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Stai leggendo: "Il Gigante Buono" di Quinto Moro

6. L'intervista di Nanà

Nanà cominciò a sentirsi importante mentre veniva scortata dalla sua accompagnatrice, benché fosse felice di non averla avuta tra i piedi nel suo giro turistico che – se ne accorgeva solo adesso – era durato più di due ore. Mentre aspettavano il via libera per la visita al gigante la Signorina Heels prese a rovistare in uno scatolone tirando fuori delle maschere antigas.

“Fortuna che hai la testa grande” disse la signorina un po’ indelicata, non c’era l’ombra di un tono scherzoso.

“Nella botte piccola c’è il vino buono” rispose Nanà “e in una testa grande c’è più spazio per il cervello”

“Allora cervellona, a cosa serve la maschera secondo te?”

Nanà non rispose perché l’emozione del prossimo incontro col Gigante cominciava a farle tremare le gambe, e decise che la Signorina Heels non meritava attenzione. Le era stata simpatica per qualche momento, mentre litigava al citofono, ma tornata a zoppicare sui suoi tacchi s’era inacidita.

Dall’anticamera le due percorsero corridoio scuro e contorto, che si attorcigliava su se stesso fino a una porta spalancata sull’alloggio del Gigante.

Il fervore giornalistico della piccola Nanà si spense di fronte all’enormità del tutto, e la maschera antigas fu inutile mentre restava senza fiato al cospetto di quello spettacolo. Era strano come un soffitto tanto alto facesse ancor più effetto che stare sotto il cielo aperto, perché c’era qualcosa nella sconfinata profondità del cielo che non faceva sentire piccoli o smarriti, non come guardare in alto e vedere quelle vòlte altissime e quei pilastri di ferro. Nanà cercò conforto nelle cose che sapeva, i ritagli di giornale che aveva conservato e letto tante volte su ciò che riguardava il Gigante e la sua dimora, provando a dare un senso a quelle misure e percepirle come reali: trecento metri di lunghezza, ottanta di larghezza, centocinquanta di altezza.

Per consentire al Gigante di potersi rigirare con comodità, il soffitto era stato rialzato di cento metri rispetto alla struttura iniziale, con tralicci di ferro che si ergevano sopra la copertura delle mura e i cui spazi facevano da finestre che lasciavano entrare la luce e l’aria. Nanà era abituata a vedere il Gigante per lo più in tv o da lontano, e anche l’incontro di un anno prima, quand’era stata sollevata insieme alla truppa dei Figli della Nazione, non le aveva dato la stessa sensazione di sgomento. In quell’occasione il Gigante era seduto, e lo stare avvolta nella calca della folla aveva creato uno stordimento tutto diverso da quello che provò a quel nuovo incontro ravvicinato. Vederlo al chiuso faceva un effetto sconvolgente, e Nanà proseguì in quel suo esercizio di memoria per dare un senso all’enormità del Gigante, le mani di venti metri e i piedi di trenta, ma se questi ultimi erano facili da accettare – visibili in lontananza verso il cancello aperto in fondo al capannone, e dunque rimpiccioliti dalla distanza – di fronte a quelle mani non si poteva che provare puro terrore. Nanà rabbrividì al pensiero che se solo avesse voluto il Gigante l’avrebbe schiacciata con un dito, e l’esser stata accolta da quella mano e sollevata con affetto insieme a un mucchio di bambini non servì a farla sentire meglio. Sotto la maschera Nanà sudò freddo e si sentì svuotata d’ogni forza, sarebbe anche potuta svenire se non si fosse sentita afferrare dalla Signorina Heels, la cui altezza pur notevole dalla cima dei suoi tacchi restituiva un po’ di normalità alle proporzioni del mondo.

Nanà si sentì premere la testa, e le ci volle qualche secondo per rendersi conto che un paio di grosse cuffie le tappavano le orecchie. A restituirle pian piano lucidità ci pensò la puzza, perché nonostante la sua testona a Nanà la maschera antigas stava comunque grande, e da sotto il mento e in fondo alle guance la gomma non aderiva bene. Il Gigante emanava un potentissimo odore sia dal corpo che dal fiato, e non era un odore piacevole. Nanà perse l’equilibrio e la Signorina Heels l’afferrò evitandole di cadere: il Gigante aveva respirato.

