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Stai leggendo: "Il Gigante Buono" di Quinto Moro

5. Nanà

Nei mesi che seguirono il rientro dalla campagna di guerra, il Gigante Buono si concesse una meritata vacanza, che vide il suo apice nella trionfale passeggiata per la Nazione. Fu in quel periodo che i giornalisti lo fregiarono di un nuovo titolo ancor più importante, poiché il Gigante si era rivolto ai bambini cui aveva promesso d’esaudire i desideri come ai “Figli della Nazione”, di rimando il Gigante divenne “il Padre della Nazione”. Un padre buono, protettivo e invincibile, e fu a circa un anno dalla fine della guerra che il Gigante si apprestava ad esaudire l’ultimo dei desideri espressi dai bambini: dopo gigantesche foto ricordo, passeggiate sulle più alte montagne della Nazione e altre amenità, l’ultimo desiderio era quello di un’intervista in esclusiva per il giornalino della scuola.

La piccola Nanà aveva i capelli tagliati alla maschietta, una faccia tonda e piena, lo sguardo acceso e i modi un po’ rudi che gli adulti intorno faticavano ad accostare a una futura giornalista. E benché si trattasse dell’ultimo “Figlio della Nazione” che il Gigante doveva accontentare, i Democrati non volevano sfruttare l’evento per l’ennesima pubblicità. Ormai il popolo aveva letto e sentito di tanti e mirabolanti desideri espressi dal Gigante che l’intervista di una bimba non era destinata a più che un trafiletto nella pagina mondana, o una fugace didascalia scorrevole al tg pomeridiano. Si stava poi avvicinando il nuovo Anniversario della Nazione, che coincideva con l’attentato e, di lì a poco, l’anniversario dell’insediamento del Gigante e l’entrata in guerra. Se di norma le apparizioni pubbliche del Gigante richiedevano sempre una certa preparazione, di fronte a quella serie di celebrazioni il subbuglio fu esponenziale. Non deve perciò sorprendere che l’intervista di una bambina per il giornalino della scuola fosse l’ultimo pensiero dei Democrati. L’incarico fu affidato alla Signorina Heels, che nella gerarchia delle assistenti non occupava certo un posto di rilievo, né le si riponeva particolare fiducia. Arrivava spesso in ritardo a lavoro, e le segretarie matrone non mancavano di rivolgerle qualche occhiata di velato disprezzo per il suo aspetto spesso trasandato.

Quello che per la piccola Nanà era un gran giorno, per la Signorina Heels era uno come tanti, con la sveglia presto, le solite tre ore di lavoro alla caffetteria per arrotondare lo stipendio, poi il treno delle otto per raggiungere la dimora del Gigante. Dopo altre otto ore di lavoro, se le restavano un po’ di forze, la Signorina Heels zoppicava fino al banco dei pegni sperando d’incassare qualche soldo dalle cianfrusaglie di famiglia, o di trovare qualche vestito un po’ più nuovo da indossare a lavoro.

Il lavoro della Signorina Heels consisteva, come per molte assistenti del suo grado, nel fare il vai e vieni tra le baraccopoli di uffici prefabbricati e i capannoni sparsi, ed era una gran tortura perché l’etichetta imponeva a tutti i dipendenti del Capo della Nazione un completo elegante, cosa che includeva per le donne l’uso dei tacchi – ed ecco perché, al ritorno a casa, zoppicava spesso.

Quel giorno la Signorina Heels avrebbe dovuto occuparsi di Nanà, andarla a prendere al cancello principale, assicurarsi che avesse fatto una buona colazione e in caso contrario offrirgliene una, rispondere a tutte le sue domande nel modo più gentile possibile e farle visitare in sicurezza la dimora del Gigante prima dell’intervista. Come però accadeva spesso, la Signorina Heels arrivò in ritardo, e la piccola Nanà fu accompagnata all’ufficio d’accoglienza da uno smagrito giovane in uniforme militare che non si fece problemi a lasciarla sola.

