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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 16
I viaggi al negozio di liquori si facevano più frequenti. Meglio così. Suo padre aveva cominciato a darle qualche mancia e ad ignorare certi suoi ritardi, fatti non più solo di soste alla biblioteca ma di strade allungate per vedere com’era la città oltre i soliti tragitti. Un semaforo e il traffico più rumoroso che nelle viuzze silenziose presso casa. Un parco coi pini e forse una fontana, al cui scroscio lontano immaginava la statua d’una guerriera con ali d’angelo e il viso di sua madre in un laghetto coi pesci, e corvi e tortore ad abbeverarsi. Negozi di giocattoli e vetrine popolate di bambole di porcellana, ed anche se sentiva d’essere troppo grande per le bambole sentiva la mancanza di quel che non aveva avuto negli ultimi anni. Niente più regali, niente più sorprese, nemmeno vestiti nuovi. Quanto le sarebbero piaciute quelle scarpe di vernice indaco, o quegli stivaletti rossi a mezzo tacco – sarebbe sembrata alta quasi quanto sua madre. Di fronte a quelle vetrine si sentiva povera e sporca, non osava entrare perché i suoi vestiti erano logori, slabbrati eppure troppo stretti visto che da anni nessuno gliene comprava di nuovi. La biblioteca almeno era gratis, e la poca gente con la testa bassa tra i libri non sembrava badare al suo aspetto. Almeno non gli adulti, che sembravano giudicarsi solo tra di loro, come tra di loro i bambini.
Bambini. Che sorpresa vederne qualcuno. Non ne aveva mai visti in biblioteca fino a quel giorno, appena dietro il grande banco della hall, chini su bassi scaffali colorati nuovi di zecca. Niente scale, tutto a portata di mano. Il bibliotecario stava là, bello sorridente con la schiena curva – era rimasto così a causa dell’incidente dell’altra volta? – e mostrava questo e quel libro con entusiasmo. Lily ebbe un sollievo quando lo vide drizzar bene la schiena facendole cenno di avvicinarsi. Ma i bambini la stavano guardando adesso, squadrandola da capo a piedi: le scarpe di tela sfilacciate – il bordo di gomma ingiallita che per quanto strofinasse non tornava più bianco come un tempo – i lacci rotti annodati tra un pezzo e l’altro, i pantaloni con l’orlo di colore diverso aggiunto dalla sua poco esperta mano di sarta, e il maglione del suo decimo compleanno – bordeaux infeltrito – non abbastanza nascosto dal vecchio giaccone ormai ridotto a chiodo. Lily fece un passo indietro e girò sui tacchi, posando il libro dell’ultima volta sotto gli occhi dubbiosi della bibliotecaria al banco della hall. E corse via.
Quando tornò, quasi un mese dopo, aveva rubato qualche vestito dall’armadio della madre. Aveva iniziato con un bel maglioncino beige, i suoi ormai erano così infeltriti che sembravano tutti beige, ma in questo la lana aveva un aspetto vaporoso e brillante. Poi aveva indossato le ballerine bianche che le stavano sorprendentemente bene: i suoi piedi erano cresciuti più rapidamente del resto del corpo, perciò meglio cominciare a vestirsi subito meglio per non sembrare troppo un pagliaccio, pensava Lily, e ormai si sentiva pronta ad incassare anche qualche sberla per aver rubato i vestiti della madre. In fondo non stava davvero rubando, e di spendere in vestiti quella miseria che le spettava per fare la spesa non voleva saperne. E al diavolo la televisione e tutto ciò per cui bisognava spendere soldi, finché la biblioteca era gratis.
Al bancone della hall non vide il bibliotecario, le sarebbe piaciuto ricevere un complimento perché non era mai stata così elegante, ma forse era offeso per com’era scappata l’ultima volta. Lily si avvicinò agli scaffali nuovi – non c’erano bambini quel giorno – scorrendo i titoli, non erano in ordine alfabetico come nel resto della biblioteca, sembravano ordinati per grandezza o per i colori delle costole e delle copertine.
“Così è più bello no?” la voce era quella del bibliotecario che le stava offrendo un gran sorriso “è bastato inventarsi uno scaffale per i bambini e scrivere a qualche scuola, ed eccolo qui. L’hanno sistemato loro, io non ho fatto altro che accompagnarli in giro per la biblioteca e loro si sono scelti i titoli che volevano, ma l’idea me l’hai data tu.”
Lily non riusciva a specchiarsi nell’entusiasmo del bibliotecario. Girava intorno ai bassi scaffali passando il dito sulle costole dei libri. La testa vuota. Doveva dire qualcosa per fargli piacere? Per mostrare d’aver apprezzato quel gesto?
“Ha avuto tempo di andare dal Signor Ashcrop?” disse.
“Il signor chi?”
“Quello dell’indirizzo alla fine di Wanderwhere”
“Wandercosa?”
“Quel libro che mi avete dato la prima volta, quello con la protagonista che si chiamava come me.”
Il vecchio la guardò dubbioso e diede una scorsa rapida allo scaffale. “Non posso ricordarmi di tutti i libri che abbiamo, però non ricordo niente con un titolo simile”
“Ma come? Siete stato voi a consigliarmelo!”
