• Quinto Moro su FB

17. Il ritorno dello Stalker

Mayra se ne stava rinchiusa nel vano dei cavi d’alimentazione che risalivano presso il baccello di Trasferenza, cercando senza successo di ritrovare la calma. Si rese conto per la prima volta che il suo corpo di tredicenne cominciava a farsi più robusto, e che era diventata più alta. Passando le giornate al calduccio del baccello, proiettata sulla battaglia guardando il mondo sempre con gli occhi del suo Warframe, non badava molto al proprio corpo se non quando le necessità fisiche si facevano impellenti. Vissuta attraverso il corpo umano, la realtà del mondo fisico era il peggio del peggio: la carne molliccia e le ossa sentivano dolore ad ogni superficie metallica contro la schiena e il costato, la pelle sovraccarica di sensazioni tattili e non. Il caldo dei motori sotto il groviglio di tubature, il sudore sulla fronte e dentro la tuta, i capelli appiccicaticci sulla fronte e gli occhi che bruciavano per il sudore e incapaci di vedere al buio. Per non parlare della fame e della sete che cominciavano a farsi strada, dei crampi per la scomoda posizione in quell’intercapedine, che puzzava d’un odore indefinito, d’olio e gomma bruciati. La navetta di Ember avrebbe avuto bisogno d’una controllata, non appena Mayra fosse riuscita a riprenderne il controllo e riportarla in seno alla flottiglia Tenno. Quello era il primo pensiero razionale che le veniva da svariate ore, e forse i fastidi dell’essere costretta così a lungo fuori dal baccello alla fine avevano rimodellato il suo senso della realtà, attenuando finalmente il puro terrore che aveva provato nel vedere la sua Mag, il suo Warframe, prendere vita e rivoltarlesi contro.

Mayra sentì il cuore battere a mille, la testa invasa da una scarica di adrenalina e una nuova ondata di caldo. No. Il terrore ritornava a quel pensiero, l’immagine del Warframe che l’afferrava per il collo sbattendola nel vano di carico. Con le sue unghie troppo lunghe – e dopo essersene spezzate metà – Mayra aveva rimosso un pannello ed era riuscita a sgattaiolare tra le intercapedini fitte di cavi, aveva rischiato di farsi mozzare la testa da una ventola di raffreddamento ed era giunta infine a quella scomoda situazione di stallo, a cinque metri dal baccello di Trasferenza di Emma.

Mayra represse il magone e le lacrime al pensiero dell’ultima cosa che aveva fatto prima di ritrovarsi in quell’incubo: portare a braccia i corpi esanimi di Emma e Nelly. L’istinto di sopravvivenza metteva in secondo piano ogni dolore e lutto, ma adesso era in bilico tra l’essere sopraffatta dalla paura e dall’incoscienza, senza sapere quale delle due potesse salvarla. Lasciar decidere la paura ed evitare lo scontro con la sua Mag posseduta da una forza ostile, mentre attendere senza far nulla poteva essere un diverso invito alla morte, non meno angosciante che affrontare un Warframe a mani nude. Ogni piano d’azione che le nasceva in mente finiva strangolato dalla paura della morte, un sentimento nuovo per chi era stata addestrata fin da bambina al combattimento e aveva pilotato una delle più terribili armature da guerra mai costruite. Era stata educata a non temere il nemico per quanto terribile potesse apparire, né la morte, a non guardarsi indietro e non impressionarsi alla caduta dei compagni. Ma quanto accaduto su Nettuno era troppo anche per lei. Si sentì debole e stupida, ed eccolo di nuovo il petto gonfiarsi pronto a piangere. Si trattenne. Nemmeno un fiato. Silenzio. La sopravvivenza dipendeva dal silenzio più che da ogni altra cosa.

In battaglia, Mayra era abituata a prendere decisioni rapide, a prendere le questioni di petto e a dominare lo scontro. Nell’inedita condizione di non poterlo fare, la meditazione sembrava l’unica soluzione possibile e s’immerse in se stessa, provando a ricostruire un minuto alla volta tutto ciò che era successo quel giorno.

