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Stai leggendo: "Il Gigante Buono" di Quinto Moro

4. Capo della Nazione

Tre mesi dopo l’attentato al municipio il Gigante Buono fu nominato Capo della Nazione con un plebiscito senza precedenti. L’uomo che era diventato una celebrità a furia di stringere la mano alla gente, guadagnando mezzo millimetro per ogni stretta passando dal metro e mezzo all’incredibile altezza di centottanta metri, divenne l’uomo più potente del mondo. La parata di insediamento fu la più grandiosa mai vista, i caccia dell’esercito sfrecciarono lungo i fianchi e sopra le spalle e le braccia del gigante, tese come ali. Il discorso d’insediamento fu udito in tutta la Capitale, dov’era bastato tenere le finestre aperte, e nelle periferie la gente assiepata sui marciapiedi poteva vedere lo spettacolo della montagna umana agitare la mano in segno di saluto, come se stesse rivolgendosi a ciascuno di loro.

Durante lo speciale post-elettorale di Denis Charlone, i sondaggi indicavano il più alto senso di sicurezza mai provato dalla popolazione, ma il Gigante sapeva trattarsi di una sicurezza pronta a sgretolarsi in caso di attacco del Nemico.

Tutti i Capi di Nazione del resto del mondo furono invitati nella Capitale, anche i capi delle nazioni nemiche, affinché il Gigante Buono per fare onore al proprio nome, potesse fare a tutti un’offerta di pace duratura che perdonasse i vecchi torti. Il Nemico però rifiutò, spargendo calunnie sul Gigante, sostenendo che non voleva altro che ritrovarsi tutti i capi in un solo posto per schiacciarli con una mano. Il Gigante Buono decise di insistere, mantenendo l’invito aperto per un anno intero, durante il quale il Gigante si barcamenava per risolvere i mille problemi della Nazione, a cui non aveva mai pensato. Da che il suo caso aveva suscitato l’interesse della gente ed era diventato famoso, non si era più preoccupato di dover lavorare né di studiare, benché le centinaia di interviste a cui s’era prestato avessero avuto l’effetto di convincerlo di conoscere e di saper fare un mucchio di cose, di avere qualsiasi soluzione, quand’era già difficile trovare una soluzione al muoversi con la dovuta grazia in un mondo a misura d’uomini alti al massimo due metri. Ma il Gigante era stato addestrato ai giusti modi e alla buona dialettica da anni celebrità, così da uomo medio di poche parole s’era trasformato via via in oratore affabile con cui i più illustri personaggi della Nazione bramavano di accompagnarsi. Proprio la curiosità delle persone importanti che per decenni avevano fatto la fila per strappargli una foto e una stretta di mano gli aveva dato un’aura di prestigio, ed ora che era diventato lui il più importante di tutti, non mancava di mettere in pratica ciò che aveva imparato dalle celebrità, i saltimbanchi, gli attori e i giornalisti di mezzo mondo.

Diventare Capo della Nazione non era solo sorrisi e applausi, ed il Gigante cominciò – per la prima volta in tanti anni – a fare sfoggio della sua forza sovrumana per realizzare straordinarie opere pubbliche, modificare il corso dei fiumi, trasportare materiali pesantissimi, scavare miniere a cielo aperto, costruire grattacieli in poco tempo e con poco sforzo. Il susseguirsi di queste imprese lo resero ancor più famoso e amato, lasciandogli tuttavia poco tempo per occuparsi di certi affari da Capo della Nazione, e che i Democrati non mancarono di fare al posto suo.

I mesi passavano e il Nemico aveva finito per considerare il termine dell’offerta di pace del Gigante come un ultimatum. Con rammarico, il Gigante dovette rivolgersi alla Nazione per uno storico discorso:

“Esiste un solo tipo d’uomo che non accetta una stretta di mano per la pace, l’uomo che nella mano nasconde lo strumento assassino della guerra. Al nostro Nemico non ho teso la mano per il mio desiderio di diventare più grande, ma per offrirgli l’occasione di dimostrare una grandezza che non fosse la grandezza delle armi, la grandezza della sofferenza che inflisse al nostro popolo ormai un anno fa. Quella fu una sofferenza che nemmeno io potei impedire, nonostante chi mi sostiene dice che bastino la mia grandezza e la mia forza come deterrente alla guerra. Altro che Gigante Buono, dovreste chiamarmi Gigante Sciocco per aver creduto io stesso a questo pensiero. Non sono stato un deterrente a un bel niente, o un anno fa non ci avrebbero attaccati: quello fu un atto di sfida, il gesto con cui il Nemico ci diceva ecco, io non ho paura di te nonostante il tuo sciocco gigante. Ma voglio ricordare al nostro Nemico che io sono diventato il Capo di una Nazione che ha sempre cercato solo di esportare i suoi ideali di libertà e di democrazia, ideali tali da permettere a chiunque, anche ad un uomo diverso dagli altri come me, di diventarne il Capo. Chi ci ha negato la stretta di mano della pace, evidentemente la pace non la vuole, e questo deve farci pensare che dobbiamo pensare a difenderci. Se il mio messaggio di pace è stato travisato, è perché sono stato così sciocco da supporre che parlassimo con lo stesso cuore sincero. In verità con la mia offerta di pace io li ho offesi, li ho offesi perché sanno che la pace non farebbe che celebrare ancor più i nostri successi, senza mascherare i loro fallimenti. E li ho offesi perché essi invidiano la mia presenza a questo mondo al servizio di questa nostra Grande Nazione. Avrebbero voluto loro un gigante che li proteggesse, e sono arrabbiati perché forse il loro Dio non li ha ritenuti degni di tale benedizione. E perciò odiano il nostro Dio.”

Fu così che il Gigante fece la sua marcia alla testa di diecimila soldati, e dopo quaranta giorni nel deserto tornò da eroe di guerra in una Nazione più sicura. Grande fu la commozione alla parata del ritorno per il Gigante col volto segnato di cicatrici dall’artiglieria nemica.

“Non torniamo da conquistatori” disse il Gigante “non siamo andati a rivendicare altra terra, né a vendicare i nostri morti perché la vendetta è nemica della giustizia in cui crediamo e che Voi mi avete chiesto di difendere come Vostro Capo” e il Gigante fece una cosa che non faceva più da tempo, stese la mano e vi accolse sopra venti bambini, promettendo d’esaudire un desiderio per ciascuno di loro. Ci fu chi chiese di essere portato sulla cima della montagna più alta del mondo, chi di attraversare tutta la Nazione standogli seduto sulla spalla, chi di farsi spostare la casa in riva al mare e chi di farsene costruire una. Ci fu poi una bimba che gli chiese un’intervista privata per il giornalino della scuola. I desideri furono esauditi dal più impegnativo – la passeggiata per la nazione – al più semplice.

 

 

 

 

 

 

 

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