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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro

Capitolo 26

 

Fuori, nel cuore della città la stagione fredda si prolungava ad oltranza. Lily non era certa di quanto dovesse durare un inverno. Sapeva solo che quell’inverno avrebbe dovuto smettere da un pezzo, e adesso sembrava lì solo per lei. Quanto era pesante e ingiusta l’aria fredda del crepuscolo, con le sue raffiche irrispettose di una fragilità che aveva bisogno di riconoscersi addosso per provare ad essere più forte.

Si mosse incerta sul velo argenteo di nevischio che imperlava il marciapiede. I passi crebbero nel montar della rabbia. Corse in fondo alla strada, ai confini del quartiere e oltre la biblioteca finché esausta si fermò appoggiandosi ad un muro grigioverde di muffa e muschio. Sotto i palmi freddi la consistenza umida dell’intonaco sfatto. Braccia e gambe a spingere contro il muro e il marciapiede per non sentirsi schiacciata. Gli occhi nel vuoto misero a fuoco le scarpe e una spirale di vetri rotti, andando a posarsi sulla vetrina dell’odioso negozio di liquori. Il cervello suggerì ai sensi reminiscenze di volti e odori di quel posto schifoso. Barcollò in cerca di qualcosa di pesante tra i cumuli di sporcizia del marciapiede, poi un sasso le vestì il pugno. Dopo averlo cullato nel palmo lo scagliò con tutte le sue forze contro il brillio di riflessi ramati della vetrina. Il rumore dei frantumi e le urla di qualcuno le diedero la forza di correre ancora, per scappare oltre i limiti del mondo finora conosciuto.

 

Aveva corso e camminato tanto da non sentire più le gambe quando si ritrovò di fronte ad un gigantesco palazzo con alte e massicce colonne scanalate, capitelli rifiniti in motivi di foglie e doccioni di gocciolanti bocche mostruose. Sinistre curve di volte gotiche, ampie vetrate luminose e decine di lampioni accesi ad illuminare il via vai di gente che zompettava lanciando occhiate al grande orologio incastonato nella O dell’insegna “StaziOne Centrale”.

Nel pomeriggio inoltrato le nuvole soffocavano la luce del sole anticipando il tramonto. Lily cercò riparo nel gigantesco androne simile a quello di una cattedrale: la biglietteria al posto dell’altare e i serpentoni di gente al posto delle panche, tabelloni orari agitati nel ticchettio di ritardi e partenze invece di figure e scritture sacre. Non era sicura d’esser mai entrata in una chiesa, quelle intuizioni affioravano dalle foto dei libri e qualche reminiscenza di quando a quattro o cinque anni andava con la nonna ad accendere i ceri alla memoria di qualcuno. Le chiese le erano sempre parse luoghi sinistri e cupi, dove la gente stava muta e si inginocchiava con facce tristi e non rideva mai. A pensarci bene la stazione era assai diversa, con quel gran chiasso di gente diretta in mille posti, campane e fischi di partenza, strilloni agli altoparlanti e tutti che si rincorrevano e si incrociavano senza guardarsi o salutarsi, ognuno per la sua rotta con una valigia di taglia variabile e una faccia più o meno stanca. Anche alla stazione non c’erano molti sorrisi, come se la libertà di andare e venire non fosse così straordinaria.

Lily sbirciò dietro al vetro di una sala d’attesa affollata, solo due o tre si parlavano mentre tutti gli altri guardavano il pavimento oppure nel vuoto. Aveva sempre immaginato i viaggiatori come persone energiche fatte di spirito e voglia di vedere il mondo, ma quei viaggiatori erano tutti uguali nei loro vestiti scuri, nelle mani giunte sulla valigia stretta come se contenesse un tesoro prezioso alla mercé di una folla di rapinatori. Sbuffi e occhiate spente, mugugni e orologi visti e poi nascosti sotto i polsini di cento camice bianche sotto cento giacche blu o nere infiocchettate in cravatte o foulard grigi e bordeaux.