Nanà però vide quell’abbandono come una vera fortuna, perché era il sogno d’ogni giornalista venire ignorata e lasciata libero di gironzolare e fotografare, anche se Nanà doveva essere parsimoniosa con le fotografie a causa di un filmato che custodiva nella memoria della fotocamera e sperava di poter commentare insieme al Gigante Buono al termine dell’intervista.

Fu così che Nanà cominciò a gironzolare inosservata lungo gli androni sconfinati del terminal di benvenuto, mentre scattava foto delle mastodontiche strutture che, sparse per tutta la vallata, costituivano l’abitazione del Gigante. Ogni tanto riusciva a strappare una domanda al volo a qualche passante, presentandosi come una vera giornalista e passando all’attacco con le domande su che lavori si svolgevano là per il Gigante, a cosa serviva questo o quel capannone o quella stanza, poi spariva prima che a qualcuno venisse in mente di chiedersi se una bambina potesse girare indisturbata senza accompagnatori.

Nanà era abbastanza sveglia da riuscire a riconoscere quanto una persona era importante non solo dal vestiario, ma dalla quantità e dalla qualità degli oggetti che trasportava: i Democrati che andavano in televisione indossavano abiti scuri ed eleganti e non avevano mai niente in mano, e camminavano sempre spediti in una sola direzione, senza badare a niente e nessuno. Con loro non poteva parlare, perché erano i primi a infastidirsi per le domande e i meno capaci d’intenerirsi per quella sua aria minuta. D’altro canto se non disturbati l’avrebbero del tutto ignorata, perciò Nanà poteva anche seguirli di soppiatto e intrufolarsi dappertutto senza paura d’essere scacciata da una zona riservata. C’erano poi i tipi un po’ meno importanti e un po’ meno eleganti che giravano con valigette e computer portatili, che potevano cambiare strada da un momento all’altro se gli squillava il telefono, e con quelli Nanà sapeva solo di poter fare la tecnica della toccata e fuga: una domanda al volo senza dargli il tempo di pensare e poi scappar via. C’erano infine gli assistenti che andavano in giro con qualsiasi cosa, e il bersaglio ideale di Nanà erano quelli che andavano in giro con un sacchetto da fast food o i quei grossi bicchieri da caffè. Erano le basi del giornalismo: imparare a riconoscere chi fa tutto e non conta niente, perché a volte sa più cose degli altri e gli si può far credere d’essere più importanti di lui, così da riuscire a farsi dire quel che si vuole. Nanà poi era brava a sfruttare l’ingenuità degli adulti e a farsi passare, se serviva, per la figlia di qualcuno importante – o importante ma non troppo, come un vice qualcosa. Era sempre stata un’avida lettrice e conosceva tutte le piccole furberie narrate dai cronisti d’assalto, ed era abbastanza sveglia da inventarsene qualcuna sua.

“Seguire un bicchiere di caffè può aprirti tutte le porte, dietro ogni porta tieni le orecchie aperte e fai sempre come se fossi a casa tua, un vero giornalista è un impiccione discreto, capace di inventarsi qualsiasi cosa per arrivare a una notizia vera” così scriveva Denis Charlone nel suo primo libro, prima di diventare uno spocchioso showman. Quand’era stato un giornalista vero Nanà voleva diventare come lui, adesso invece gli stava antipatico e voleva diventare migliore di lui.