“Andiamo” disse la signorina indicando quella che sembrava una sedia da dentista.

Camminare fece recuperare a Nanà un po’ di sicurezza, mentre si lasciava indietro la manona del Gigante distesa lungo il pancione mongolfieristico, e si avvicinava alla testa. Il Gigante se ne stava disteso lungo il fianco, con il braccio destro a sostenere la testa. Nonostante le cuffie insonorizzanti, Nanà poteva sentire lo stridio che seguiva ad ogni respiro del Gigante – che ogni volta rischiava di spingere indietro di un passo o due sia Nanà che la sua accompagnatrice. Lo stridio veniva dal pavimento, costituito da giganteschi rulli metallici del diametro di sei metri l’uno. Concentrarsi su quel dettaglio aiutò Nanà a riprendere l’autocontrollo e mettere da parte emozione e paura. Immaginò il modo in cui il Gigante riusciva ad entrare in quello che, per quanto enorme, era comunque uno spazio angusto per il suo corpo: doveva stendersi e scivolare lentamente lungo i rulli, scorrendo come su un nastro trasportatore. Probabilmente i rulli aiutavano anche a smorzare gli spostamenti d’aria dei respiri.

Nanà fu fatta accomodare presso quello che da vicino sembrava un vero e proprio trono di ferro, posto a una distanza che non sembrava troppo rassicurante ma era difficile immaginare che il Gigante potesse fare movimenti tanto agevoli e repentini da risultare pericolosi. Lungo i braccioli del trono erano posizionati due microfoni, e Nanà poté notare i vari altoparlanti posizionati lungo i tralicci del soffitto, presso la testa del Gigante. Era curioso che orecchie tanto grandi potessero risultare sorde a una normale voce umana, ma erano le voci della gente piccola ad essere troppo deboli. Nanà sapeva che il Gigante non aveva udito una sola parola dei desideri espressi dai Figli della Nazione, che erano stati riportati dai giornalisti e tenuti prudentemente nascosti nei giorni necessari all’approvazione del comitato dei Democrati, che si occupavano di mantenere la buona immagine del Gigante. In particolare Nanà ricordava come un uomo in giacca e cravatta si fosse avvicinato ai bambini prima e dopo esser presi nella mano del Gigante, per sentire cos’avevano da chiedere, e nell’euforia che seguì all’esser stati sollevati dalla sua manona fu facile convincerli a cambiare qualche desiderio. Nessun bambino aveva mai chiesto di fare il giro di tutta la Nazione, ce n’era stato uno che aveva chiesto di poter andare a trovare i suoi nonni che vivevano sì lontani, tra le montagne, ma non certo dall’altra parte della Nazione. Ricordava poi di due o tre uomini che avevano cercato di far cambiare idea al bambino che voleva spostare la sua casa in riva al mare, questo perché – Nanà li aveva ascoltati parlottare, e spiegarlo anche al bimbo – non credevano che il Gigante avesse un tocco tanto delicato da poterla spostare senza stritolarla tra le dita. Il Gigante però stupì tutti quanti facendo quell’operazione così delicata in diretta televisiva. Siccome Nanà sapeva dell’esistenza degli effetti speciali non solo al cinema, ma anche in tv, era andata di persona a vedere lo spettacolo dello spostamento, assistendo al momento in cui il Gigante afferrava la casa tra le mani e la sollevava con una delicatezza inaspettata. L’arrivo sulla spiaggia dovette accontentarsi di vederlo in tv, sia perché le strade lungo il tragitto erano state bloccate, sia perché la posa della casa a fine trasporto era stata presentata come un grandissimo evento, con tanto di posti a sedere in tutta la spiaggia. A fare scalpore fu la delicatezza del tocco del Gigante, là dove la gente lo riteneva capace solo di forza bruta. Il Gigante compì l’impresa senza difficoltà, adagiando la casetta sulle nuove fondamenta, a farne le spese erano state solo le grondaie un po’ ammaccate e un servizio di porcellana dimenticato nella credenza.

