a grandi balzi e a far le scimmie arrampicandosi tra le liane. Lily cominciava a divertirsi benché molte liane fossero coperte di spine e doveva stare a districarle in cerca di quelle più lisce, fortuna che Mastro Elfo non andava troppo veloce come Madni e pur senza aiutarla – ch’era troppo impegnato ad ammazzare folletti bianchi – badava sempre che non restasse troppo indietro.
“Non tutte le liane sono sicure” disse Mastro Elfo “perciò sta’ attenta”
“Come faccio a distinguerle?”
“Prova a farle il solletico o una carezza, se ride o fa le fusa, probabilmente non è una pianta”
“Probabilmente” ripeté Lily, allungando le dita a solleticare la prossima liana con l’orecchio teso.
“Oppure puoi provare a morderla, se sibila e ti morde di rimando, probabilmente…”
“Già” disse Lily afferrandone una che pareva una robusta fune da marinaio. La rapidità con cui le si avvinghiò al collo e alle braccia la lasciò senza fiato e già sentiva i piedi staccarsi da terra, perché la liana la stava tirando su con una velocità incredibile ma ricadde alla stessa velocità, tranciata dalle frecce dell’elfo. Lily ricadde su una grossa radice e si rialzò col sedere indolenzito.
“Quella era la lingua di una pianta carnivora. La testa se ne sta su, nascosta fra i rami più alti” non fece in tempo a finire di dirlo che un bozzolo verdastro cadde a un passo da loro. Sembrava un magnifico bouquet di fiori d’arancio ma quando l’elfo estrasse la freccia conficcata al centro, i fiori caddero rivelando il collare screziato di spinte che aprendosi a guscio di castagna rivelò l’orrenda testa dalla corteccia violacea. “Sei fortunata, è un esemplare giovane, o non sarei riuscito ad abbatterlo con qualche freccia, e gli adulti hanno molte più lingue. Da adesso in poi aggrappati solo alle liane che tocco io”
Mastro Elfo riprese il cammino sferzando con l’arco le liane e i rami sempre più invadenti, movimenti ampi a destra e a sinistra come colpi di pagaia in un fiume verde. Lily si scoprì a provare uno strano affetto per quella bellissima creatura. I passi agili dell’elfo, il vestito dai riflessi argentei, le orecchie a punta, le movenze feline e le occhiate serene e impassibili, tutto l’attraeva e rassicurava.
“Mastro Elfo...”
“Dimmi” disse lui senza fermarsi.
“Tu vivi qui? In questo bosco?”
“Si”
“Dov’è la tua casa?”
“Lontana da qui, dove c’è più tranquillità. I folletti bianchi sono facili da uccidere per me, ma preferisco stargli alla larga. Le liane mangiateste invece non sono più che insetti fastidiosi”
“Nel mio mondo gli insetti non mangiano le teste delle persone”
“Forse perché non le hanno mai assaggiate. Prega che non succeda mai”
Avanzavano nella giungla ormai da ore e Lily si faceva sempre più lenta per la stanchezza. L’elfo sedette ai piedi d’un grande albero contorto su se stesso per farla rifiatare. Lily si lasciò cadere sul tappeto di foglie giganti e morbide, azzurre e bianco platino, che emanavano un vapore dolciastro e caldo.
“Grazie d’esserti fermato” sospirò Lily. Sul volto dell’elfo neanche una goccia di sudore e il respiro normalissimo. “Non sei stanco?”
“Io non mi stanco mai”
“Beato te!” rifiatando, Lily osservò i possenti rami che coprivano il cielo, da cui si allungavano robusti tentacoli verso il suolo, tutt’altro che semplici liane.
“Che strano albero”
“È un camminatore dei boschi”
“Un camminatore?”
“Vedi quelle specie di radici che scendono dai rami più grossi? Sono proprio radici. Piano piano raggiungono terra e quando sono ben ancorate l’albero stacca quelle vecchie allungandosi in avanti con nuovi rami, che mandano così altre radici e via di seguito”
“Come i passi che facciamo noi insomma?”
“Solo molto più lenti” annuì l’elfo, con un sorriso tanto bello che per un attimo la lasciò senza fiato.
“E dove vanno?”
“Nessuno lo sa, vanno così lenti che per capirlo bisognerebbe seguirli per anni e anni. Loro non hanno fretta. Hanno tutto il tempo che vogliono”
“Già” fece Lily rattristandosi. Si alzò a sedere e poi scattò in piedi, il pensiero di Andy le rimproverò la sua debolezza fisica.
