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Stai leggendo: "Il Gigante Buono" di Quinto Moro

3. La grande intersvista

Denis Charlone, il più famoso giornalista della Nazione noto tanto per la sua professionalità quanto per il piglio pungente, non mancò di cavalcare l’onda emotiva successiva all’attentato e la rinnovata fama del Gigante, proprio al termine di un lustro in cui la meraviglia per quel prodigio s’erano via via fatti via via più tiepidi. Da buon giornalista Charlone sapeva che tra i Democrati che si affacciavano alla prossima elezione c’era chi intendeva trasformare il Gigante in uno strumento per aizzare i più bassi istinti del popolo. Il Nemico infatti non colpiva da più di dieci anni e la gente aveva smesso di parlarne. Negli anni di massimo furore assassino del Nemico il popolo s’era distratto con il Gigante, ancora nel mezzo del suo periodo di crescita – erano gli anni in cui si esibiva in prove di forza sollevando automobili e posava accanto ai palazzi – ed ora che gli interessi e i costumi della gente cambiavano, ora che il Nemico appariva lontano e quasi dimenticato, anche il Gigante era un po’ meno interessante perché aveva smesso di crescere. Il calo d’interesse veniva soprattutto dall’estero, perché se negli anni di massima fama il gigante ripagava i costi di mantenimento del suo vitto e alloggio con le visite e le vendite di souvenir ai curiosi di tutto il mondo, ora che aveva raggiunto la sua massima grandezza il suo aspetto appariva più grottesco che prodigioso, il suo odore era insopportabile a distanza ravvicinata così come il suo fiato, e aveva un aspetto un po’ trasandato per la difficoltà di produrre dei vestiti sempre nuovi – e di tenerli puliti.

Se orfani di un Nemico che aveva stancato le orecchie del popolo, i Democrati avessero scelto di mettere in discussione il Gigante e vederlo come un problema, Charlone avrebbe certificato il declino del Gigante con un libro di prossima uscita. Ma l’attentato risvegliò di colpo i vecchi sentimenti, fu come se il Nemico non fosse mai andato via, e come se il Gigante fosse sempre stato al centro dei cuori della gente. D’altro canto fu una buona notizia anche per Charlone, che con l’autorevolezza della sua fama poteva riplasmare la figura del Gigante in forma messianica e provvidenziale, aggiornando così il tono del suo libro e farne un best seller. Fu dunque organizzata una grande intervista evento sul luogo dell’attentato, in cui Charlone rinunciò in tronco al suo piglio pungente per rivolgersi al Gigante con fare fraterno, da vecchio amico.

Denis Charlone troneggiava sul cornicione del municipio, presso la cupola sventrata appena messa in sicurezza. Rimase in piedi per tutto il tempo, anche quando una fitta pioggerella cominciò a picchiettare sul suo parrucchino e a sbavargli il trucco. Il Gigante stava seduto all’indiana nel parcheggio sgombro, mentre la piazza del municipio era stata trasformata in un’enorme platea.

Il microfono di Denis Charlone era spento, un puro oggetto di scena, quello vero stava posizionato a venti metri di distanza, mentre Charlone si sarebbe poi ridoppiato prima della messa in onda. Fu probabilmente la miglior intervista mai fatta al Gigante da che la sua altezza aveva superato i cento metri d’altezza, rendendo problematico qualsiasi confronto in diretta.

Charlone volle ripercorrere le tappe dell’ascesa del Gigante, trasformandola in una specie di cavalcata trionfale fino a quel giorno, trasformato in apice di un percorso che sembrava non poter prevedere altro che il taciuto lieto fine della nomina del Gigante a Capo della Nazione.

Per una buona ora Charlone fece montare l’interesse e la meraviglia nel racconto della prodigiosa storia del Gigante. Dal riscontro che avrebbe poi avuto sul pubblico Charlone si rese conto che tutte le sue idee sul calo d’interesse verso il Gigante erano ben più forti di quanto avesse sospettato, perché oramai in tanti davano per scontata l’esistenza del prodigio e non conoscevano più tutti i dettagli del suo percorso. Da abile oratore, Denis Charlone finì con quell’intervista per far riesplodere con ancor più forza quel desiderio di protezione seguito all’attentato. Come scrissero alcuni suoi illustri colleghi, Charlone restituì al Gigante “la dignità della missione di Dio” e “la divinità del suo ruolo in un mondo disabituato alla meraviglia”, finì insomma per legittimare la candidatura del Gigante a Capo della Nazione.