Nanà andò a vedere quella casa sulla spiaggia per ascoltare il racconto della famiglia, e facendosi mostrare molte fotografie perché segretamente dubitava che la casa fosse la stessa, pensava che – come temuto dai Democrati – il Gigante sul tragitto avrebbe potuto stritolarla e che per non mostrare un tale fallimento una casa identica fosse stata costruita per l’occasione. Ma le foto non mentivano, così come quei particolari di vecchiezza che solo una casa vera poteva mostrare, da una macchiolina sul muro ai segni sullo stipite della porta che raccontano la crescita del Figlio della Nazione, o quel misto tra odore e non-odore dei muri vecchi che in una casa fresca di costruzione sono così diversi. Il papà del bimbo inoltre non era così contento di quel trasloco, perché adesso per andare a lavoro doveva fare un viaggio di due ore, perché sulla spiaggia il vento soffiava incessante e in quella casa gli spifferi sibilavano fastidiosi notte e giorno.

“Poteva chiedergli di farci costruire una casa più grande” brontolò l’uomo senza farsi sentire dalla moglie “come ha fatto quell’altro bambino”

“Ma secondo lei come ha fatto a non rompere la casa?” gli aveva chiesto Nanà.

“Con quelle mani mollicce? Io lo sapevo che era una fesseria fargli prendere la casa tra le mani, la dovevano imbragare dalle fondamenta e portarla sospesa, i presunti esperti hanno detto che avrebbe oscillato troppo col vento, ma la verità è che non avrebbe fatto la stessa scena. Però alla fine è andata bene e sai perché? Perché è come se la casa fosse stata messa su un cuscino per portarla qui. Quello sarà pure gigante ma non ha le mani dure, non tiene i calli alle mani come me. Ha fatto qualche lavoretto dopo che l’hanno fatto Capo della Nazione, ma era solo scena. Le mani dure di lavoro ti vengono anno dopo anno, non dopo due mesi, poi se n’è andato in guerra ed è tornato dopo un mese. Cos’ha lavorato? Tre mesi in tutta la vita? E’ grazie alle sue mani mollicce che non mi ha stritolato la casa, almeno a questo son servite.”

Nanà fu molto colpita da quel discorso, anche perché non le capitava mai di sentire qualcuno parlare del Gigante con quel tono di sufficienza, e quelle parole le rimasero ben scolpite in mente. Ciò che non capiva era come mai, nonostante tal bassa opinione, quel signore ammise d’aver votato per eleggere il Gigante Capo della Nazione perché, diceva, era l’unica cosa da fare dopo l’attacco del Nemico.

Ora, al cospetto del Gigante, Nanà ripensava alle parole di quell’uomo, con tutte le riflessioni e le domande che le si affollavano in testa per l’intervista. Per quanto enorme il Gigante non dava affatto un’idea di forza, dava quella sensazione di triste impotenza delle balene spiaggiate, il volto poi era uno spettacolo grottesco: tutte le proporzioni, guance, naso, bocca, sembravano sbagliate, la pelle gonfia e cadente, le rughe profonde come solchi d’aratro in un campo arso dal sole, i peli sul volto mostruosi tentatoli di un kraken. In particolare la barba che copriva il collo e buona parte delle labbra, sembrava una creatura vivente a sé stante per come si muoveva ad ogni respiro.

Il maestoso cancello in fondo al capannone si aprì lentamente e apparve un camion che trasportava gli occhiali del Gigante, il riflesso delle lenti per un attimo accecò Nanà che riacquistò la vista solo un minuto dopo. Con gli occhiali, lo spettacolo di quel volto appariva ancor più terrificante, gli occhi ingigantiti erano buchi neri profondissimi, il rossore intorno alle palpebre aveva un malsano colorito sanguigno e le rughe sembravano orrende branchie. Nanà fece dei profondi respiri per calmarsi, ma le salì la nausea per il puzzo del fiato del Gigante da cui la maschera antigas offriva una protezione troppo lieve.