 

Lo spazio aereo di Nettuno era gelido. L’ingombrante sagoma di Giove eclissava buona parte dei raggi solari rendendo la lontana stella ancor più lontana di quanto già non fosse per il pianeta azzurro. La flotta Grineer stazionava all’ombra di Tritone, rischiarata dall’esplosione d’una delle navi di scorta, poi di un’altra, e un’altra ancora. Le fiamme percorsero la piccola flotta zigzagando tra nave e l’altra, come se una miccia invisibile fosse stata accesa all’estremità più lontana e le stesse consumando una dopo l’altra.

“Siete due maledette furie” sogghignò Mag osservando la simulazione olografica della flotta di Grineer che si disperdeva.

“Ti stai perdendo il meglio” rispose la voce stridula e giocosa di Nezha.

“E tu Ember?” disse Mag “parlami, è tutto ok?”

I simulatori audio dell’ologramma spansero per la navetta quel suono che nello spazio non poteva essere udito, ma il bagliore dell’esplosione sulla fregata Grineer valeva più di mille parole.

“Serve aggiungere altro?” disse Ember.

“Ripetimi ancora perché non lasciano a noi il comando della guerra?” fece Nezha.

“Non lo so” rispose Mag “per paura che finisca prima di pomeriggio?”

Il cielo intorno a Nettuno s’era trasformato in una moltitudine di stelle che esplodevano per poi essere inghiottite nel vuoto cosmico. La squadriglia di quindici navi era stata rasa al suolo in meno di mezzora.

“Ricordatemi di dare un bacio in bocca a Vauban per i suoi schemi della flotta Grineer” disse Mag.

“Oh sì, vorrei proprio vederti fare a pugni con Saryn” ridacchiò Nezha.

Le navette rientrarono in formazione, il trio sfrecciò da un lato all’altro del pianeta usando la fionda gravitazionale, puntando presso la mastodontica struttura che si aggrappava alla crosta decadente di Larissa. Del satellite restava ormai poco, e come per lo scheletro dei templi Orokin sulla Luna, qui le strutture estrattive dei Grineer mantenevano insieme l’ammasso di roccia devastato dalle turbolenze gravitazionali di Nettuno. Nel giro di due giorni i detriti esplosi della flotta Grineer si sarebbero sommati alla già intensa attività meteorica, finendo per contribuire alla devastazione del satellite.

Mag abbandonò la carlinga della sua navetta inforcando l’archwing e attraversando i relitti squarciati delle navi fece il tiro al bersaglio sui punti critici dei punti di energia, smembrando ulteriormente quel che ne restava. Un attimo dopo apparve Ember, virando a velocità folle per finire i Grineer che fluttuavano alla deriva nello spazio, affettandoli con le ali del suo archwing.

“Ecco le due spaccone” ridacchiò Nezha.

Il trio varcò la cupola elettromagnetica che avvolgeva le miniere di Larissa in uno strato d’atmosfera e gravità forzate. Alla piattaforma d’atterraggio la gravità era un terzo di quella terrestre.

“Attente a dove sparate” disse Mag “distruggiamo gli ossigenatori per ultimi”

“Se li distruggiamo per primi” fece Nezha “tutte le fornaci si spegneranno, e i trivellatori senza corazza spaziale moriranno asfissiati”

Ember diede uno scappellotto a Nezha. “I nostri attacchi sono basati sulle fiamme” disse.

“I miei no” fece Nezha “cioè non tutti”

“L’atmosfera è una sicurezza in più, teniamola fino all’ultimo” disse Mag. Nel frattempo un plotone Grineer s’era ammassato a ridosso della piattaforma.

“Sono più disordinati del solito” osservò Nezha.

“Abbiamo distrutto tutti i sistemi di comunicazione sulla flotta” disse Mag “il satellite dovrebbe essere isolato”

“Scommesse aperte” fece Ember “dieci platini che in mezzora li spazziamo via”

“Venti che ci basta la metà del tempo” disse Nezha.

Mag si lanciò all’attacco lasciandosi indietro le altre due, planò sulle alte creste della miniera e con impulso magnetico attrasse a sé un mucchio di soldati, strappati alla gravità con tale violenza che fluttuarono via, disintegrati dallo scudo elettromagnetico esterno.

