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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 17
“Quando sarai dall’altra parte dell’oceano, nella Terra dei Cani Pazzi, dovrai cercare qualcuno che ti aiuterà” disse Mastro Elfo, spezzando il bozzolo di silenzio che li avvolgeva nella camminata.
“Come lo riconoscerò?” chiese Lily saltellando in un guizzo per rimettersi in pari con l’agile andatura dell’elfo.
“È un asceta”
“Un asceta” rifletté Lily, che aveva già letto quella parola in qualche racconto “è un esiliato, giusto? Ci si può fidare?”
“Non esattamente. Un asceta dedica tutto se stesso a qualcosa, rinunciando a tutto il resto, nel suo caso custodire la Spada di Vetro”
“Come fa una spada ad essere di vetro?”
“Le mie frecce sono di cristallo. Non importa quanto sia fragile l’arma se lo spirito è forte, perciò gli asceti non hanno bisogno dell’acciaio. Non lasciarti ingannare dall’aspetto del Guardiano quando lo incontrerai, il suo fisico è minuto, scarno, consumato dal suo scopo, ma è un guerriero formidabile. Io e lui siamo fratelli di sangue, ma io riesco ad imprimere la mia forza in uno stelo di cristallo, in una sola freccia alla volta, mentre la volontà necessaria a rendere una lama di vetro indistruttibile è qualcosa di straordinario. Lui potrà insegnarti ad rendere un fuscello solido come un bastone, pesante come una clava”
“Pensi che mi aiuterà?”
“Ti aiuterà ad aiutarti. Tu hai uno scopo in grado di darti la forza di trasformare un sasso in un macigno per abbattere il tuo gigante, come fu per il giovane figlio di Iesse millenni fa. Forse anche tu conosci questa storia, quella di Davide e Golia. Certe imprese non sono impossibili se lo spirito è fermo, nemmeno il Monchio è imbattibile sebbene io non sia in grado di affrontarlo, ma solo perché non trovo un motivo sufficiente da doverci combattere a rischio della mia vita”
“Ma chi è il Monchio, e perché ce l’ha con mio fratello?”
“Nessuno sa chi sia, voci dicono sia un Gigante apparso anni fa dal cuore d’una montagna facendone sanguinare le rocce divenute di color vermiglio. È leggendaria la sua voce muta, mugghiante, come un lamento di tenebra che terrorizza chiunque, tanto che le lande intorno alla sua dimora si sono spopolate e marcite. Pare che alcune legioni di Cani Pazzi abbiano cominciato a servirlo, sul perché voglia tuo fratello – se poi è davvero così – non oso immaginare”
Lily s’incupì.
“Una tartaruga una volta mi ha detto che il sangue umano è più potente di molti incantesimi, e se Lui volesse…”
“Mangiarlo? Succhiare dal cuore di tuo fratello con una cannuccia come un Bloody Andy?”
Quell’immagine piombata con violenza agli occhi di Lily la fece infuriare. “Come puoi essere così insensibile?”
“Non essere sciocca, quanto sangue può avere un bambino come quello? Se le voci sul Monchio sono tutte vere, è un tale gigante che con tuo fratello non ci si potrebbe intingere nemmeno un mastello di vino bianco per farne un buon rosé. Al suo posto io sarei più interessato a te, sei piuttosto in carne per una bambina, c’è molto di più con cui riempirsi la pancia”
“Non sono una bambina. E non sono grassa. Se è me che vuole cosa c’entrava Andy?”
“E’ così ovvio: con un mostro come quello a darti la caccia gireresti a largo dalla Terra dei Cani Pazzi, ma Lui ha rapito tuo fratello e sei tu che corri da lui, pensaci. O non pensarci, è solo un’idea. Non ci si deve aspettare grandi arguzie da chi vive nella Terra dei Cani Pazzi”
“Il Guardiano saprebbe uccidere il Monchio?”
“Senza dubbio, con un sol colpo”
“Allora proverò a convincerlo” disse Lily. Mastro Elfo scosse la testa.
“Non ci riusciresti mai, non potresti che con un atto di forza e quale sarebbe più grande che sfidare il tuo nemico a viso aperto? Nessuna ricompensa gli interesserebbe più di vedere un atto di volontà tanto grande, perciò ti insegnerà ciò che serve, ma non combatterà per te, questa è la tua battaglia Lily.”