“Sembri un pilota da caccia” disse il Gigante nel suo tono più affabile. Per lui doveva essere un sussurro, ma per Nanà era un vocione tonante nonostante le cuffie. Le ci volle un altro minuto per riprendersi e quando aprì la sua cartelletta e il taccuino, un respiro del Gigante glieli strappò via. Al Gigante scappò una risatina, i sobbalzi del suo corpo fecero scricchiolare i rulli sotto e il soffitto sopra, l’intero capannone sembrava pronto a crollare.

La Signorina Heels che stava per imboccare l’uscita fu costretta a camminare fino a metà del capannone per recuperare le cose di Nanà, e mentre stava per andarsene apparvero dal fondo del capannone due uomini in divisa con un robusto carrello e un megaschermo, così dovette anche tornare indietro e farlo sistemare nella posizione ideale perché fosse visibile al Gigante. Infine Nanà chiese all’ormai esasperata Signorina Heels di collegare la sua fotocamera al televisore e si fece spiegare come parlare al microfono anche attraverso la maschera. Nanà la ringraziò e la signorina uscì di scena nel suo rapido zoppicare.

“Devi farmi vedere qualcosa?” chiese il Gigante.

“Sì, però dopo”

“Allora, come ti chiami?”

“Nanà” rispose lei armeggiando col taccuino e dandosi un contegno professionale, schiena dritta e petto in fuori. “Posso cominciare con le domande?”

“Non troppo difficili, mi raccomando” scherzò lui.

“Comincio con una facile: lei quanto pesa?”

“Oh, tantissimo, ma non è mai stato possibile pesarmi, non esiste una bilancia abbastanza grande”

“Però è molto forte, può sollevare qualsiasi peso vero?”

“Meno di quanto si pensi, al massimo penso di aver sollevato…”

Nanà aprì le braccia come a mimare qualcosa di enorme: “duecento tonnellate?”

“Oh, non saprei, duecento tonnellate sono tante ma…”

“Centotrentasette?” Nanà si era ben studiata quel tono leggero, sapeva di dover sfruttare l’aspetto da bambina a suo vantaggio. Sembrare ingenui è un’ottima cosa per i giornalisti, e il Gigante ci stava cascando in pieno. “E’ vero che in guerra ha sollevato i carri armati?” Nanà fece il gesto di un lancio con la mano “ha lanciato al nemico i suoi stessi carri armati!”

“Sì, è vero”

“Gliene ha lanciati anche due alla volta?”

“Una volta è successo”

“E riusciva a lanciarli lontano? A un paio di chilometri?”

“Oh sì, potevo lanciarli molto in alto e molto lontano”

“Ho letto che certi carri armati nemici pesano… vediamo…” scartabellò le pagine del suo taccuino poi esclamò “più di cinquanta tonnellate!”

“Giuro che mi sembravano molto più leggeri” sorrise il Gigante.

“Quindi non erano troppo pesanti per un gigante. Se ne ha sollevati anche due insieme, diciamo che potrebbe sollevare e lanciare qualcosa di grande e pesante centotrenta o centocinquanta tonnellate”

“Penso di sì”

Nanà fece qualche segno sul taccuino. “Un’altra domanda: tra poco ci sarà l’Anniversario della Nazione, ma lo festeggiamo lo stesso?”

“Perché non dovremmo?”

“Perché è anche l’anniversario del disastro del Municipio, che poi ha portato la guerra…”

“Oh, faremo una festa molto sobria, più tranquilla”

“Per rispetto alle vittime”

“Certamente” il volto del Gigante parve sciogliersi per quella bimba che non solo gli appariva simpatica, ma anche molto sensibile e intelligente.

“Ma era proprio necessario fare la guerra?”

“Oh, questa è una domanda difficile. La guerra non è mai bella… ma se ti attaccano devi difenderti”

Nanà alzò lo sguardo sul Gigante e rimase in silenzio, fissandolo a lungo.

“Cosa c’è?” disse il Gigante.

“C’è che io non lo capisco, l’attacco e la difesa. Per difenderci siamo andati noi ad attaccarli”

“No, siamo andati lì per difenderci da attacchi futuri”

“Ma adesso che li abbiamo attaccati noi, loro per difendersi ci attaccheranno di nuovo”

“Stai tranquilla, non succederà, e se dovesse succedere ci penserò io”

“Alla tv hanno detto che nella guerra sono morte migliaia di persone, è vero?”