Nezha ed Ember sfrecciarono con gli archwing sino alle alte ciminiere, ripulendo rapidamente le piattaforme alte mentre Mag penetrava sempre più addentro alla miniera. Il trio si riunì presso l’antro delle fornaci accese: Mag disattivò i portelli dei forni perché restassero aperti, Ember manipolò le fiamme che guizzarono fuori come sciami d’api inferocite a divorare gli schiavi Grineer, Nezha sfrecciò lasciandosi dietro una scia di tentacoli fiammeggianti che resero ogni via di fuga impraticabile.

“Tutto qui?” fece Nezha raggiungendo le compagne, ma mentre finiva di dirlo uno scricchiolio fra le trivelle e le rampe sopraelevate risuonò sinistro, come di metallo ritorno e masticato. Solo Mag rabbrividì, capendo subito di cosa si trattava. “Alle navette” disse “subito!”

Nezha imbracciò il fucile guardandosi intorno, percependo una forma distorta, Ember invece diede fondo alle sue energie per scatenare una pioggia di fuoco. Ci fu un lungo silenzio, tranne lo schianto delle meteore fiammeggianti che piovevano piroettando dalla schiena di Ember nell’arco di cinquanta metri. Prima che Mag potesse ripetere l’ordine l’ombra apparve in una nuvola di fumo. Nezha si lanciò all’attacco, la velocità dei suoi passi arroventava il metallo delle piattaforme sospese sciogliendole e in un attimo fu addosso all’ombra, scatenando una pioggia di proiettili col suo fucile d’assalto. Ma l’ombra scomparve e le riapparse alle spalle, Nezha schivò un primo fendente, sfoderò la sua spada e si lanciò addosso al nemico.

Il duello fu breve ma intenso, il guerriero ombra turbinava coi suoi stridii sinistri, dalle pieghe dell’armatura partiva un fumo nero che si riavvolgeva in sbuffi che confondevano i movimenti e lo proteggevano come uno scudo. Nezha mandò a segno uno, due, tre fendenti, ma proprio come i Grineer più pesantemente corazzati, il nemico non si curava d’incassare. Solo che non si trattava di un Grineer: aveva l’aspetto, la stazza e l’abilità di un Warframe, e i colpi incassati non sembravano preoccuparlo. L’ombra si avventò su Nezha brandendo il suo robusto spadone e la trafisse, e quando estrasse la spada dal torace del Warframe uscì il corpo esile d’una bambina.

Ember si precipitò in aiuto dell’amica ma venne trafitta a sua volta. Mag avanzò verso il guerriero ombra che le venne incontro a sua volta. Lui brandì la sua spada, lei il suo fucile a pompa aspettando fino all’ultimo per fare fuoco, poi scatenò un’ondata magnetica che avvolse l’ombra in una sfera e fece fuoco con tutta la rabbia che aveva in corpo. I proiettili distorti dal magnetismo rimbalzarono sulla corazza del guerriero ombra ancora e ancora, Mag avanzò sparando senza sosta mentre il guerriero s’inginocchiava, quando poi furono faccia a faccia lui parlò.

“La vendetta” disse “è il miglior perdono”

Il guerriero svanì, lasciando Mag a svuotare il caricatore del suo fucile contro il pavimento, come aspettando che la testa del bastardo spuntasse ancora per farla esplodere. Poi si scosse e raggiunse le due bambine stese a terra. Le piccole Nelly ed Emma giacevano ciascuna ai piedi dei loro Warframe immobili, vuoti e inutili. Sull’elmo di Mag, che era tutto un cristallo ovoidale sulla cui superficie parevano riflettersi i turbinanti astri del cosmo, il vortice s’interruppe e le stelle cominciarono scorrere verso il basso come lacrime.

Mag strinse i due piccoli corpi mentre il sangue sgorgava via insieme al poco respiro rimasto. Nemmeno Trinity avrebbe potuto rianimarle. La spada dello Stalker aveva trafitto i piccoli toraci e non c’era tecnologia in grado di guarire ferite simili. I Grineer tornarono alla carica, Mag avrebbe potuto affrontarli ma non voleva separarsi dalle compagne uccise, né che il fuoco della battaglia potesse straziarne ulteriormente i resti. Inforcò l’archwing e si alzò in volo richiamando le navette, entrò nella sua e li adagiò accanto al proprio baccello di Trasferenza. Rimase un attimo a guardare ciò che restava delle bambine con cui aveva condiviso lunghe notti a chiacchierare sulle velocità dei proiettili e su come fosse andata la guerra se fossero state le ragazze a decidere, poi a litigare perché a dirigerla era sempre stata una non-più-ragazza di nome Lotus di cui in fondo nessuna si fidava, ma tutti i maschietti della flottiglia Tenno bramavano di obbedirle come alla sexy mammina dei loro sogni, e le giovani Tenno non facevano che invidiarne il potere sperando di poter un giorno diventare come lei.

