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Stai leggendo: "Il Gigante Buono" di Quinto Moro

7. Giù la maschera

“Non sono una bambina” disse Nanà “ho diciassette anni e sono affetta da una forma di nanismo. Si può dire che io e te siamo i due estremi della stessa curva, solo che la mia condizione è molto più comune e, a differenza della tua, rende molto più facile nascondersi e passare inosservati”

Il volto del Gigante si era storto per la seccatura ma l’idea di trovarsi di fronte a una nanetta aveva il suo fascino: “potresti fare l’attrice, il talento non ti manca, sarebbe molto meglio che fare la giornalista”

“Per questo il mondo è pieno di bugiardi: alla gente piace di più chi finge di essere qualcuno di chi cerca la verità”

“Non serviva fingere, avrei risposto lo stesso alle domande”

“Gli adulti ti danno risposte molto diverse se pensano che hai otto o nove anni, ma soprattutto si lasciano scappare delle cose perché sono convinti che i bambini non ascoltino. Anche se non mi sorprende che la gente ci caschi sempre e mi scambi per una bambina, non credevo che sarei riuscita ad andarmene in giro come volevo, i controlli e la sicurezza qui non sembrano molto importanti. Anzi non pensavo nemmeno che mi avrebbero richiamata per l’intervista, avrebbero dovuto controllare chi ero, scoprire la mia età…”

“Hai preso il posto di un Figlio della Nazione” disse il Gigante “aspettavamo una bambina e una bambina è arrivata”

“No, sono io la Figlia della Nazione, c’erano tante scolaresche di età diverse quel giorno alla parata, mi sono ritrovata in mezzo ai bambini e nessuno ha notato la differenza. Comunque la bugia è tutta qui, vorrei davvero diventare una giornalista un giorno, e volevo davvero intervistarti per il giornalino della scuola. I miei compagni ti vedono tutti come una specie di eroe invincibile, sono cresciuti… siamo cresciuti vedendoti nelle pubblicità, negli show televisivi. Il pulmino della scuola esplodeva in urla e festeggiamenti ogni volta che riuscivamo a scorgerti oltre le colline. E le cose non sono cambiate quando siamo cresciuti, se dalle finestre della scuola qualcuno ti avvistava correvamo tutti a vedere, i professori ci rimproveravano, per loro eri diventato una cosa normale ma non per noi. Sei sempre rimasto un prodigio, un dio, meglio di Dio, perché sappiamo che esisti e i tuoi miracoli vanno in diretta tv. Fra due o tre anni, io e quelli della mia età potremo votare il nuovo Capo della Nazione, per tutti loro tu sei il Gigante Buono, e anche se tutti stanno solo pensando ai primi appuntamenti, alla musica e ai divi del cinema, forse non vorranno… non dovrebbero volere che uno come te rimanga a capo della nostra Nazione”

“Oh, e perché no? Sei arrabbiata per la guerra? Sai, alla tua età è normale essere polemici, specie verso l’autorità, e avere sentimenti pacifisti”

Nanà si sforzò di non dire quel che pensava.

“Posso farti ancora qualche domanda?”

Il Gigante fece un cenno, accomodandosi meglio con la testa sotto il braccio, le palpebre a mezz’occhio come pronto a sonnecchiare. Sì, quella ragazzina l’aveva sorpreso e l’inganno l’aveva divertito ma non era diverso dai sotterfugi che avevano fatto decine, centinaia di curiosi agli albori del suo gigantismo. Era una sensazione che aveva dimenticato da quando l’enormità del suo corpo era diventata visibile a grandi distanze, e la curiosità morbosa s’era via via spenta lasciando spazio alla normalità della sua esistenza. E si rilassò anche perché, nonostante si trattasse comunque di una ragazza giovanissima, non era obbligato alla stessa cordialità e la compostezza che s’imponeva di tenere con i Figli della Nazione.

“Cosa ti ricordi di quella notte?”

“Quale notte?”

“La notte dell’attentato al Municipio. Stavi qui vero?”

“Sì, l’esercito venne per scortarmi tra le montagne, nel caso l’attacco continuasse… adesso mi chiederai se potevo impedirlo, se potevo fermare l’aereo prima che si schiantasse”

“Non diciamo sciocchezze” sbottò Nanà. Si sforzava di mantenere un tono neutro, ma ora che il sotterfugio era svelato non aveva più voglia di fingersi cordiale.

“Pare che l’aereo abbia perso qualche pezzo prima di schiantarsi sul Municipio. I giornali non gli hanno mai dato peso, ed è strano perché quando succedono queste cose spuntano fuori specialisti ed esperti da tutte le parti, che fanno le analisi dei dettagli più stupidi, ma a un passo dalle elezioni e tutti che parlavano del Gigante e del suo possibile impiego in guerra… a proposito: con un altro Capo della Nazione ci saresti andato lo stesso in guerra?”