Lily proseguì oltre sbucando nell’atrio all’aperto da cui si allungavano i marciapiedi tra i binari. Il brulicare continuo aveva un che di ipnotico, tutti salivano e scendevano dai sottopassaggi pedonali e dai treni, correvano ad ammucchiarsi alle porte di un vagone: tanta gente come non ne aveva mai vista tutta insieme. Di colpo si sentì estranea e persa. Lei non aveva nessun treno da prendere né un posto dove andare. Per qualunque posto, pensò, è come dire per nessun posto.

Andò a rannicchiarsi sull’ultima panchina della Piattaforma Cinque, a pochi passi dal fossato di terra e sassi coi binari arrugginiti sotto e lucenti sopra. Un grosso ratto si aggirava furtivo, zigzagando su e giù tra un binario e l’altro, come chiuso tra muri insormontabili. Ci fu un fischio, troppo sottile per essere quello di un treno. Il ratto si drizzò sulle zampe posteriori, poi saltellò sul binario, vi corse in equilibrio per un po’ e rapidissimo risalì il muretto che portava alla banchina di fronte. Raggiunto un secondo ratto vi si mise a confabulare, poi i due zampettarono ai piedi di un uomo seduto sul pavimento a gambe incrociate, il suo volto nascosto dal grande libro rosso che teneva aperto davanti al naso. Quando i ratti gli giunsero ai piedi l’uomo piegò la testa rivelando una capigliatura grigia e arruffata come quella d’un vecchio leone. Portava occhiali rotondi dalle lenti a specchio, fece un cenno ai ratti che si misero sull’attenti, poi ciascuno salì su uno dei libri che stava ai piedi dell’uomo, e vi si accoccolarono.

L’uomo alzò lo sguardo dai suoi ratti e vide che Lily lo stava fissando. Abbassò il libro dal naso ma il volto restava ben nascosto da un bavaglio grigio. Le lenti dei suoi occhiali si fecero più brillanti, come riflettessero il bagliore d’un faro che non c’era, ed anzi le lampade sul soffitto della stazione erano spente qua e là. Lily fece per alzarsi quando l’uomo fece schioccare il libro chiudendolo sulla mano, e con gesto netto lo lanciò da una banchina all’altra. Il libro cadde ai piedi di Lily, perfettamente chiuso, ed era rosso e rosicchiato ai bordi. Sulla copertina i caratteri contorti della scritta Wanderwhere. Lily si chinò a raccoglierlo e quando guardò nuovamente verso l’uomo vide il suo braccio teso, la mano pallida ossuta che puntava il dito verso qualcosa oltre le banchine, all’esterno della stazione. Lily vide solo i treni che andavano e venivano, fu sul punto di distogliere lo sguardo ma rimase catturata dalle manovre agli scambi, il vai e vieni, la tristezza delle carrozze in arrivo e la bellezza di quelle che si allontanavano fischiando, svanendo presso il ponte sospeso in lontananza, dove le luci della città finivano e il cielo si apriva senza cornici, senza le finestre o le mura dei palazzi a soffocarne la grandezza. Avrebbe voluto ci fosse anche Andy a vederlo. Andy. L’aveva lasciato solo. Da solo con quell’abominio di padre. Ormai era notte e lui sarebbe rimasto al buio nella sua stanza, senza la voce di sua sorella a mutare le tinte notturne in arabeschi colorati sulle scie di favole e spiriti vegliardi pronti a scacciare gli orchi e i ragni sotto i letti dei bambini. Chi lo avrebbe difeso dagli incubi e chi gli avrebbe rimboccato le coperte?

Lily corse via dalla stazione precipitando nel caos di motori fumanti e becchettare di tacchi sul marciapiede. L’aria densa nera di fumo e notte soffocava i fari delle auto. Gli occhi di Lily vennero attratti dal giallo acceso di un taxi. Corse in mezzo al traffico fra clacson urlanti, rimproveri e maledizioni. Salì su quella specie di gobbo canarino metallico senza sapere bene come comportarsi. L’uomo alla guida si voltò a guardarla di traverso.

“Ce li hai i soldi bambina?” mugugnò il tizio. Aveva un volto scuro incorniciato in un disordinato cespuglio di capelli brizzolati e barba incolta, una cicca spenta sul lato della bocca ed emanava un pungente odore di tabacco. Lily si morse la lingua per non urlargli che non era una bambina. Forse passando per innocente e sperduta poteva strappargli una corsa gratis.

