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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro

Capitolo 25

Lily si svegliò di soprassalto, allungando le mani come a voler afferrare l’ultima immagine vista nel sonno: si allontanava con indosso un vestito bianco come da sposa che si faceva azzurro al confondersi con l’orizzonte marino del sogno. “Mamma...” sussurrò, tanto debolmente quanto forte desiderava di rivederla. Se n’era andata senza un’ultima carezza, un’ultima parola.

Corpuscoli d’acqua trasportati dal vento le bagnarono il viso destandola del tutto e Lily si guardò intorno ritrovando Madni barcollante nel bel mezzo del ponte. Il corpo del folletto si deformava e piegava come un blob, facendo avanti e indietro con la schiena e la testa, le gambe che si incrociavano, una che andava avanti e l’altra indietro in un balletto sgraziato. Decise di ignorarlo mentre raggiungeva il parapetto all’estremità della prua, dov’era svanito il contorno azzurro di sua madre. Non sentiva un filo di vento sulla faccia, ma guardando in basso poteva vedere la chiglia tagliare decisa le onde verso la Terra dei Cani Pazzi. Il manto acquatico pulsava d’un gorgoglio lento e ritmico, bolle sobbalzavano inesplose come migliaia di teste e mani sotto un lenzuolo nero. In lontananza e sempre più vicine c’erano piccole luci, bagliori di torce, fiamme ed esplosioni. In un attimo la Bathisdea si ritrovò nel mezzo di una battaglia navale d’altri tempi, con vascelli a vele spiegate che sparavano dalle file di cannoni sulle fiancate, e si speronavano affondandosi gli uni gli altri. Le navi coprivano il mare a perdita d’occhio, in ogni direzione, ed eran tutte piccolissime in confronto alla Bahisdea.

“Madni…?” fece Lily guardandosi intorno.

“Che c’è?” rispose lui apparendole accanto, muovendo la testa a disegnare ampi cerchi.

“Cosa sono quelle?”

“Navi” rispose senza guardarle “mi sembra evidente”

“Lo vedo da me che sono navi, volevo solo capire… ma la smetti di muovere la testa? Mi fai venire il mal di mare, e poi ci si guarda in faccia quando si parla”

“Haaaahhh!” le gridò in faccia “che rompiscatole sei”

Lily strizzò gli occhi, si scosse e gli mise le mani sulle guance.

“Vuoi piantarla di comportarti da folletto e fare la persona normale per una volta? Sto cercando di parlarti!”

“Stiamo parlando mi sembra. E cosa c’è di bello nel fare la persona normale?”

“Uf, lascia stare, vattene a barcollare lontano da me”

Lily tornò a fissare le battaglie navali e gli scontri tra sottomarini e portaerei. Madni allungò una mano per carezzarle i capelli e lei si scostò. Si sforzava ancora di ricordare il sogno appena fatto, le immagini le sfuggivano.

“Che triste” disse Lily dopo un lungo mutismo “quelle navi che si distruggono…”

“Sono le navi del mondo da cui vieni tu: tutte le navi affondate in tutti i mari e in tutti gli oceani dall’inizio dei tempi”

Lily tornò ad immergersi nel silenzio dei suoi pensieri, finché tutti i brandelli di nostalgia del sogno furono scomparsi. “Però non sembrano relitti” disse allora.

“Non lo sono infatti, queste sono le essenze di ciò che furono: una via di mezzo tra il loro ricordo e le loro anime”

“Ma le navi non hanno anime”

“E chi te l’ha detto? Hanno un nome, vengono battezzate alla prima partenza, quindi hanno un’anima”

“Ma perché sono tutte in lotta?”

“Perché la maggior parte di loro sono affondate in battaglia. Vedi gli antichi velieri e i galeoni? Sono navi da guerra di più di trecento anni fa. Continuano a combattere tra loro perché è quello che stavano facendo prima di affondare. Quelle che erano in grosse battaglie le rivivono insieme alle altre che sono affondate con loro. Altre sono in fiamme e alcune di loro riaffondano e ricompaiono ogni notte per continuare a navigare su questi oceani”

“E chi le guida?”

“Tutti i marinai che vi sono morti, che continuano a lavorare con le vele e con le funi, a far sparare i cannoni e ad appiccare il fuoco alle vele nemiche. Lo spirito di chi muore in mare rimane per sempre legato al suo destino e continua ad abitarlo. Nel tuo mondo nessuno se li ricorda più, sono solo una riga nel capitolo di un libro di storia, ma vive il ricordo del loro mito mentre tutti i relitti su cui sono morti continuano a consumarsi nei fondi degli oceani che li custodiscono da secoli. Morphea è l’oceano che si specchia sotto la crosta del tuo mondo, le navi inghiottite da un lato riemergono qui al calar del sole, risorgono per morire di nuovo coi loro comandanti e capitanti, vecchi pirati e marinai”

“Guarda quelle… c’è così tanta gente” disse Lily indicando i relitti che lambivano la Bathisdea affollandosi sempre più senza che la velocità di navigazione ne risentisse. Sui ponti delle piccole navi si distinguevano con chiarezza i contorni di figure in movimento, come se l’ombra della notte ancora incombente non potesse celarli.