“Riposa ancora un po’, la strada è lunga”
“Ho aspettato troppo. Andy ha bisogno di me”
“Ti racconto una storia Lily. Giusto due minuti, poi scegli se riposare o ripartire subito: c’era una volta un grande esercito, il più forte e il più grande di tutti i tempi. Erano diventati così forti e avevano vinto tanto che ormai non si preoccupavano nemmeno prima dello scontro. Anzi le battaglie erano diventate una vera noia, perché finivano prestissimo. Accadde così che in vista dell’ennesimo scontro, marciarono senza sosta per tre giorni e tre notti presso quel che sarebbe stato il teatro della battaglia, contando di vincere la battaglia prima di mezzogiorno, prima che il nemico potesse ammassare nuove truppe. Furono tanto lesti ad arrivare che all’alba del terzo giorno, la vallata dello scontro era deserta. L’esercito nemico infatti s’era attardato sulla collina, i loro uomini iniziavano a quell’ora ad indossare le armatura per la battaglia, erano belli riposati e avevano le pance piene per la colazione”
“Ho capito come finisce. L’esercito invincibile era troppo stanco e il nemico li ha sconfitti”
“No, gli invincibili vinsero comunque perché erano in tanti, ed erano così affamati e stanchi che la vista dei calderoni con gli stufati della colazione e le tende già montate per il riposo li motivò a vincere la battaglia. Quando poi giunsero i rinforzi del nemico avevano le pance piene ed erano di buonumore per la vittoria del giorno prima, e allora furono sconfitti lo stesso”
“Ma non ha nessun senso!”
“Sai com’è, la guerra non ne ha mai, ed è appena un gioco per chi ne parla”
“E la morale della storia qual è? Che chi si riposa poi perde?”
Mastro Elfo la fissò. “Il punto non era questo. Il punto è che stando ad ascoltarmi ti sei riposata un po’ di più. Quello che volevo dirti Lily, è che puoi correre o aspettare, vincere oggi e perdere domani, e non saprai mai qual era il tempo giusto per fare questo o quello. Un giorno ti va così, quello dopo colà”
“Continuo a non capire”
“Non c’è niente da capire. Cos’hai deciso? Vuoi ripartire subito o riposare?”
Lily sbuffò e si lasciò cadere tra le foglie.
“Brava, misura le forze perché quando raggiungerai Andy ti serviranno tutte. Vuoi che ti racconti della mia casa? Così, per passare un po’ il tempo”
Sempre distesa, Lily si sollevò sui gomiti strisciando verso un bel cuscino di muschio. Quando stabilì d’essere abbastanza comoda annuì. L’elfo balzò dalla radice bassa su cui sedeva, stendendosi sul fogliame accanto a lei. La sua chioma verdastra si confondeva tra le foglie, poggiò l’arco sul petto e vi giunse le mani come in preghiera mentre col ricordo viaggiava al suo rifugio.
“Si trova a sei giorni di cammino da qui – sei giorni a passo d’elfo – in una zona molto diversa da questa. Laggiù gli alberi sono dieci volte più grossi e salgono altissimi sfiorando le nuvole. Partono dal fondo di un grande burrone e superano le cime degli altri che si trovano più in alto, sulle montagne verdi. La mia casa è in fondo al burrone, arrampicata tra i rami più bassi di due robusti alberi. Tutto riluce d’un lieve indaco, un lume donato alle profondità del sottobosco dalle lanterne che i druidi appendono per tener lontani i folletti”
“Hanno paura della luce?”
“Di quella luce si. L’aura che diffonde disturba i loro occhi. La mia casa è robusta, fatta coi rami di Giuntinone bianco, una pianta che esiste solo nella Terra degli Elfi, si illumina la notte e attira le lucciole che le ronzano intorno, sono chiamati anche alberi delle stelle. Quando sono venuto nelle Terre dell’Oblio ho dovuto viaggiare per giorni, portando rami di Giuntinone in fascine che mi massacravano la schiena. Ma ne è valsa la pena. Quel legno non si secca mai e spande un buon profumo di muschi selvatici e fragole adamantine. Quando è costruita da abbastanza tempo, una casa fatta di Giuntinone bianco mette radici, e dai noduli nel legno spuntano rami nuovi che possono anche dare frutti che odorano di gelsomino, ma solo durante la quinta stagione”
“Qui le stagioni sono cinque?”
L’elfo annuì: “la quinta è la stagione del tempo corto, in cui tutte le cose crescono più rigogliose, il tempo si ferma e corre a suo capriccio. Molte piante impazziscono e si seccano, altre danno frutti all’improvviso, in cielo appaiono le stelle anche di giorno e i due soli ruotano le loro posizioni: il primo sole va in alto e l’altro scende sull’orizzonte dando sfumature amaranto al cielo, facendo sanguigno tutto ciò che normalmente è spento e opaco. Per un breve periodo, tutte le cose crescono in bellezza”
“Dev’essere stupendo”
“Anche troppo: tutti vogliono godere di quella bellezza, perciò le creature che alternano i loro letarghi nel resto dell’anno si risvegliano contemporaneamente: nascono lotte furibonde tra chi si è appena svegliato affamato e chi sta per addormentarsi ed è bello grassoccio. Perciò nella quinta stagione la terra e le fronde degli alberi non sono sanguigne solo per i riflessi della luce, ma anche per il sangue degli Gnat e dei folletti, dei drughi e dei Prankster che escono da sottoterra.”
