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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 33
Le parole del venditore di tempo echeggiavano nella mente di Lily. Lei ed Andy erano protetti, da chi e perché restava un mistero, sempre che quell’imbroglione non si fosse inventato tutto, ma 2non poteva ignorare l’unico indizio sulla possibilità che Andy fosse passato di lì.
La via era stretta, macchie d’oscurità come vapori d’ombra a mezzaria rendevano lo spazio opprimente. La temperatura scendeva ad ogni passo, mentre i palazzi ai lati della strada continuavano a salire, alternati tra modernismi e tratti in rovina, finestre di vetro illuminate ed altre senza infissi. Facciate sgargianti pitturate di fresco gocciolavano polvere d’intonaco sfatto e vernice liquida. Un chiarore verdastro si stava diffondendo nell’aria. Schiamazzi provenivano dai vicoli stretti tra un edificio e l’altro, crescenti come un pericolo in avvicinamento. Bande di uomini giovani e vecchi invasero la strada principale, con in mano coltelli e pistole, bottiglie di birra e whisky, e fumando lanciavano per aria sigari e sigarette. Gridavano e ridevano, si picchiavano e scherzavano latrando parolacce e bestemmie. Alcuni avevano corpi d’uomo e teste di cane, altri erano uomini che camminavano a quattro zampe in corpi animaleschi. Alcuni le sembravano familiari, anche loro l’avevano notata e confabulando l’additavano ridacchiando. Si avvicinavano senza camminare, come fermi in punto lontano ma ingrandendosi sino a raggiungerla. Presero a girarle intorno, un branco di bestie affamate intorno alla preda. Allungavano le mani per pizzicarla, passandosi la lingua sui denti e le labbra sognando il primo morso alla sua carne succulenta, spalancavano la bocca e si ritraevano per tornare a ridere nei loro volti allucinati e viscidi. Le loro mani s’allungavano, le mascelle ritratte deformavano le bocche in sorrisi arricciati intorno agli zigomi e fino agli angoli degli occhi, mentre le lingue s’ingrossavano e assaggiavano l’aria sbavando e sibilando. Un cane dalla testa d’uomo si avvicinò in un guizzo slinguazzando la caviglia di Lily che gli mollò un pugno sulla nuca, quello batté in ritirata e gli altri cani risero di lui per poi inveire ringhiare contro la ragazzina. Gli uomini dalla testa canina s’accucciarono, le gambe cambiavano forma strappando i pantaloni e rivelando ginocchia pelose, la pelle alle estremità si apriva sotto la spinta degli artigli nascosti. Nell’aria il puzzo di cane e sudore cresceva, sapeva di muschio e scarti di macelleria.
Lily se ne stava ritta in piedi, quelle lingue e denti, quelle fronti corrugate e ciuffi di pelo grondanti melma e bava, tutto le diceva d’aver paura. E ne aveva. Un po’. Una paura diversa da quella che pensava di dover sentire. Spinse indietro il piede sinistro, caricando il peso del corpo sul destro, immaginando d’avere artigli lei stessa. La puzza le arricciava il naso e i nervi tesi le tiravano su le labbra, scoprendo i denti. Il suo stesso respiro le sembrava un ringhio. Le venne in mente il gatto randagio che viveva nel suo palazzo, nel mondo da cui veniva, di come inarcava la schiena fino a sembrare più alto. Lily immaginò di fare lo stesso, ingobbita si strinse nelle spalle, abbassando il collo e flettendo le ginocchia, fissando i cagnacci e tastando il suolo in cerca di un sasso, ne prese uno ma quello si sollevò e da granchio di terra qual era le pizzicò un dito tanto forte da farla sanguinare. Distratta dal dolore Lily abbassò lo sguardo e un bulldog verde e rosso le si avventò contro, lei d’istinto prese un altro sasso – uno vero stavolta – e lo centrò in piena faccia. I Cani Pazzi presero ad abbaiare frenetici e invasati, scattando e indietreggiando per morderla. L’asfalto si stava gonfiando in bolle nere che scoppiavano in sassi grandi e piccoli, Lily s’affrettava a raccoglierli e spararli contro l’orda crescente di cani che tra un latrato e l’altro la insultavano, sempre più sporchi e volgari.