“Mi scusi signore” fece esasperando un tono umile e affranto “mi sono persa e devo tornare a casa. La pagherà il mio papà appena arriviamo.”

Il tizio la fissò tre secondi prima di bofonchiare e scacciarla in malo modo.

“Sono sola e devo tornare a casa!” protestò lei “non vede che sono una bambina?”

“Sei grande abbastanza da tornare con le tue gambe, o di guadagnarti il prezzo di una corsa”

Lily avrebbe voluto coprirlo di insulti ma si limitò a tirargli un calcio sullo sportello. Corse via prima che il tizio potesse scendere dalla macchina. Solo i suoi insulti poterono raggiungerla.

Lily cominciò a tremare dal freddo. Si rendeva conto solo adesso d’essere uscita di casa con quegli stracci che aveva indosso la mattina, senza cappotto. Ma nella corsa era stata così accaldata da non accorgersi, per non parlare del gonfiore per le sberle che aveva mantenuto caldo il sangue. Ora non sentiva più la faccia gonfia e non avrebbe impietosito nessuno, doveva sembrare una zingarella e nessuno le avrebbe fatto credito, ma non aveva certo intenzione di mettersi a fare l’elemosina. Provò al taxi bianco qualche metro più indietro ma l’autista reagì peggio dell’altro, sgommandole in faccia ancor prima di farla salire. Si fece prendere da rabbia tale che quasi gli lanciò il libro. Se l’era tirato dietro. Se lo rigirò tra le mani: Wanderwhere, come quello della biblioteca, ma più rovinato. Se lo strinse al petto perché un po’ la proteggeva dalle sferzate del vento sempre più insistente.

Lily non si perse d’animo e continuò a camminare finché, dietro al finestrino di un taxi giallo sabbia vecchio e rumoroso, vide un anziano dalla folta barba bianca. Se ne stava stretto in un grosso giaccone, abbracciandosi il petto e aggiustandosi sulla fronte un berretto bluastro da cui spuntava un ciuffo di capelli biondicci. Lily bussò al finestrino facendosi piccola piccola, e dicendosi che se anche quel buon uomo l’avesse scacciata si sarebbe messa in mezzo alla strada bloccando tutto il traffico, finché qualcuno non si fosse degnato di riaccompagnarla a casa.

“Mi scusi” disse a bassa voce.

Tutto rigido e infreddolito l’uomo si voltò a fatica e abbassò il finestrino: “dimmi piccolina”

“Mi può portare a casa?”

L’uomo la guardò di traverso un po’ istupidito. “Ma sei qui tutta sola?”

“Ecco… si”

“Oh” fece l’uomo accigliandosi “e vuoi un passaggio a casa?”

Lily annuì. Forse era la volta buona.

“Presto, sali in macchina prima di buscarti un raffreddore.”

Appena in macchina il tassista si voltò per sapere la destinazione e Lily poté osservarlo meglio. Aveva piccoli occhi scuri incavati, la fronte un puzzle di rughe, fili di pelle grinzosa e zigomi segnati che gli davano tutto l’aspetto del vecchio marinaio in pensione, qualcosa di simile a un nonno. Non si era nemmeno preoccupato di chiedere se avesse i soldi e lei certo non gliel’avrebbe ricordato.

Partirono alla volta di Elm Street mentre Lily cominciava a pensare che suo padre non avrebbe mai pagato e sarebbe dovuta scappar via come una ladra. Guardando sullo specchietto l’espressione placida del vecchio barbuto si sentì incapace di un inganno del genere. Non con quel capitano coraggioso e gentile che forse aveva combattuto i pirati e le tempeste in qualcuna delle sue favole. Guardò il tremore delle mani sul volante per il gelo di quel taxi senza riscaldamento ed ebbe un lampo di genio. I marinai non bevevano sempre tanto per scaldarsi il sangue?

“Scusi… le piace il whisky?”

“Eh piccolina, ci vorrebbe proprio un goccio di rum con questo freddo” fece lui “ma il vecchio Ismaele non può permetterselo”

“Ismaele?”

“Sono io”

Lily spalancò gli occhi. “Come quello di Moby Dick?”

“Si piccola. L’hai letto?”