Ad immaginarsi quelle scene di lotta tra gli animali Lily si sentì prendere da una gran tristezza e rimase in silenzio a lungo prima di pensare ad altro.
“Mastro Elfo… i folletti bianchi mi hanno detto delle cose orribili sul mio mondo, o almeno credo che stessero parlando di quello”
“Non può essere un bel mondo quello che ha messo sulle labbra di tuo fratello il veleno che l’ha trascinato in questa dimensione fuori dal tempo”
Lily scattò a sedere. Era evidente che riguardo a Andy l’elfo la sapesse lunga.
“Allora tu sai di chi è la colpa! Chi ha spedito Andy nella Terra dei Cani Pazzi?”
Mastro Elfo la fissò a lungo prima di rispondere. La sua espressione mutò due o tre volte prima che parlasse. Lily s’aspettava una spiegazione, qualcosa di rivelatore ma l’elfo fece spallucce.
“Non ce l’ho portato io tuo fratello nella Terra dei Cani Pazzi”
“Qualcosa però la sai”
“So che i folletti bianchi conoscono ogni forma di malvagità tra un mondo e l’altro, il nostro, il vostro e tutti quelli che esistono. Per quanto siano malvagi, non sono bugiardi, e se hanno detto cose truci sul tuo mondo sta a te capirle. Io so che le brutture d’un mondo possono essere bellezze viste da un altro”
“Ma che cosa vuol dire?”
“Vedi Lily, non esistono principi azzurri o eroi senza macchia. Non esistono bei regni lontani. È chi vive in un posto a farlo bello o brutto, per sé o per gli altri. E qualche volta sono gli altri, quelli lontani, a fare un posto bello o brutto, ma non c’è un modo solo di vedere le cose. Esistono solo i sogni e le illusioni, e i muri della realtà su cui si infrangono. I nostri sono mondi gemelli, entrambi hanno facce strane e diverse che possono nascondere cose terribili, cose che non immagineresti e che non ti aspetti. Quella che vedi non sai mai se è la realtà vera delle cose. Quella dei folletti bianchi è una cattiveria pura e arcana, non contaminata da secondi fini o voglia d’inganni: sanno che il modo miglior per spaventare qualcuno non è minacciarlo con orrori fantasiosi ma con quelli che potrebbero realmente avverarsi. Hanno il dono di sapere tutto delle vite degli umani, perciò non mentono. Ma posso dirti che il più delle volte parlano di cose che invidiano e non potendo avere devono disprezzare. Sono rosi e consumati dal desiderio, meschini nella loro sincerità”
“Continuavano a ripetermi di crescere, di farmi imprigionare, di rinunciare a mio fratello”
“Ma loro non sanno cosa significhi crescere, generati come spiritelli nella notte dei tempi, restano convinti che il giorno in cui sono caduti sia il migliore, il più bello di sempre, e disprezzano tutti quelli che vengono dopo. E più passa il tempo più fanno sembrare bello quello in cui caddero. Non crescono mai, anche se a volte invecchiano, ma non sanno cosa sia la speranza o il valore della bellezza, che invidiano e disprezzano a molte altre razze, elfi compresi. Tu sei grande e forte perché stai lottando per tuo fratello, e loro questo lo odiano perché non lo capiscono”
“E Madni? Anche Madni è come loro?”
“Non lo so. So solo che qua non esistono folletti rossi, ma potrebbe venire di là del mare. Io non sono mai stato nella Terra dei Cani Pazzi e non so quali creature ci vivano. Sei preoccupata per lui?”
“No. Però... non lo so. Mi sono fidata di lui, poi ha cominciato a parlare come un serpente e io… lasciamo stare. Mastro Elfo, che cos’è il Monchio?”
“Il cosa?” l’espressione dell’elfo tradiva il brivido al suono di quel nome, ma Lily non seppe interpretarne lo sgomento e credette alla sua ignoranza a riguardo. Dopotutto Madni ne aveva fatto il nome in un momento di perfidia, un po’ come la minaccia di un orco o un babau sotto il letto. Eppure il suono di quella parola aveva un suono magico e terribile che la riempiva di angoscia.
“Il folletto rosso, Madni, ha detto il Monchio che avrebbe divorato il mio fratellino”
“Potrebbe essere una creatura della Terra dei Cani Pazzi, o forse solo uno scherzo.”
 
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