“Lurida!” abbaiavano “stupida! Verme! Cagna!”
Lily rispose con un grido non meno canino e selvaggio, lanciando sassi a tutto spiano, indietreggiando là dove la strada si restringeva perché i manigoldi non la circondassero e potesse tenerli sempre di fronte a sé, s’infilò in un vicolo e al primo bivio corse via. I cani la inseguivano rampando gli uni sugli altri ma il labirinto di viuzze rallentava il branco, e passata tra una breccia e un anfratto, tra una reticella rugginosa e un’inferriata strettissima, Lily mise tra sé e le belve abbastanza spazio da fermarsi a rifiatare. Sentiva ancora i latrati e le bestemmie, gli insulti e le minacce, poi udì un ululato straziante, come se per l’ira si fossero avventati su uno dei compari fino a divorarlo.
Lily alzò lo sguardo, oltre i muri sgarrupati del vicolo i grattacieli svettavano altissimi, uno in rovina e altri due nuovi fiammanti, con vetrate che riflettevano il cielo. Qualcosa di grosso si mosse tra le nubi che nel tumulto s’aprirono e un drago ne uscì planando per andare ad appollaiarsi in cima al grattacielo, che al tocco delle sue zampe si fece d’oro scintillante.
I latrati riesplosero più forti di prima e Lily li sentì avvicinarsi. Il branco si era diviso in piccoli gruppi alla ricerca d’una via per il palazzo, così quando ritrovarono Lily non erano che tre cagnolini, neanche troppo minacciosi all’apparenza. Un lungo e goffo bassotto divideva lo schieramento, da un lato un cane pazzo dal becco d’aquila e dall’altro un bulldog obeso, dal pelo così brutto e ispido che sembrava un toporagno. Gli sputazzi che partivano tra un abbaio e l’altro erano acidi, ogni schizzo di bavetta fumava e puzzava da morire. Il bassotto si allungava come un verme, le zampe posteriori restavano immobili mentre quelle anteriori avanzavano allungando il corpo che si gonfiava, schiacciando i compagni a destra e a sinistra. Lily mollò al bassotto una scoppola sul muso e prima che s’ingrandisse troppo gli balzò sulla testa, correndo in equilibrio sulla schiena lunghissima e aggrappandosi ad una scala antincendio, rugginosa e scricchiolante. Lily fece appena in tempo a raggiungere il pianerottolo che la scaletta venne giù spaccandosi e tintinnando come mille campane. Richiamati dal suono i latrati tacquero un istante per poi riaccendersi, mentre il branco si riuniva sotto di lei.
Dimentichi del drago i Cani Pazzi rampavano inviperiti verso Lily, più arrabbiati d’averla ritrovata di quando l’avevano persa. Un cerbero dagli occhi fiammeggianti, eretto sulle due zampe e scintillante nel pelo nero, faceva ampi gesti aizzando il branco come un generale di brigata. I cani afferrarono per le chiappe il bassotto ingigantito mentre gli altri lo spingevano su, come un tronco d’albero. Affondando gli artigli e le zanne sulla schiena del bassotto i Cani Pazzi si ammucchiavano gli uni sugli altri, una collina ringhiante che montava come panna putrida e ballonzolante.
Lily cominciò a risalire per le rampe, inciampando sugli scalini che si spezzavano per la troppa ruggine. Tutta la scalinata antincendio vibrò, i puntelli lungo il muro si spezzavano o uscivano dal cemento sbriciolato e tutta sarebbe crollata, se non ci fosse stata la massa canina di sotto ormai salvamente avvinghiata, e che le impediva di cadere. Il bassotto era ormai divenuto un pilastro macilento di ossa e sangue mentre il resto del branco avvoltolato tra carne e ferro si ergeva come un tentacolo su per il fianco palazzo. Giunta sul tetto Lily corse a perdifiato tra i lucernari e le tegole che si sfaldavano sotto i piedi. Anche i Cani Pazzi erano arrivati in cima e Lily era ormai sull’orlo di un terrazzo a strapiombo sulla strada. Il grattacielo d’oro era lì, a due o tre passi oltre il vuoto. Sarebbe bastato saltare con il giusto slancio ma non c’era alcun appiglio, solo un’unica parete di vetri lisci.