Il Gigante ci mise ovviamente del suo, ricordando al mondo i suoi modi gentili. Ammise – senza falsa modestia – che la sua miglior qualità era sempre stata l’essere affabile e cortese con tutti coloro che incontrava, presentandosi sempre con un impercettibile inchino e una calorosa stretta di mano. Fu così che di stretta di mano in stretta di mano, aveva scoperto di diventare ogni volta un poco più alto.

“Mi ci vollero settimane, se non mesi, per comprendere cosa mi accadeva” spiegò il Gigante alla platea assiepata per le strade intorno al Municipio, e a milioni dietro agli schermi in tutta la Nazione “ci vollero anzi degli anni per accettare ciò che stava accadendo al mio corpo, e come stava accadendo. I dottori mi parlarono di uno sviluppo ritardato, molto raro ma non impossibile, quando però da uomo di bassa statura cominciai a trasformarmi in uno slanciato Marcantonio da pallacanestro, temetti anche d’essermi ammalato. La cosa più difficile fu prendere la mia strada senza trovarmi invischiato in una sorta di prigionia da caso clinico”

“Sarebbe stato piuttosto difficile imprigionarla a un certo punto” Charlone, adattandosi al tono leggero con cui il Gigante si esprimeva, gli fece più da spalla che da intervistatore, restituendogli quell’aura scintillante da star dello schermo che il Gigante aveva avuto nei suoi tempi migliori. Quando l’intervista fu tagliata e montata per la televisione, Charlone fece addirittura aggiungere le finte risate del pubblico come in una sit-com, cosa che fece schizzare il gradimento del programma alle stelle e gli fece poi guadagnare svariati premi televisivi.

Il Gigante spiegò – per la milionesima volta, ma come fosse la prima – che solo dopo anni si rese conto di diventare più alto dopo ogni stretta di mano. “Ci volle molta attenzione per isolare quella causa, credevo d’essere pazzo a pensarlo, ma superati i tre metri e mezzo di statura, mentre iniziavo a riorganizzare le mie necessità e la mia vita sociale per convivere con quella condizione, mi resi conto che se restavo in casa senza vedere nessuno…”

“E’ vero che la scoperta sulla causa del suo, possiamo chiamarlo gigantismo per semplificare, fu merito dell’influenza?”

“Più di una, e fu difficile capirlo anche così. Pensavo solo che la malattia in qualche modo arrestasse il processo”

“Cominciava a pensare di trasferirsi in montagna e viverci in costume da bagno?” risate.

“Forse sarei morto di polmonite, vivendo da eremita non sarei cresciuto più. Per fortuna la mia vita è sempre stata in mezzo alla gente che mi ha sempre dimostrato un enorme affetto e, una stretta di mano dopo l’altra… eccomi qui” applausi.

“Dicevamo che pensava come l’influenza potesse arrestare la crescita, invece si trattava solo del temporaneo isolamento e l’assenza di nuovi incontri, di nuove strette di mano, ma è vero che a un certo punto è diventato immune da tutte le malattie?”

“Sono diventato immune all’influenza, questo sì, per ammalarmi dovrei contrarre un virus grosso e cattivo come un doberman” risate.

“Sarebbe certamente più facile da abbattere dei soliti virus” risate più forti. “Come sa, il popolo è molto sensibile anche a questo aspetto, a un capo si richiede un’immagine di stabilità che passa anche dalla salute. Alcuni dei nostri vecchi Capi della Nazione hanno convissuto con malattie e debolezze fisiche che venivano tenute segretissime dagli staff, erano sempre l’immagine della salute. A qualcuno un malore in pubblico è anche costata la nomina”

“Beh… io non sono il capo di nessuno”

“Ma tutti la stanno spingendo verso quel ruolo. I Democrati paiono convinti e il popolo su questa piazza e i milioni a casa che ci seguono, guardano a lei come all’uomo forte di cui abbiamo bisogno in un momento così difficile”

“Oh” per quanto fosse difficile, anche con una voce così tonante il Gigante riuscì a far sentire il proprio imbarazzo a quell’investitura “vedrà che i maligni l’accuseranno di fare il tifo per me”

“Le dirò” Denis Charlone, da professionista consumato, guardò in camera “solo i maligni non faranno il tifo per lei” i timidi applausi della piazza del municipio divennero una vera esplosione d’urla e applausi nel montaggio televisivo. Nei libri di storia, quello sarebbe diventato il momento in cui Denis Charlone consegnava le chiavi della Nazione al Gigante Buono. Alzato il velo sull’evidenza del tono dell’intervista, s’era proseguiti speditamente sull’argomento della candidatura e il Gigante, messo a suo agio dall’intervistatore, aveva finito per seguirlo nel gioco.