A Nanà pareva d’essere approdata in un autentico Paese dei Giganti, nonostante la presenza del fiume erano state costruite grandi torri per la raccolta dell’acqua piovana che parevano un bosco di giganteschi funghi a ombrello, i capannoni sembravano case gigantesche ed apparivano di tanto in tanto, appoggiati a un muro o abbandonati in un piazzale, gli oggetti personali del Gigante: un pettine lungo quanto undici passi di Nanà, un cucchiaio della stessa grandezza, immensi teloni usati forse come fazzoletti. C’erano poi gli elicotteri che sfrecciavano qua e là come tante mosche, e il loro continuo frastuono a lungo andare intontiva al punto da sembrare un ronzio di sottofondo, come in primavera le api con gli alberi in fiore. Nanà non poté resistere a scattare una foto a due elicotteri che stavano trasportando un paio di calzoni del Gigante appena lavati e sgocciolanti, per poi venire appesi ad una robusta gru ad asciugare. C’erano gru dappertutto, almeno una dozzina, e come gli elicotteri neri sembravano calabroni instancabili, furgoni e camion di tutte le forme e dimensioni parevano eserciti di formiche operaie, e le file di autocisterne in coda ai silos erano lombrichi infiniti. Nanà contò una trentina di autocisterne, neanche con tutta la buona volontà riuscì a capire il numero preciso ed era sorprendente per la velocità con cui quei giganti metallici arrivavano, caricavano e scaricavano e ripartivano. Il flusso era continuo, non c’era il minimo intoppo, ma era naturale perché doveva accadere la stessa cosa tutti i giorni.

Le autocisterne e i camion erano tutti senza insegne, ma erano gli stessi che Nanà era abituata a vedere da tutta la vita per le strade. Nessuno parlava mai di quanto il traffico fosse peggiorato da quando il Gigante era diventato così grande e le sue necessità così gravose, ma Nanà non era intenzionata a scrivere di questo. Era però incuriosita dal contenuto delle cisterne, soprattutto di quelle che arrivavano. Dopo aver fatto un po’ di fotografie per fissare le immagini di quel marasma generale, raggiunse uno dei silos e praticamente indisturbata salì in cima ad una delle torri. Fece una bella fotografia al boccaporto di sfiato e pensò ai limiti del giornalismo: la gente poteva vedere solo un coperchio di ferro aperto senza sentire quel nauseabondo puzzo di mosto! L’apertura era abbastanza grande – e Nanà abbastanza piccola – perché lei potesse caderci dentro, ma si sforzò di sbirciare all’interno. Nanà trattenne il respirò e infilò la testa, la giornata era serena ma il cielo era coperto e il liquido appariva nero come la pece. Scattò comunque una foto, sperando che il flash catturasse qualche riflesso rossastro. Il silo era pieno di vino, e così doveva essere per gli altri due lì accanto, perché lungo la fiancata era stata disegnata una lunga banda viola che forse stava a significare il contenuto: vino rosso. Altri cinque silos avevano una banda gialla, un altro arancione. Nanà notò quindi che le autocisterne più numerose erano quelle che scaricavano nei silos a banda gialla, ed erano quelle più lente a scaricare, le più veloci scaricavano il vino, mentre quelle arancioni erano le autocisterne più piccole. Si lasciò poi distrarre da un rumore mugghiante in lontananza che si sentiva nei rari momenti in cui gli elicotteri tacevano. Un po’ ubriacata dal fortissimo odore del vino Nanà ci mise qualche secondo a riprendersi e a capire da dove venisse, poi notò che quello che a prima vista sembrava un campo di nuda terra, era in realtà un campo di buoi così affollato che la massa delle bestie pareva un unico manto. Anche là in fondo si vedevano dei grandi camion che caricavano e scaricavano, scattò due foto ma questo non la interessava granché, il gigante doveva pur mangiare, e tanti giornalisti negli anni avevano raccontato sciocchezze del genere.

L’ora dell’intervista si avvicinava e non poteva perdere quell’occasione, così scese dal silos – se ne sarebbe poi pentita, perché da lassù la vista era mozzafiato: tra le banchine lungo il fiume col mare in lontananza, sconfinate piste d’atterraggio e capannoni costituivano le varie stanze della dimora del Gigante. La sua residenza era infatti un gigantesco cantiere aeroportuale, dove in passato si erano costruiti grandi aerei e navi da crociera, ed era stata poi adibita al loro smantellamento e infine a deposito di ferraglia, cadendo in disuso. Il Gigante era andato a rifugiarvisi quando la sua stazza aveva reso problematica la vita presso i centri urbani. Là il Gigante poteva muoversi abbastanza liberamente e rifugiarsi nei capannoni che conservavano un certo aspetto decadente e spettrale, anche se molti erano stati riverniciati di fresco e tanti altri erano circondati d’impalcature per i lavori in corso.