Lily si tolse i capelli dalla fronte e dagli occhi lasciando cadere il suo berretto. Si chinò lentamente per raccoglierlo, senza staccare lo sguardo dai denti lucenti delle belve ammucchiate alle sue spalle. Tastò con la mano fino a sentire la stoffa del basco e sotto di questa la durezza di un sasso. Una volta tanto un po’ di fortuna. Afferrò la pietra avvolta nel cappello, la strinse nel pugno e voltandosi di scatto la lanciò contro la vetrata del palazzo d’oro aprendovi una breccia. Prese un respiro, gli occhi al cielo ingombro del drago che se ne stava ad osservare la scena incuriosito, e saltò. Il vortice d’aria sopra e sotto, il gelo del vento sulla fronte, poi il tonfo: le ginocchia e le mani batterono sulla dura consistenza del pavimento entro la finestra del palazzo. Ce l’aveva fatta! Si rialzò indolenzita, vide due cagnacci fallire il salto e cadere nel vuoto, ma il cerbero ergendosi sul branco prese ad afferrarli per la collottola e scagliarli uno dopo l’altro dall’altra parte. I Cani Pazzi volavano contro le vetrate, nessuno abbastanza vicino a quella brecciata da Lily, ma presto cominciarono a sfondare quelle più in basso e infiltrarsi nel palazzo.
Lily corse via, attraversò una, due, tre porte per altrettante stanze. Avrebbe voluto tornare giù in strada per seminarli, ma i cani si erano già ammassati sulle scale, costringendola a salire verso l’alto, là dove il drago se ne stava appollaiato. Presto sarebbe stata in trappola ma non aveva tempo per pensare. La scalinata sembrava non avere fine, si costrinse a fare due scalini alla volta ma i Cani Pazzi riuscivano a saltarne quattro o cinque per volta. Già le sfioravano i calcagni quando giunse alla porta sul tetto che si apriva sulle fauci spalancate del dragone.
Lily vide i denti anneriti, la lingua rosso nerastra e la profondità della gola dilatata e vibrante d’un ruggito così potente da stenderla a terra, dritta di schiena. La fiammata venne l’istante dopo, passandole sopra ad investire in pieno i Cani Pazzi. I guaiti seguirono al rombo della fiamma, per poi spegnersi lentamente in uno sbuffo di cenere.
Ogni goccia di sudore per fatica e paura era stata asciugata dal volto di Lily nell’istante dalla vampa, e se lo sentiva rosso e scottato. Indietreggiò come meglio poteva per allontanarsi dalla bocca del drago, lunga, rugosa, terrificante. Aveva un collo lungo, d’anguilla, e si scrollò la testa a destra e a sinistra come un cane bagnato, liberando una nuvoletta di fuliggine, soffiò poi col naso sul tappeto di cenere ch’era stato una volta un branco di Cani Pazzi, e ripulì il terrazzo. Il drago acciambellò il lungo collo, e ondeggiò il corpo irrequieto, per poi calmarsi ad una tirata di morso del cavaliere che gli sedeva in groppa.
Lily si rialzò, battendosi i vestiti per spolverarli dalla fuliggine e pensò in fretta qualcosa da, impresa non facile di fronte alle doppie file di denti sulla bocca del drago, appena dischiusa in un macabro sorriso. Balbettò un saluto, il cavaliere fece un gesto e il drago si mise ad annusarla.
