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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 19
Il chiacchiericcio della risacca. Il freddo e il tocco bagnato sui piedi solleticati dalla schiuma sul bagnasciuga. Lily riaprì gli occhi sotto i raggi accecanti dei due soli. L’odore di salsedine l’aiutò a ricordare dove si trovava. Spine di vetro brillavano sulle dunette di sabbia intorno a lei. Si strinse la fronte con una mano carezzando il viso con l’altra, sporcandosi il palmo di sangue. Il graffio sullo zigomo le tracciava una lacrima rossa, scarlatta come il volto del folletto seduto a gambe incrociate poco più in là. Non più solo la pelle ma anche il vestito, un tempo bianco, era d’un rosso acceso e sanguigno.
“Tu...” gemette frastornata “mi hai rotto la bottiglia in testa”
“Era il minimo per come ti sei comportata, piccola ingrata” ringhiò Madni.
“Non parlarmi con quel tono. Sei un maledetto! Volevi che smettessi di cercare mio fratello, e mi hai fatto credere di essere lui!”
“Io? E quando mai? Non vorrei certo essere uno sciocco mangiamoccio”
“Tu sei un mangiamoccio!”
“Se mi insulti ancora non ti porterò più da tuo fratello”
“Come se potessi crederti ancora”
“Vuoi correre il rischio di rifiutare il mio aiuto? Sono l’unico che può portarti dall’altra parte”
“Ah, e come farai? A nuoto? Per lasciarmi ad affogare come hai già fatto in quel bosco?”
“No, facendoti salire su quella” e voltandosi allungò il braccio verso un’enorme nave dallo scafo nero, circondata da un fascio bianco luminoso e comparsa dal nulla come il porto e il molo a cui stava attraccata. Sei gigantesche ciminiere rosse e nere tuonavano riempiendo l’aria di fumo che andava ad ingrassare le nuvole basse e violacee.
“Quella non c’era prima” fece Lily sospettosa.
“L’importante è che ci sia adesso” sorrise Madni in uno sbalzo d’umore. Lily gli volse un’occhiata diffidente.
“Non ho scelta” si disse, e s’incamminò tenendo d’occhio il folletto che la seguiva zigzagando con aria svagata.
La camminata verso il porto sembrò interminabile, ma la nave cresceva ad ogni passo mostrandosi sempre più alta oscurando e il cielo che prometteva tempesta. Gli altoparlanti a poppa strombazzavano fischi sinistri che andavano mescolandosi coi tuoni agitati più in alto.
I cancelli del porto erano più alti di qualunque palazzo Lily avesse mai visto, fatti di un robusto legno bianco e attaccati con cardini d’oro alle mura di pietra grigio purpurea, venata di filamenti bianchi e verdi. Sottili e radi rampicanti risalivano i blocchi più bassi e robusti infilandosi tra le fessure. Sbalordita dalla magnificenza del portone Lily rimase a guardarlo finché, quando Madni le fu vicino, si aprì nel più assoluto silenzio. Un’atmosfera spettrale aleggiava nella calma del porto. Le costruzioni della cittadella avevano l’aspetto di templi Maya, decorati con sculture di bizzarri volti stilizzati dai grandi occhi rotondi, ampie bocche squadrate con enormi denti e cesellature sugli stravaganti copricapi floreali. Più in basso, ad altezza d’uomo, tra gli angoli delle strade statue d’argento sabbiato brillavano mucchi di quarzi e minerali salini.
Preoccupata di stare alla larga dal suo accompagnatore Lily s’accostò cauta al bordo della banchina scorgendovi un mare denso e nero come pece che non mandava riflessi.
“Bu!!!” strillò Madni scuotendola in cenno di spingerla in acqua. Lily fece un tal balzo che si gettò a terra gambe all’aria. Il folletto se la rideva.
“Avresti dovuto vedere che faccia hai fatto”
“Accidenti a te!”
“Dovresti essere contenta che non ti ci ho buttata davvero, era uno scherzo. Ti fidi di me ora? Avrei potuto spingerti ma non l’ho fatto”
“Forse non era abbastanza profondo per i tuoi gusti”
“Sei ingiusta. Aaah, colpa mia. Forse quando sei caduta nella pozza del bosco hai lasciato sul fondo il senso dell’umorismo. Avrei dovuto tuffarmi a riprendertelo. Comunque ti sconsiglio di fissare troppo a lungo quell’acqua, è più profonda di quanto immagini e ciò che riflette sa essere spaventoso”
“Non riflette un accidenti”
“E prega che non lo faccia mai. In ogni caso dovresti stare più attenta, ti sono scivolato alle spalle e non te ne sei accorta. Sei molto distratta piccola Lily, e gli incauti in questo posto fanno una brutta fine.”
Urla marinaresche riecheggiarono nella brezza, attirando i loro sguardi sull’enormità della nave. Lily cercò di vedere quant’era alto lo scafo piegandosi tanto che a momenti cadeva di nuovo. Doveva essere alta cento piani o forse più. Le funi che fissavano la nave al molo erano grosse come automobili, percorse da creature squamose che le risalivano trafficando con funicelle e strani attrezzi.
“Cosa sono quelli?” chiese stregata dalla nenia che accompagnava i loro movimenti fluidi e ritmati.
“Sono iguanoidei, lucertoloni operai” spiegò Madni calandosi il cappello sugli occhi, facendo qualche capriola e sdraiandosi infine per terra.
Un rumore di zoccoli ferrati s’avvicinava portando con sé una legione di centauri. La vita del porto cominciò ad animarsi intorno a loro. Una processione di carri e carovane fece esplodere il caos che inghiottì Madni. Lily percorse il molo in lungo e in largo in cerca del folletto: sparito di nuovo.
“Mi scusi, ha visto un folletto rosso passare di qui?” chiese Lily ad un lucertolone appeso ad uno degli ormeggi della nave, indossava un camice bianco ed aveva un aspetto bonario – considerando le squame e le file di denti aguzzi, l’espressione degli occhi non sembrava malvagia.
“Non essistono i folletti rossi” rispose sfoderando un grosso rasoio. Lily indietreggiò. “Non aver paura, sto ssolo a far la barba a quesste funi di ventura, tutte ssfilacciate, rovinate dall’ussura, le rado per benino, bissogna averne cura”
“Ma i folletti rossi non vengono di là del mare?”
“Io viaggio tanto ssu quessto mare, al di là non ce ne ssono, ci puoi giurare”
“Mi sai dire a che ora parte la nave?”
“Di ore non sso niente, devo radere gli ormeggi, ssolo quessto devo fare, tutti lisci e ben puliti, che poi dovrò tagliare, perché la nave possa partire”
Il lucertolone, dopo aver fatto pelo e contropelo a un metro di fune zampettò lesto verso l’alto. Lily lo seguì con lo sguardo, fino a quelle lettere grandi come campanili che recavano la scritta “Bathisdea”.
 
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