• Quinto Moro su FB
Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 18
 
Dopo la nascita di Andy, i mesi interminabili dei pianti e notti insonni, l’addio alla scuola e le prime incursioni alla biblioteca, gli anni avevano preso a scorrere rapidi sul binario della routine. Lily, che era cresciuta più di quanto lei stessa immaginasse, avvertiva sempre più una vena di disturbo nei confronti di suo padre, ed era cosciente dei suoi loschi affari col whiskeraio pazzo, il vecchio Semiro, che gestiva il negozio di liquori. Non aveva più paura di sbirciare nelle buste che consegnava e ritirava, ma non se ne curava visto che quel compito le permetteva di andare alla biblioteca e racimolare abbastanza soldi per non far mancare nulla a suo fratello. Di tanto in tanto, nelle buste c’erano delle banconote arrotolate e Lily si cullava nell’idea che se l’avesse voluto, avrebbe potuto metterseli in tasca e portar via Andy per sempre da quella città. Ma il padre le avrebbe certamente dato la caccia, e se non lui quei cani pazzi dei suoi amici, perché di soldi parlavano spesso e litigavano anche per pochi spiccioli. No, doveva fare il suo lavoro con diligenza e architettare qualche piano più ingegnoso per il futuro.
Suo padre ormai non usciva di casa ormai da un secolo, e raramente lasciava la sua stanza se non per bere e fumare da un’ampollina di vetro sdraiato in soggiorno quando ospitava i suoi amici, urlando e facendo discorsi senza senso. Quando c’erano ospiti Lily si muoveva sempre con aria volutamente svagata, cercando di registrare quel gergo metropolitano scurrile, arricchito e intramezzato da bevute e risate e nomi di sostanze chimiche. Qualche volta si metteva perfino a servire da bere perché le loro risate isteriche avevano un che di divertente, e in loro presenza il padre sembrava più allegro e meno incline a sbraitarle contro. Ma quando tutti sparivano allora sbatteva le porte e urlava contro di lei e contro Andy, lamentandosi perché la cena non era pronta o perché lei se ne stava sempre a leggere.
Lily non l’ascoltava, e il fatto che Andy avesse smesso del tutto di piangere per gli accessi del padre la rinfrancava. La maggior parte delle volte, quando il padre urlava, Andy si metteva la mano in bocca per soffocare una risata, e appena si girava lo indicava col dito dandogli qualche soprannome dall’ultima fiaba letta. Stava diventando un bambino sorprendentemente vivace e attento, con le idee chiare sul mondo e sul suo futuro: da grande avrebbe fatto l’inventore, per costruire chiavi e martelli per smontare le porte e costruire passaggi segreti nei muri. Un giorno avrebbe inventato case trasparenti, con mille piedi sul fondo per camminare di posto in posto, sulle colline e le montagne. Vedere i castelli, le scale verso il cielo, i pianeti, l’universo e tutto quanto. E se il mondo non gli fosse piaciuto ne avrebbe inventato uno lui. Ma la prima invenzione sarebbe stata una pozione per diventare subito grande, e forse ci sarebbe riuscito presto usando il laboratorio del padre. Aveva visto gli alambicchi e le polveri sul suo comò e si era convinto che fosse uno scienziato pazzo. Lui sarebbe diventato intelligente come il padre, anzi di più, e coraggioso come Lily, anzi di più.
Andy non era mai uscito di casa. Qualche volta s’era azzardato sulle scale del palazzo alle soglie del portone ma non aveva mai visto strade e piazze, non si era bagnato sotto la pioggia e vedeva le stagioni dalla finestra. Lily aveva paura che gli capitasse qualcosa di brutto, che potesse investirlo un’auto, che venisse rapito, che lui stesso scappasse o non volesse più tornare a casa. O poteva ammalarsi per l’ennesima volta, costringendola a chiedere aiuto a Mona Mozzicona, la signora dell’ultimo piano che a Lily piaceva sempre meno, nonostante tante volte avesse procurato medicine e fatto venire persino un dottore. A Lily non piaceva il modo in cui Mona guardava suo fratello, quando lo vedeva se lo accarezzava e coccolava come fosse suo. La pelle della donna era grigia, le dita gialle e i denti consumati, non poteva avere figli perché aveva il corpo intossicato dalle sigarette e da chissà cos’altro. Nei primi due anni di vita del bimbo s’era fatta viva più volte, finché suo padre l’aveva cacciata via – per una volta il suo caratteraccio era servito a qualcosa – ma s’era comunque offerta spesso di badare ad Andy. Lily aveva sempre rifiutato. La sua era una diffidenza istintiva, che non veniva da qualche sgarbo o cattiveria. E il fatto che Mona Mozzicona le avesse spiegato meglio i pericoli da cui guardarsi, come le streghe dei servizi sociali, gli ometti blu e gli amici di suo padre, Lily non lo vedeva come un gesto disinteressato. Ed anche suo padre, così raramente prodigo di buoni consigli, l’aveva messa in guardia dalla tossica, così la chiamava, benché prima di litigare si fossero spesso intossicati in allegra compagnia.