“Cavaliere… non mi avrà salvata per farmi mangiare spero”
“No piccola umana” disse lui in tono pacato e gentile “puoi stare tranquilla a meno che tu non sia una ragazzina tutta pepe di Cayenna, il mio LivingStone ha gusti molto piccanti” così dicendo il cavaliere fece uscire dal mantello quel che sembrava un mazzo di chiavi rosse, rossissime. Era in realtà una treccia di peperoncini grandi come trote e il cavaliere ne lanciò uno al drago che lo prese al volo e lo masticò di gusto.
“Io sono Flint, ed è stato un piacere assistere a quello spettacolo. Come ti chiami? Non capita spesso vedere un inseguimento così entusiasmante. Sei stata brava a scampartela da quel branco di pazzi imbecilli. Forse però non ti è servito a molto”
Il drago e il suo padrone si sporsero a sbirciare di sotto, Lily fece lo stesso e si sentì gelare il sangue alla vista delle strade traboccanti da una folla di Cani Pazzi. Una massa di pellicce e zanne spalancate, ululanti, il cui puzzo riusciva ad appestare l’aria fino alla cima del palazzo.
“Ma… da dove sbucano?”
“Quello è l’esercito dei Cani Pazzi, il loro capo deve aver saputo che sei arrivata e questa è la sua accoglienza per te”
“Chi è il loro capo?”
“Questo è più di quanto posso dire”
“L’uomo che vende il tempo mi ha detto più o meno la stessa cosa”
“Oh, quello non è un uomo, si fa chiamare così per sembrare più affabile, in realtà Flog è un druido”
“Vi conoscete?”
“Abbastanza. Sono un druido anch’io, e lui è mio fratello”
Un chiasso e un eco di guaiti venne su dalla porta aperta del vano scale, i Cani Pazzi stavano già risalendo.
“Devo andarmene subito, ma scommetto che come tuo fratello vorrai duecento ghinee o forse più per portarmi via di qui col tuo drago”
“Oh no, io non sono come lui, non mi sta neanche molto simpatico e come ho appena detto la tua fuga dai Cani Pazzi è stata uno spettacolo, degno di esser pagato con un biglietto, perciò ti sono in debito d’un biglietto di volo per una destinazione a tua scelta”
“Devo trovare mio fratello”
“Sai dove si trova?”
“No, non di preciso”
“Allora scegli un’altra destinazione”
“Non mi interessa un’altra destinazione!”
“Allora dovrai trovartelo da solo” fece il druido pronto a schioccare le briglie del drago.
“No, no, aspetta! Puoi portarmi dal Guardiano della Spada di Vetro?”
Flint scoppiò a ridere. “Perché mai vorresti andarci?”
“Penso che possa aiutarmi”
“Si, ognuno è libero di pensare quello che vuole, questo non significa che nella pratica si debbano fare cose stupide”
“Cosa ci sarebbe di stupido?”
“Dimmelo tu, cosa ti sembra stupido nell’idea di costruire una spada fatta di vetro?”
“Nel mondo da dove vengo io” disse Lily con calma “molta gente troverebbe stupido pensare che i draghi esistono”
LivingStone fece un rumore come tossisse, raschiando ripetutamente la lingua sul palato. Sembrava stesse sghignazzando.
“Touché” disse Flint “ma dubito ti aiuterà a trovare chicchessia, se ne sta sulle sue e non credo voglia uscire dalla sua capanna o farsi rompere le scatole da una bambina”
“Non sono una bambina”
“Sì che lo sei. Non una qualunque te lo concedo, un’altra sarebbe stata sbranata da quei cagnacci pazzi”
LivingStone fece un altro verso, scuotendo il collo in un gesto d’impazienza.
“Lo so, lo so” disse il druido al suo drago, poi spiegò a Lily: “dalle parti del Guardiano ci sono fantastici alberi con peperoncini giganteschi, ci ci riforniremo di fuoco per una settimana eh LivingStone?” il drago fece uno sbuffo soddisfatto, poi chinò il ventre perché Lily potesse afferrare le cinture della sella. Flint tese la mano e aiutò Lily a salire e sedersi dietro di lui, giusto in tempo per lanciarsi in volo mentre un’altra legione di Cani Pazzi riempiva il tetto ululando al cielo la sua rabbia.
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