“Sei sicura?”
“Certo che ne sono sicura!” Lily non riuscì a continuare, il vecchio era sinceramente perplesso.
“Prova a controllare tu, che aspetto aveva?”
“Era rosso, con una grossa copertina rigida smangiata dai topi… qui non lo vedo, forse è rimasto nello scaffale vecchio”
“Impossibile, tutti i libri per bambini e per ragazzi sono qui adesso. Ma se era rosicchiato dai topi l’avremo gettato via, perché non ne scegli un altro?”
Come sarebbe a dire gettato via? fu sul punto di gridare, ma si morse la lingua. Lily non poteva credere che il bibliotecario se ne fosse dimenticato, non dopo avergli raccontato tutta quella storia su come l’aveva avuto, quanto ci era affezionato, l’aveva perfino paragonata a quella Lily!
“Se vuoi posso controllare se è andato in prestito”
“Non fa niente” disse Lily, non le importava di fare tardi e passò una buona mezz’ora a cercare il libro perduto, senza successo. Rinunciò. Con più calma avrebbe controllato ancora e ancora, anche al vecchio scaffale, finché tuffandosi in una nuova lettura altre meraviglie e mondi fantastici eclissarono quelli conosciuti in Wanderwhere. Settimana dopo settimana scelse nuovi libri, tanto più grossi e belli quanto più il padre dava in escandescenze per un lavoro malriuscito, perché ormai passava tutto il tempo nella sua stanza a far fumare ampolle e mescolare polveri, imprecando e spaccando tutto quando le pozioni non venivano come desiderava. Andy stava diventando coraggioso e non si spaventava più alle grida del padre, così riusciva a stare tranquillo ad ascoltare Lily mentre leggeva la storia del Coniglio Guerriero e dell’Imperatore che aveva ucciso tutti gli alchimisti perché non gli strappassero il regno con la loro magia. Lily invidiava i cittadini di quel mondo dove le pozioni erano state bandite. Purtroppo nel suo mondo la polizia non era abbastanza brava a dare la caccia agli alchimisti, quando poi si servivano dei bambini per fare le loro consegne era ancor più difficile catturarli. E nonostante tutto Lily non voleva che il padre venisse scoperto, perché ancora gli voleva bene e da qualche parte, in quel guazzabuglio di risate e grida, tra le montagne russe dei suoi umori, anche lui doveva volerne a lei e ad Andy. Non li aveva abbandonati nonostante i suggerimenti sfacciati di quei cani pazzi dei suoi amici: “disfati dei mocciosi, chi te lo fa fare a mantenerli ormai?” aveva detto uno, e un altro “le consegne possiamo fartele noi, garantito al limone” ed ancora “al diavolo il whiskeraio pazzo, dovremmo cambiare cartello” e “perché non farcene uno tutto nostro?”
Poi un giorno il padre si era alzato di scatto ed aveva rotto in testa il bicchiere ad uno degli amici. “Il prossimo che ne spara un’altra dovrà leccare i vetri dal tappeto!” aveva gridato, e da quei cani pazzi che erano l’avevano guardato in cagnesco, ma alla fine si erano tutti scusati, uggiolando per non farlo arrabbiare. E da quel giorno gli amici fecero visite sempre più rare, qualcuno smise di venire del tutto. Non che a Lily dispiacesse ma era proprio un capriccio del destino che la casa iniziasse a farsi silenziosa adesso che il chiasso non la disturbava più. Leggeva e sognava così tanto da sveglia che aveva sempre meno bisogno di dormire, e con Andy poteva fare discorsi sempre più lunghi perché il bimbo imparava parole sempre più difficili, e si mostrava più chiacchierone e intelligente di qualunque compagno di classe Lily avesse avuto.
Lily prese a cambiare i nomi dei personaggi delle fiabe con il suo e quello di suo fratello, per far finta di esplorare insieme quei paesi lontani lontani, frontiere per gli oceani di Morphea e le montagne di Grànitòs. Lily perdeva sempre più interesse nel mondo esterno, per quel che c’era dall’altro lato della strada, oltre il semaforo e dietro il vicolo del fornaio o il muretto basso affogato nelle siepi. S’era ormai convinta che da un certo punto in poi i quartieri della città si ripetessero, come i quadretti di una tovaglia con qualche buco e troppe macchie. Anche le facce della gente cominciavano a sembrare tutte uguali, e i libri parlavano di ciò che quella gente non le avrebbe mai raccontato, o che nessuno avrebbe mai vissuto. Doveva essere per questo che nelle fiabe i luoghi erano così vasti e magnifici, per liberarsi dall’angustia delle case e delle strade. Le vaste pianure per vendicarsi dei muri. Le capanne e i castelli per vendicarsi dei palazzi. Bazar di pozioni magiche e filtri d’amore contro negozi piccoli e sporchi dove si vendevano solo sigarette e liquori. Maghi e dame per vendicarsi di ladri e fannulloni. La nobiltà ovunque nel sangue dei principi e nei cuori degli eroi per vendicarsi della viltà degli ignavi.
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