Nanà ridiscese la scalinata si sentì ancor più minuscola, ma come spesso accadeva quella sensazione faceva venire un pizzicore al suo senso giornalistico – più si sentiva piccola, più le sembrava di riuscire a intrufolarsi e passare inosservata – così zigzagò tra gli operai andando a leggere tra le cartellette gli appunti di carico e scarico. Scattò una bella foto e schizzò via, era tardi e doveva raggiungere il capannone più mastodontico di tutti, così grande che per fotografarlo tutto intero avrebbe dovuto camminare all’indietro per cinque minuti. Sarebbe stata quella la “stanza” dell’intervista, un capannone lungo trecento metri e alto centocinquanta. Il Gigante era dentro che l’aspettava, uno dei suoi piedi taglia quattrocentoventi spuntava dal cancello di ferro inferiore.

Fu più o meno da quelle parti che Nanà incontrò per la prima volta la Signorina Heels, con la sua giacchetta elegante che non stonava poco con quel golfino rosa infeltrito. La Signorina Heels camminava storta sui tacchi, come una che li indossasse la prima volta o come se le scarpe fossero troppo strette. Si avventò su Nanà quasi inviperita, ma quando l’ebbe afferrata per un braccio fece come un sospiro di sollievo e si calmò, allentò la presa e condusse la piccola presso una porticina di ferro.

La Signorina Heels dopo essersi presentata fece anche le sue scuse per non essere arrivata in tempo, benché sembrasse più infastidita che dispiaciuta. Nanà era abituatissima a quel tono a metà tra il bambinesco e l’autoritario che gli adulti usano con chi è la metà di loro, così la rassicurò con un tono falsamente ingenuo e allegro. La Signorina Heels, ancora agitata, parve come zittita da quel modo di fare, e seguì Nanà dentro al capannone come fosse lei a doversi fare accompagnare.

L’anticamera d’ingresso era una stanzetta spoglia con qualche sedia, un mucchio di scatoloni e l’imbottitura insonorizzante alle pareti. Al confronto col caos esterno era il luogo più silenzioso del mondo.

“C’è un televisore nella stanza del Gigante?” chiese Nanà senza resistere alla tentazione di schiacciare le propaggini di gommapiuma tipo portauovo.

“Il Gigante guarda la tv solo di notte, su uno schermo da cinema”

Nanà l’aveva visto prima ma non ci aveva badato. In ogni caso non faceva al caso suo, di giorno non lo si poteva usare. “Ci tenevo tanto a fargli vedere una cosa” fece una vocina implorante “non c’è un televisore normale?”

“Mi dispiace, ma il Gigante faticherebbe a vederne uno normale”

“Un megaschermo allora” insisté Nanà, che dai saggi dei cronisti d’assalto aveva imparato a non demordere “trenta o quaranta pollici dovrebbero bastargli”

“Dentro la stanza non riuscirebbe a vedere così da vicino”

“Ma io so che ha degli occhiali speciali per vedere da vicino”

“Adesso non li indossa”

“Ma vorrà pur vedermi in faccia!”

La Signorina Heels fece un sospiro, si lasciò cadere su una sedia, si sfilò una scarpa e massaggiandosi il piede con una mano e afferrando la cornetta di un citofono con l’altra cominciò a litigare con qualcuno: sul ritardo, sulla bambina lasciata sola, poi sui fatti suoi. Alla fine del litigio pareva vincitrice e chiese – ma Nanà riconobbe il tono della pretesa – che al Gigante venissero portati gli occhiali.

“E mi raccomando il megaschermo” sussurrò Nanà alla Signorina Heels, che le fece eco.

 

 

 

 

 

 

 

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