Di fronte ad Emma e Nelly, immobili e sempre più pallide, Mag si scontrava con la sua incapacità di comprendere il concetto di morte. Avrebbe voluto piangere ma non ci riusciva, e sarebbe dovuta uscire dal suo Warframe per abbracciare le compagne ma non voleva farlo, perché a quel punto, toccando i volti freddi con le sue mani umane, tutto sarebbe diventato reale. Poi si rese conto di quanto era stata stupida: come un’orda di locuste i Grineer s’erano ammassati sui Warframe Ember e Nezha e li stavano trascinando via. Mag lanciò un messaggio d’emergenza all’orbiter più vicino ed impostò una rotta sicura perché la navetta fosse ritrovata, poi il buio.

 

Mayra non ricordava i dettagli di cos’era avvenuto dopo. Si era ritrovata fuori da Mag, che l’aveva schiaffata dentro al vano di carico. Non sapeva nemmeno se riuscendo ad entrare nel baccello – che non era il suo ma quello di Emma – avrebbe ripreso il controllo della sua Mag.

Il sudore sulla fronte s’era asciugato e il respiro tornato regolare, la meditazione era servita. Mayra distese il corpo, trovando un appiglio per il piede e afferrando i cavi più in alto con le mani. Risalì lentamente ma senza fermarsi e giunta al pavimento della camera di Trasferenza vide che era deserta. Aprì il baccello e vi scivolò dentro. Sentirsi chiudere in un baccello estraneo le diede un istante d’angoscia, a ricordarglielo c’era quell’odore non suo, quello di Emma, perché gli umani a differenza dei Warframe avevano un odore, e per quanto interfacciarsi con le macchine avesse addormentato parte delle percezioni sensoriali fisiche dei Tenno, proprio quella disabitudine le rendeva più forti quando si manifestavano. Anche il finto cuoio del baccello era più rugoso e ruvido, poi ecco giungere l’impulso della Trasferenza e l’azzerarsi di ogni altra percezione. Tutte quante. Anche quelle attenuate eppur così vive dello sguardo attraverso il Warframe. La vista era distorta, periferica e spaccata in due, come se l’elmo di Mag da quell’unico globo che era si fosse incrinato nel mezzo: il Grande Occhio Cosmico – come l’aveva soprannominato Mayra da piccola – era distorto, il visus ridotto e insufficiente. Poi giunse l’olfatto, che per quanto artificiale in un Warframe, lasciava comunque arrivare il lezzo tipico delle officine Grineer. Dunque, la sua Mag non si trovava nella navetta, ma la Trasferenza era troppo debole per aver pieno controllo e coscienza di quanto le accadeva intorno. Riconobbe un grugnito e una bestemmia Grineer, fece per alzarsi e ricadde pesantemente al suolo, un dolore lancinante le spezzava il respiro, tipico di quando i naniti procedevano a riparare danni catastrofici. Si alzò a fatica, due soldati le venivano incontro, cercò di magnetizzarli ma non aveva abbastanza energia, provò dunque a fargli perdere l’equilibrio con un debole impulso ma dal suo braccio si sprigionò una fiammata. I Grineer furono rapidamente consumati dal fuoco, non prima d’aver richiamato l’attenzione degli altri con le loro grida. Mayra si guardò la mano e vi riconobbe quella che aveva stretto tante volte, all’inizio e alla fine di ogni addestramento nel Conclave: la mano di Ember.

 

Mayra si tastò l’elmo, la lunga cresta che saliva dalla nuca e si arricciava nel ciuffo a forma di fiamma stilizzata, poi si guardò le cosce robuste e i piedi a triplice artiglio invece degli scarpini ungulati della sua Mag. Era davvero finita nel corpo di Ember e non ne aveva il minimo controllo. Si trascinò mentre i Grineer invadevano la stanza con le armi in pugno.