“Ci sono anche degli ospiti sai, non tutti sono morti in mare. Sono passeggeri e stanno lì a rivedere ogni giorno il naufragio della loro vita che si è consumato sulla terra”

“Anime perdute” sussurrò Lily.

“Qualcosa del genere” fece con tono sinistro Madni, compiaciuto dalla tristezza di quello spettacolo. “Attenta a quello che guardi” soggiunse cupo “potresti trovarci qualcuno che conoscevi”

Madni non disse altro e tornò a ciondolare per il ponte con le mani dietro la schiena. Lily sentì crescere i battiti del cuore al turbamento per quelle parole. Cominciò a mormorare senza rendersene conto, senza dire nulla di comprensibile all’infuori delle sillabe che aveva sussurrato al risveglio: mamma, un’immagine agitata e disciolta nei fumi di memorie senza colori.

Rimase ad osservare l’oceano per ore con Madni che passeggiando per il ponte si era avvicinato tre volte, e tre volte le aveva dato l’avvertimento di non continuare a scrutare. Al primo avviso in tono premuroso, alla seconda vagamente severo e all’ultimo la voce roca di minaccia. Lily ignorò il consiglio sempre più concentrata nella ricerca dei ricordi, con gli occhi che a stento trattenevano lacrime e speranza. Le navi e i velieri si avvicendavano all’orizzonte. Tra luci e barche se ne avvicinava una diversa, con grandi ciminiere dorate bordate di nero in cima, fumanti e tuonanti. Era visibilmente più grande di tutte le altre ma dalla Bathisdea non sembrava che un battello a vapore. Aguzzando lo sguardo lesse sulla fiancata la scritta rms Titanic. Conosceva quel nome ed era proprio lei: la nave più grande del mondo. Anche lei morta e affondata come le altre, stracolma di gente su tutti i ponti tempestati di luci sempre meno sfumate dalla nebbia che andava condensandosi in filamenti d’acqua ascendente verso il cielo, inghiottita da mini vortici e buchi neri tra le nubi. Nel cielo nessuna stella visibile, solo il fumo che sembrava dare forma e sostanza ad ogni relitto sulla superficie dell’oceano increspata da pallidi riflessi.

L’aria tra Lily e il Titanic aveva l’effetto di una lente o forse il desiderio e la speranza conducevano il suo spirito sino al ponte, come se si allungasse trascendendo la fisicità incerta del corpo, fino a scorgere un volto più definito e denso degli altri, più consistente e vero. “Mamma…” mormorò Lily sentendo qualcosa esploderle in petto. Era proprio lei, laggiù, perduta tra le anime caduche dei naufragati dal mondo, in mare come in terra. Tanto più l’immagine era chiara tanto più la distanza sembrava stiracchiarsi nello sguardo da madre a figlia, un elastico sottile per la distanza di un tocco. Ma la profondità del vuoto fu ripristinata al discender delle lacrime dagli occhi di entrambe, mentre quella di Lily in caduta libera si ingigantiva e congelava andando ad aggiungersi all’oceano. Un cumulo di nebbia densa disegnò gli spigoli di una roccia ghiacciata, s’udì uno schianto sull’acqua ed il piccolo Titanic rallentò sobbalzando nel tuono, sino a fermarsi. La Bathisdea sfilò tra le onde e Lily corse a poppa per continuare a guardare, le braccia tese alla madre avvolte tra le fiamme e la sua dolce figura tramutata in cenere. Lily tese le braccia a sua volta, spingendosi contro il parapetto e poi oltre, in caduta verso il nero oceano. Non aveva sentito nessuna spinta, era come se la nave le fosse scivolata da sotto i piedi e cadendo vedeva le altre imbarcazioni sempre più grandi e vicine, ma nessuna abbastanza da sperare di cadere su uno di quei ponti. In caduta libera fece in tempo a voltarsi e notare un puntino rosso acceso sulla ringhiera. Madni. Era stato lui a spingerla? Poi le tornò in mente l’arco intarsiato visto mentre saliva a bordo. Attenti ai vostri sogni sugli oceani di Morphea, o naufragherete eterni figli della sua marea.

Ingannata ancora. Da un folletto perfido o dai suoi stessi sogni.

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