“Sono morti tanti bravi soldati sul suolo nemico, ma non così tanti”

“Ma non dobbiamo contare anche i nemici morti?”

“Certo, anche i loro”

“I giornali dicono che ne sono morti migliaia. Erano tutti malvagi?”

“E’ difficile rispondere… la guerra è una cosa complicata”

“Ma quante persone sono morte nel disastro del Municipio?”

“Perché non cambiamo argomento?” l’espressione del Gigante cominciava a mutare, era la prima volta che sosteneva un discorso così lungo con una bambina e lo sconcertava il fatto che le centinaia d’interviste della sua vita non l’avessero preparato a quel momento.

“E’ troppo difficile per te?” lo punzecchiò Nanà.

“No, ma tu stai scrivendo per il giornale della scuola, magari i tuoi compagni certe cose non le capiscono”

“Per questo dobbiamo provare a spiegargliele”

“Ma magari si impressionano”

Nanà fissò nuovamente il Gigante, poi disse: “magari è perché la gente non si impressiona abbastanza per la guerra, per quello continuiamo a farla. Ci siamo impressionati un sacco per cento morti nel nostro Municipio, ma non ci dobbiamo impressionare per le migliaia che sono morti a casa del Nemico?”

“Ma sono stati loro a incominciare” disse il Gigante, un po’ titubante.

Nanà lo fissò ancora in silenzio. “Facciamo finta che sia vero. Ma quando litigavo col mio fratellino, se rispondevo a mia madre che era lui a incominciare, lei mi diceva che chi è più grande e più maturo deve comportarsi meglio, deve capire e a volte perdonare”

“Vorrei anch’io che i litigi fra le nazioni fossero così semplici”

“Ma se ogni volta che uno attacca poi l’altro per difendersi fa sempre più vittime, allora la guerra può finire soltanto quando uno dei due scompare per sempre, non le pare?”

“Cambiamo argomento su”

“Vuole che me ne vada?”

“Ma no. Però vorrei capire se è stato qualche tuo insegnante a chiederti di farmi queste domande”

“Perché avrebbe dovuto?”

“Non lo so…” fece il Gigante.

“Io sì, lo so perché avrebbe dovuto: perché nessuno gliele ha mai fatte prima”

Stavolta fu il Gigante a restare in silenzio, interdetto. “Mi hanno sempre fatto un sacco di domande”

“E un sacco di interviste” disse Nanà “io ne ho lette più di trecento”

“Trecento mie interviste?”

“Si, negli ultimi…” Nanà scartabellò tra i suoi fogli “sei anni. Fanno circa un’intervista a settimana, ma è un numero arrotondato per difetto. Quelle di quest’anno però le ho lette tutte quante, e nessuno gliel’aveva mai chiesto”

“Cosa?”

“Se era necessario andare in guerra”

“Sono convinto che lo pensassero tutti”

“Mio papà è convinto che a mia madre piacciano un sacco le rose, lei invece ha sempre preferito i ciclamini. Lei non gliel’ha mai detto e lui non gliel’ha mai chiesto. Adesso mi dirà che certi argomenti sono più complicati di così, ma io non ci credo. La gente fa sempre un sacco di cose perché è convinta che gli altri la pensino allo stesso modo, ed è pieno di gente che non pensa a lamentarsi finché non è troppo tardi. Ci prendiamo quello che ci danno, o crediamo a quello che ci dicono se nessuno si lamenta o se nessuno chiede, i giornalisti ci sono per questo, e i giornalisti devono fare domande complicate perché la gente è troppo abituata a pensare in modo semplice, o a non pensare per niente.”

Nanà si morse la lingua troppo tardi, capì d’essersi infervorata troppo. Aveva via via perso quel suo studiato tono da bambina e il Gigante l’aveva capito. Per un momento parve esserci un autentico silenzio, senza i cigolii metallici del capannone ed il respiro del Gigante che sembrava essersi affievolito mentre strabuzzava gli occhi.

 

 

 

 

 

 

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