“Portatela in salvo, presto” la voce gracchiava dai filodiffusori e dai rozzi terminali in quella che sembrava un’officina, dove carcasse di robot e Grineer pendevano dal soffitto in un grottesco affresco dell’orrore. Mayra conosceva quella voce, si esprimeva nella lingua corrente usata solo dall’aristocrazia Grineer, ma aveva il tipico accento delle truppe isolate nella Fascia di Kuiper. “La stazione è compromessa, abbandonate la struttura e distruggete tutto prima che arrivino!”

La stanza tremò e s’udì un frastuono di metallo e carne che franava alle sue spalle, due soldati vennero travolti e i restanti gettarono le armi per afferrare Ember a braccia, e trascinarla via come per un compagno ferito. Mayra non capì, poi l’inconfondibile boato di un missile termonucleare, l’onda d’urto e il buio. Ci fu un lungo silenzio, irreale, Mayra fece per interrompere la Trasferenza e uscire dal baccello ma si ritrovò fuori da Ember, nel mezzo del corridoio circondata dai Grineer storditi. Uno alzò il fucile gridando una bestemmia.

“Fermi!”

La voce echeggiò da tutti i ricevitori nei caschi dei Grineer. Mayra cercò di svanire di nuovo attraverso Ember ma non percepì il minimo segno di Trasferenza. Due soldati l’afferrarono per le braccia, un terzo si staccò una placca dal collo e gliela mise accanto al collo.

“Tenno, riesci a sentirmi?”

Ora che la voce era nitida e vicina Mayra la riconobbe con un brivido: Tyl Regor, una delle più brillanti menti dell’Impero – non che tra i Grineer ce ne fossero tante, ma era uno dei pochi avere un cervello funzionante e forse l’unico scienziato del suo popolo degno di tal nome. Tre anni prima, Mayra aveva assaltato il suo laboratorio nello spazio di Urano, distruggendo qualcosa come cinquant’anni di ricerche, e per poco lei e Rhino non erano anche riuscite a farlo fuori. Il laboratorio fu distrutto ma mesi dopo si seppe che Tyl era sopravvissuto. Per quasi due anni c’era stata una taglia su tutti i modelli di Warframe Mag e Rhino che era costata la vita a decine di Tenno inesperti, finché erano rimaste solo lei e Rachel a pilotare gli ultimi due rimasti, pesantemente modificati per resistere agli assalti di massa. Mayra ripensava spesso a quell’attacco, non tanto per la cruenta reazione dell’Impero e le vittime fra i Tenno, ma per ciò che un eventuale successo nella ricerca di Tyl Regor avrebbe significato per l’Impero. Se Tyl fosse riuscito a curare la corruzione genetica i Grineer sarebbero diventati più forti, consolidando il loro potere nel Sistema Solare. Eppure era risaputo che la loro brutalità derivava dalla sofferenza per il decadimento cellulare, le mutazioni e malformazioni che li costringevano a continui trapianti, a produrre centinaia e migliaia di cloni alla ricerca delle migliori variabili genetiche. Il solo modo che i Grineer avevano di ottenere un corpo sano era produrre cloni a sufficienza da poterne assemblare uno, strappando da ciascuno le parti migliori nella speranza che attecchissero nel fisico più resistente. A ciò era dovuta la minaccia rappresentata dai numeri del loro sconfinato esercito, mentre la brutalità nel combattimento, così come la propensione ad attacchi suicidi, potevano ricercarsi più nel costante stato di sofferenza dovuto alla corruzione fisica che ad un’autentica malvagità. O almeno valeva per i soldati comuni. Ciascuno recava in sé la ferocia delle bestie ferite, accecate dall’ira per il bombardamento di adrenalina e perenne stress da dolore.

Di tutto questo Mayra all’epoca sapeva poco, e si era fidata come gli altri del giudizio e della guida di Lotus, preoccupata dai successi di Tyl Regor. Quando poi Ash aveva scoperto – e nei dettagli lo sapeva solo lui – ciò ch’era stato distrutto con quella ricerca, aveva abbandonato il Clan.