“Stando in questo posto” proseguì Charlone “in questa sede della nostra democrazia, pensando a quanto ora sia minacciata, e guardando il nostro Gigante io mi chiedo, e chiedo anche a Lei, non pensa d’essere stato mandato qui per un motivo?”

“Questa domanda mi è stata fatta tante volte…”

“E qual è la risposta?”

Il gigante abbassò lo sguardo e si grattò la testa, lo spostamento d’aria per poco non fece precipitare Denis Charlone dal cornicione. Il giornalista, alimentato dal delirio d’onnipotenza dell’evento televisivo quasi non se ne accorse e imbeccò il Gigante.

“Di fronte alla tragedia, alla minaccia di un nemico stragista, in questo luogo dove le pietre poste a monumento della nostra democrazia sono state bagnate col sangue delle vittime che lavoravano per servire la Nazione, come si sente un Gigante che la gente guarda con gli occhi e il cuore pieni di speranza, invocando protezione?”

“Come uomo, più che come Gigante, vorrei poter fare qualcosa…” scroscianti applausi d’approvazione.

“E se penso alla protezione, al solo senso di protezione, per me è sufficiente guardarla” sorriso affabile di Charlone, lieve inchino della testa del Gigante. Pubblicità e ritorno su temi più leggeri, le prime apparizioni pubbliche del Gigante, le esibizioni in cui a furia di stringere mani cresceva di svariati centimetri a vista d’occhio.

“In passato molte volte le era stato chiesto di unirsi ai Democrati, perché non l’ha mai fatto? Non ufficialmente almeno. La gente la adorava, a questo punto avrebbe già potuto diventare Capo della Nazione, una quindicina d’anni fa magari, quando sarebbe potuto ancora entrare dalla porta degli uffici pubblici” risate.

“Quando cominciai coi comizi pubblici la gente voleva stringermi la mano e non me la sentivo di rinunciarvi. Mi piace stringere la mano alle persone”

“Non avevo dubbi” risate fortissime.

“Devo essere onesto, non rinunciavo a stringere le mani anche perché volevo che la gente vedesse coi suoi occhi ciò che mi accadeva, che potesse crederci. Questo mi interessava più della preoccupazione di continuare a crescere all’infinito, nonostante le difficoltà che questo mi causava”

“Vedere il manifestarsi di un miracolo e farne partecipe la gente è qualcosa di unico, un testimoniare perpetuo che vale più dell’ego personale” applausi d’approvazione. “Ha mai visto la sua condizione come una maledizione, o l’ha sempre vista come un dono di Dio?”

“L’apprezzamento della gente non me l’ha mai fatto sentire come un peso, perciò l’ho sempre vista più come un dono” applausi scroscianti.

“Ed essere un gigante ha i suoi vantaggi quando si vuole parlare a una platea”

“Quando facevo ancora i comizi potevamo risparmiare sui palchi” risate.

“Forse è per questo che certi Democrati non hanno voluto coinvolgerla all’epoca… mentre il Gigante svettava gli altri scomparivano all’altezza della folla”

Il Gigante era troppo buono per far notare la malignità del commento e si limitò ad abbozzare un sorriso. Denis Charlone incalzò: “io penso che c’era un motivo se svettava tra di loro, forse all’epoca non era ancora pronto per il suo ruolo, ma oggi svetta tra tutti noi perché la gente possa vederla, ed io penso che se qualcosa ci appare tanto chiara non dobbiamo darla per scontata, se non comprendiamo il motivo per cui l’abbiamo davanti a noi.”

Erano passaggi del genere che avevano reso Denis Charlone uno showman televisivo, ancor più che un giornalista. Nel giro di un’ora e mezza Charlone aveva preso un fenomeno mediatico quasi esaurito e gli aveva dato nuovo lustro e una buona dose di ego da sfruttare nella prossima campagna elettorale.

Nei giorni seguenti la Grande Intervista, passarono in secondo piano tutti gli antichi dubbi e malelingue, incluse le preoccupazioni dei Democrati d’opposizione, il cui candidato a Capo della Nazione non sostenevano neppure loro, limitandosi ad esporre preoccupazioni sullo status del Gigante: avrebbe compreso un uomo di tale statura i problemi della gente piccola? Non c’era una sola persona che dopo aver visto l’intervista di Denis Charlone non rispondesse con uno sguardo di commiserazione, perché il Gigante non solo era stato una persona piccola per tutta la prima metà della sua vita, ma era stato anche più piccolo della media, e continuava a far trasparire una modestia quasi virginale, trasfigurazione del suo incontestabile buon cuore.

 

 

 

 

 

 

 

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