Un chiarore si faceva debolmente strada negli spazi tra gli alberi davanti a loro e d’un tratto la luce esplose. Come tagliata da un colpo di scure, la foresta scomparve. Da un passo all’altro la luce aveva inghiottito l’oscuro intrico della giungla e l’afa del sottobosco. La calura d’una brezza asciutta e piacevole l’accolse in una spiaggia senza fine. Il bagliore dei due soli la investì in pieno e serrando le mani sugli occhi barcollò fino a sedersi sulla sabbia. Aprì lentamente il ventaglio delle dita abituandosi al fulgore riflettuto in ogni cosa. Chiamò Mastro Elfo una, due, tredici volte e barcollò verso il muro piatto e impenetrabile della giungla, privo d’odori e suoni. Non poteva accompagnarla, Mastro Elfo l’aveva detto e Lily sentì chiudersi la gola per il dispiacere di non udire più la sua voce e vedere il suo bel viso.
Il vento profumato di salsedine le sferzava il viso. Il gusto di mare le riempiva i polmoni rinfrancandola dopo l’interminabile corsa nel bosco. Abbagliata dall’interminabile tappeto di diamanti sbriciolati che specchiava i soli in una lingua di luce, Lily era di nuovo sola.
Paragonato all’indistinguibile verso della giungla, così vario e pulsante da sembrare una creatura vivente, il soffio della spiaggia era un gorgo di silenzio che inghiottiva tutto e la faceva sentire svuotata dei suoi stessi pensieri. A darle voce tornava l’oceano brillante e acceso, sposato ai lumi solari in un blu elettrico di densità magmatica. A destra e a sinistra chilometri e chilometri di niente, solo sabbia accecante sino all’orizzonte che non era proprio una linea, ma una curva che aspirava coi suoi lembi ad abbracciare l’immensità del cielo.
Pur stordita dall’eccesso di luce Lily raggiunse la riva. Con la mano sulla fronte e gli occhi bassi si mosse lenta sulla battigia, rimirando lo spumeggiare delle onde che stendendosi e ritirandosi s’avvolgevano nel chiasso della risacca. L’acqua esplodeva in boccoli e ricci turchese, tentacoli di microscopiche piovre che poco più in là litigavano per qualcosa, stringendosi e strozzandosi fino a scagliare l’oggetto conteso sulla spiaggia: era una bottiglia, e battigia rotolava nuovamente verso le grinfie della spuma negli occhi di Lily si srotolava l’illusione del messaggio che avrebbe voluto trovarci dentro, una lettera scritta a caratteri storti ed infantili venuta di là del mare. Non riusciva ad immaginarne le parole, desiderava solo un segnale, la conferma che Andy fosse vivo e lei sulla giusta strada. Acchiappò la bottiglia scuotendola dallo sfavillio del sole per scrutarne l’interno, pochi secondi di gioia subito infranta sul contenuto dorato di whisky. Lily svitò il tappo speranzosa che dall’esalazione alcolica potesse materializzarsi un genio, un mago o uno stregone, chiunque. Provò a strofinarla come la lampada di Aladino, lesse l’etichetta sbiadita sperando in una formula magica: niente. L’avvicinò infine al naso e riconobbe quel fetore stantio. La bottiglia era identica a quelle che aveva sempre visto nel negozio di liquori e che suo padre si scolava con gli amici o da solo nelle notti d’inverno, addormentandosi sul divano senza le coperte.
La sommessa vibrazione d’un soffio di vento risuonò sulla bocca della bottiglia spingendo più forte l’aroma dentro le narici di Lily che in una smorfia la lasciò cadere disperdendo il whisky sulla sabbia. La fanghiglia arrossì di scarlatto e una mano spuntò dalla terra come un redivivo dalle sabbie mobili. Preso da una forza invisibile il braccio si allungò trascinando fuori il resto del corpo avvolto nel completino stracciato e zuppo. La mano rossa brandiva già la bottiglia infrangendo il colpo in una pioggia di vetri sui capelli di Lily. Il sipario prima del buio fu un volto sfregiato e scarlatto. Il volto di Madni.
 
 
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