Ora, Mayra si ritrovava nelle mani di Tyl Regor, protetta dall’anonimato che Ember le dava – il suo volto umano sconosciuto ai Grineer – e non si capacitava di quanto lui stava dicendo: “tre ore fa, poco dopo il vostro assalto alla flotta su Larissa, i Corpus hanno invaso lo spazio aereo di Nettuno, lanciando un attacco su vasta scala. Hanno conquistato rapidamente le zone dei satelliti e portato una quantità di incrociatori senza precedenti. Se non hanno costruito tutte queste navi in segreto, hanno portato qui un terzo della loro flotta, ovvero tutte le navi, dalla prima all’ultima, governate da Alad V”

Mayra prese fiato, la compostezza di Tyl ispirava un curioso istinto di collaborazione: “vogliono i nostri Warframe”

“Un attacco come questo non poteva essere organizzato in così poco tempo. I miei uomini ci hanno messo più di un’ora prima di decidersi a comunicare la vostra cattura, e se foste voi il bersaglio non avrebbero assaltato tutte le nostre fregate ma sarebbe stata un’azione mirata. Questa è un’invasione in piena regola”

“Quindi cosa vuoi, che ti aiuti?”

“Ti farò scortare dai miei uomini, ma tu devi difendere il nostro carico. Fallo giungere integro su Urano e ti permetterò di tenerti la tua vita e il tuo Warframe”

“Questo carico… stai parlando di Nezha, dell’altro Warframe. Cosa ti fa credere che non bombarderanno il tuo cargo con tutte le loro armi?”

“Perché appena ho visto le proporzioni dell’assalto gli ho fatto sapere che vi avevamo catturati. Qualsiasi cosa stiano cercando su Nettuno, faranno di tutto per conquistare un Warframe, non rischieranno di distruggerlo”

“I Corpus sono mercanti, avrei più possibilità con loro”

“Con Alav V? Io non credo”

“Sai che preferirei morire piuttosto che consegnartene uno solo”

“Non lascerò che venga usato contro di voi” disse Tyl Regor “non lo consegnerò a un idiota come Vor che lo trasformi in spettro, solo per farvelo distruggere. Il Nezha sarà ridotto in pezzi prima che Cressida chiuda la sua orbita su Urano, e forse ne ricaverò abbastanza dati da recuperare dieci o venti anni della ricerca che voi piccole disgrazie mi avete rovinato. Potrete sempre provare a sabotare di nuovo il mio lavoro, se ne avrete il tempo, ma rinuncereste in questo caso ad una tregua non negoziabile su Urano. La mia parola su questo pianeta vale quanto quella di Vay Hek in persona.”

Un boato fece tremare tutto, i soldati finora immobili cominciarono ad agitarsi intorno alla porta pressurizzata.

“Decidi Tenno! Uno di voi è già morto, la vostra compagna vigliacca è fuggita ma tu sei sopravvissuta, e i sopravvissuti non sputano sulle seconde occasioni”

Mayra capì che la compagna vigliacca a cui si riferiva era lei stessa, Mag.

“Io so che siete sempre meno, Tenno. Voi, flagello degli Orokin, siete una specie in via di estinzione, i Warframe sono macchine sostituibili, sepolte nell’immensità delle rovine antiche ce ne saranno altri, ma voi siete più che macchine, più che carne e sangue”

L’inconfondibile suono delle armi a impulsi dei Corpus cresceva dietro il portellone, i Grineer si preparavano ruggendosi addosso.

“Ember è danneggiata” disse Mayra “non posso riprenderne il controllo”

Tyl abbandonò la lingua corrente per grugnire rapidi comandi a due soldati che puntarono i loro bastoni amphis su Ember, imprimendole una poderosa scarica elettrica. Dietro il portello si udì un’esplosione e il metallo cominciò a incrinarsi. L’ira dei Grineer montava tra le urla.

“Ora, Tenno!”

“Non posso rientrare!” Mayra pose entrambe le mani sul plesso solare di Ember, il Warframe la respingeva. Il portello si aprì e i Corpus invasero la stanza. Tyl urlò all’artigliere bombard di fare scudo al Tenno col suo corpo. Mayra chiuse gli occhi, lasciò fluire attraverso sé l’energia del Void forzando la Trasferenza e perse i sensi. Il bombard cadde a terra ucciso, la voce di Tyl gracchiò un’ultima volta, i soldati coprirono la ritirata a chi portava in spalla il Tenno svenuto. Poi Ember esplose in una fiammata, uccidendo i Corpus e i Grineer rimasti.

 

 

 

 

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