Per fortuna Andy, che parlava molto e bene, in presenza del padre sapeva quando stare zitto e non lo infastidiva mai, tanto che gli permetteva di sbirciare mentre lavorava. Benché fosse piccolo, nessuna porta poteva più tenerlo chiuso in una stanza a meno che lui non lo volesse: svuotava i cassetti dei comodini, li sfilava e rovesciava uno sull’altro costruendosi un rialzo per arrivare alla serratura o ad un ripiano più alto del comò e dell’armadio. Questo prima di diventare abile nell’usare la sedia per spostarsi in altezza, la faceva strisciare silenziosamente su un piede solo, ci si arrampicava agile e con attenzione – non era mai caduto – e come Lily le aveva insegnato, bloccava la porta della cameretta puntando la spalliera sotto la maniglia se il padre e quei cani dei suoi amici diventavano più matti del solito.
Da che aveva compiuto quattro anni però era passato dalla sedia al laccio: con l’aiuto di Lily aveva imparato a fare molti nodi, ed era poi diventato più bravo di lei perché si esercitava per ore. Col laccio di una scarpa – ne teneva sempre uno avvolto in vita o sulle nocche della mano – sapeva afferrare o aprire maniglie e sportelli, ed aveva smesso di chiudersi in camera perché trovava le visite degli amici del padre sempre più interessanti.
Quando Lily si attardava tra le sue commissioni e la biblioteca, di nascosto dalla sorella – cui continuava a promettere di chiudersi in camera – Andy usciva in avanscoperta ad origliare e spiare la cricca. Se ne stava per lo più in disparte e in silenzio e si godeva lo spettacolo: il papà rideva sino ad urlare, beveva e fumava e rideva. Ogni tanto qualcuno degli amici faceva una battuta e tutti ridevano, e anche quando gli altri erano calmi, suo padre rideva sempre.
“Siete proprio una manica di cani pazzi!” gridava il papà mentre gli amici facevano i buffoni. “Ma da dove siete usciti si può sapere?”
Non avevano un bell’aspetto, così magri e con il naso e le labbra sporche di bianco e gli occhi gonfi e rossi, ma sembravano al settimo cielo.
“Ma da dove è uscito quello lì?” ripeteva. E rideva. Mandava giù un bicchierino e poi si smacchiava i denti con la polvere bianca, e rideva di più. “Ma da dove è uscito?”
“Secondo me è un cane, un cane bastardo!” disse uno.
“Si, si, anche secondo me è un cane” fece l’altro.
“Già già già, però è un cane pazzo!” disse il padre scoppiando a ridere senza controllo, imitato da tutti gli altri.
“Si, si! Il cane pazzo! Cane bavoso, cane bastardo, cane pazzo!”
Qualcuno s’era sfilato il cinto e volavano le cinghiate da tutte le parti.
“Assaggia la frusta! Galoppa cane pazzo! Morditi la coda! Facci vedere la coda cane pazzo!”
E la vittima delle cinghiate si rotolava per terra ululando e ridendo.
“Ma secondo voi da dove viene uno così?”
“Dallo Zoo di Berlino” disse il padre smettendo di ridere riprendendo fiato, sfilandosi anche lui la cinta.
“Dal manicomio di Cherry City” disse uno ingollando un altro bicchiere d’ambra “a proposito dov’è quella ciliegina di tua figlia? Voglio assaggiare la sua crostata!”
Il papà s’alzò furente e tirò una cinghiata all’amico: “a cuccia bestia!”
“Sì a cuccia” gridarono gli altri, mentre quello si rotolava con la faccia segnata che si faceva rossa.
“Portiamolo al canile questo cane pazzo!”
“Riportatemi a casa” balbettò il cane rosso.
“E dov’è che abiti cane bastardo?”
“Nella Terra dei Cani Pazzi!” e tutti scoppiarono a ridere ancora, anche quello che aveva preso la cinghiata, ululando e gattonando.
Avevano svuotato una dozzina di bottiglie e fumavano dondolandosi sul divano o seduti per terra. In casa c’era un odore così forte e pungente che Andy cominciò a sentirsi leggero e pesante allo stesso tempo. All’inizio l’odore gli aveva dato fastidio, gli aveva fatto sentire un bruciore strano alla gola ma rapito com’era dall’allegria generale non se n’era curato. Rimase acquattato e un po’ assonnato, ma voleva continuare ad ascoltarli, divertito dal giochetto che faceva il più giovane degli amici del papà: ingurgitava semi bianchi e rosa lanciandoli in aria e facendo canestro nella bocca aperta, senza sbagliare mai.
“Ah! Adesso ti fai un bel viaggetto” disse uno “con quelle sì che vai fuori!”. Le orecchie di Andy si drizzarono, la sonnolenza svanì e si irrigidì tutto, entusiasmato fino a sudare al pensiero d’un viaggio. Il suo papà rovistò tra le tasche tirando fuori una manciata di semi e rovesciandoli sul tavolo. “Ci potete contare che è un bel viaggio” disse tutto orgoglioso.
“E allora faccelo accompagnare”
“Si, dritto dritto alla Terra dei Cani Pazzi!”
“Un brindisi alla Terra dei Cani Pazzi!”  disse il giovane facendo canestro nel bicchiere con altri due semi.
“Si” latrò il padre, che ormai sbiancava e arrossiva asciugandosi la fronte ogni tre parole. “Ai viaggi fuori! Fuori dal mondo, e fuori dagli sbirri e fuori dalle sbarre!”
Andy rimase affascinato da tanta gioia e tanto spasso e da quei discorsi che sembravano fatti nella lingua dei druidi. E li invidiava perché erano grandi e potevano fare quello che volevano, senza paura di niente e nessuno, e farsi viaggi in modi che lui non capiva neanche.
 
This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now