“Credo di sì”

“Già, lo penso anch’io… noi sapevamo già che loro ci odiavano, erano già il nostro Nemico. È perché li odiavamo anche noi che abbiamo pensato subito fossero stati loro? Quello che mi chiedo è se tutta questa storia l’avevate programmata, o se si è solo trattato del pasticcio di un ubriacone”gran

“Penso che adesso dovresti andare” disse il Gigante “sono stanco”

“Eh già, chissà quanto hai lavorato oggi… ma fai uno sforzo e tieni gli occhi bene aperti, sono convinta che questo ti sveglierà per bene come ha svegliato me.”

Nanà saltò giù dal suo trono di ferro, accese il megaschermo e dopo aver picchiettato sulla sua fotocamera fece partire un filmato. Il video cominciava col chiacchiericcio di adulti alternato alle urla dei bambini presso una tavola imbandita. Dopo una confusa panoramica dei piatti e dei volti degli adulti la voce del regista si scopriva essere quella d’un bambino impaziente di alzarsi dalla tavola. Accontentato, l’inquadratura barcollò in giro per la stanza, presso una porta a vetri che rivelava l’ora del giorno: fuori era notte. Una nanetta dai capelli arruffati invase l’inquadratura, svelando il volto di Nanà. Il regista era il fratellino di Nanà, che dopo qualche lagna ottenne di farsi aprire la porta a vetri per uscire sul balcone. Si sentì la voce di Nanà allontanarsi e confondersi col chiacchiericcio degli adulti. Il piccolo regista barcollava qua e là per la terrazza, i colori e il contrasto dell’inquadratura cambiavano accompagnati dai blip della fotocamera. L’immagine si fece verde e di colpo tutti i dettagli celati dall’oscurità divennero visibili: un paio di cespugli, un piccolo burrone oltre la ringhiera del terrazzo. Un grido lontano, di donna, intimava di non salire sul soffitto. Mentre il bimbo prometteva di obbedire, nell’inquadratura apparve una scaletta, un piolo dopo l’altro, poi la grondaia e il soffitto. Tra le tegole era sistemata una coperta e un cavalletto con un piccolo telescopio. L’inquadratura si scosse bruscamente, crollando sul disegno della coperta: renne con cappucci di natale in diverse sfumature di verde. Le renne furono poi coperte da un oggetto troppo vicino e l’inquadratura traballò ancora violentemente prima di stabilizzarsi del tutto. Dopo una lunga zoomata i contorni della città si fecero più nitidi, ma il bimbo seduto di fianco al cavalletto, eclissava buona parte dell’inquadratura, sul cui sfondo brillavano gli scoppi dei fuochi d’artificio.

Una voce maschile tuonò dal basso una sfilza di rimproveri e al bambino cui fu ordinato di scendere. La fotocamera subì un colpo e l’inquadratura cambiò, mentre le voci dell’uomo e del bimbo di allontanavano.

I contorni neri e verdi dell’infrarosso, senza il disturbo delle luci cittadine, apparivano più nitidi che mai: una vallata con le sagome di grandi capannoni ed aerei abbandonati sulle piste in disuso. Qualcosa di grosso si muoveva: era il Gigante Buono che sedeva a gambe incrociare ondeggiando a destra e a sinistra come ascoltasse una musica nella sua testa. Il Gigante allungava la mano per muovere uno degli aerei, poi l’afferrava per sollevarlo e fingere di farlo volare, come un bambino che gioca. Il Gigante si piegava all’indietro e poi in avanti, e con uno slancio mandava l’aereo a sfrecciare oltre la collina, fuori dall’inquadratura, verso la città.

Nanà aveva visto quel video ormai centinaia di volte, e benché fosse riuscita nel tempo a sostituire la costernazione con la rabbia, rivederlo di fronte al Gigante le fece arrossare gli occhi e stringere alla gola quel nodo ingarbugliato di pensieri e verità che avrebbe voluto gridare a squarciagola. Sì, il gigante poteva sollevare le centoquaranta tonnellate di quell’aereo vuoto, e poteva farlo senza stritolarlo e spezzarne le ali come aveva dimostrato la leggerezza del suo tocco.

Fuori da quel capannone c’erano interi silos pieni di alcolici, ma chissà se venivano riempiti già prima della nomina del Gigante a Capo della Nazione. Non era detto che avesse lanciato l’aereo da ubriaco, forse era solo annoiato, o arrabbiato perché in quell’Anniversario della Nazione non era stato osannato come gli anni scorsi, quando si esibiva alla testa della sfilata lungo le strade della Capitale. Nanà si tolse la maschera e le cuffie, scese dal trono di ferro e voleva chiedergli perché l’aveva fatto, solo che non ci riusciva perché nessuna risposta sarebbe servita a farla sentire meglio. Rimase in silenzio, coi pugni stretti e gli occhi arrossati, sfidando il respiro del Gigante ma senza perdere l’equilibrio, fissando quegli orribili occhi neri, così non vide la mano che cresceva alle sue spalle e si abbatteva su di lei, schiacciandola senza lasciare nemmeno la macchia, pulita dallo strofinio della manica del Gigante.

 

 

 

 

 

 

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