“Si” rispose tutta fiera, accorgendosi che per la prima volta non le dava fastidio che qualcuno la chiamasse piccola.

“Oh, davvero? Io mai, ma so che c’era un Ismaele e mio padre mi chiamò così perché lui servì un capitano che si chiamava Melville”

“E lei è un marinaio?”

“Ah no. Neanche mio padre a dire il vero, era un semplice meccanico. Se ne stava tutto il tempo sottocoperta a far funzionare le pompe di sentina e le fornaci a vapore del transatlantico”

“Cos’è un transatlantico?”

“Oh, è una nave enorme” disse il tassista facendo un gran vocione, come a mimarne la grandezza. “Una nave grande come un palazzo galleggiante.”

Lily se lo immaginò comunque come un marinaio in pensione che guidava un taxi perché dopo tanto viaggiare non poteva più fermarsi ed anche stando a terra doveva continuare ad andare.

“Eh sì, quello di mio padre era proprio un lavoraccio, tutto il giorno sottocoperta e mai un po’ d’aria. Una volta mi portò con sé a lavoro di nascosto, non riuscii a vedere niente della nave, e non ero nemmeno sicuro di stare con lui tanto era buia quella dannata stiva.”

“Un momento” esclamò Lily all’improvviso “giri di qua!”

“Oh, ma di là si fa prima per Elm Street”

“Si si, ma devo passare in un posto prima”

“D’accordo”

Il taxi rallentò davanti al negozio di liquori con la vetrina in pezzi e un tizio che cercava di rattopparla con un telo di plastica traslucida. Lily scese dall’auto con le mani in tasca e lo sguardo basso del colpevole. Per fortuna nessuno l’aveva riconosciuta quando aveva rotto la vetrina ma ci volle comunque un bel po’ a convincere Semiro a darle due bottiglie a credito. Cedette solo dopo brontolii, smorfie e battutacce sulla sua promessa di pagare l’indomani, qualcosa che aveva a che vedere con l’inaffidabilità del padre negli affari. Che faccia tosta, fece Lily tra sé, con tutte le bottiglie che ho comprato… se non mi avesse scoperta avrei dovuto dire a mio padre che era lui ad annacquare il whisky.

Lily tornò al taxi dove Ismaele assestava al cruscotto l’ultimo di una serie di cazzotti utili a far uscire dalle bocchette un lieve getto d’aria calda.

“Hai fatto piccola?”

“Si”

“Vieni a sederti qui davanti, così puoi scaldarti”

Lily scavalcò il sedile balzando su quello anteriore senza uscire dalla macchina.

“Mamma mia che belle bottiglie” disse il tassista “a chi le porti?”

“Sono per te”

“Per me?”

“Ecco… non ho i soldi per pagarti e visto che hai freddo… so che i marinai bevevano il rum per scaldarsi nelle tempeste”

“Oh… ma una corsa costa molto meno di una bottiglia come quella, credo”

“Ma non le ho pagate… le pagherò domani” disse, e in imbarazzo si vide costretta a spiegare il piccolo intrigo. Il padre non le avrebbe mai dato i soldi per pagare il taxi. L’avrebbe fatto lei stessa se tutti i suoi risparmi non fossero finiti in mille pezzi.

“Non mi sarei arrabbiato se non mi avessi pagato. Io ho visto molte volte bambini perduti in città e sembra che tu abbia avuto una giornataccia. Come sei finita tanto lontana da casa?

Il silenzio fu l’unica risposta che riuscì a trovare.

“Coraggio vai riporta quelle bottiglie, ti offro io la corsa”

“No, voglio pagare!” disse d’un fiato riacquistando energia. Di certo l’indomani non sarebbe andata a pagarle e magari se la sarebbero presa con suo padre. Tanto peggio per lui, se lo meritava.

“La prego, faccia presto” disse “il mio fratellino è rimasto solo in casa.”

Ismaele rimase colpito da quell’ansia improvvisa ed in capo a qualche scorciatoia furono all’imbocco di Elm Street.

“Siamo arrivati. Corri dal tuo fratellino” non fece in tempo a finire la frase che la piccola era già sparita, lasciandosi dietro le due bottiglie di whisky e un vecchio libro rosicchiato dai topi.

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