• Quinto Moro su FB

Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro

Capitolo 38

Lily camminò a lungo prima di raggiungere i piedi del massiccio di Uluru, più lontano di quanto non fosse apparso all’inizio. Avvicinandosi si sentì rimpicciolire, il rossore opaco della roccia sembrava nascere dalle gole nere che la striavano dalla cima alla base, come ferite di artigli giganti riportate in furiose battaglie. Una folata di vento ululò sommessa scivolandole addosso. Sentì un brivido dalla nuca ai talloni ed una scarica di gelo sul collo e sulla fronte. Aveva la Spada di Vetro nella mano destra, la Serpicorda avvolta nel braccio sinistro, un pugno di coraggio nel cuore e la voglia di riabbracciare suo fratello in ogni fibra del corpo. Cominciò a chiamare Andy, ogni grido un po’ più forte dell’altro come se la voce stessa fosse un’arma e il guanto di sfida a chi lo teneva prigioniero. Chiamò ancora una, due, trenta volte. Nessuno. Il vento aspirava i suoni strangolando le vibrazioni nel vuoto, poi li scaricava di colpo riempiendo il silenzio. Un bisbiglio di fiati strisciò da un anfratto nel rosso di Uluru. Lily fece guizzare gli occhi da una gola all’altra in cerca di una traccia, tese l’orecchio irrigidendosi al crescere e mutare del suono. Qualcosa di metallico si agitava, un tintinnio alternato a sbuffi e gemiti di pianto. Lily impugnò la spada a due mani. Lo scalpiccio annunciava che qualcuno o qualcosa le stava correndo incontro. Respirò forte. Chiuse gli occhi per riaprirli all’istante. Si disse di star calma, non poteva essere il Monchio. Erano piccoli passi affrettati e non c’erano orchi o giganti nei paraggi, ma il chiaro suono di catene sopraffatto dai vagiti infantili si evolveva in un ruggito atroce. Il cuore rullava il suo tamburo rimbombando in gola e nelle orecchie, un rivolo di sudore scricchiolò sulla tempia come carta vetrata, completando la sonata macabra.

“Lilyyyyyyy!” la voce disperata, chiara e forte come un colpo di pistola a bruciapelo. La minuta figura di Andy spuntò dall’anfratto, illuminata dal chiarore diffuso dell’aria. Lily abbassò la spada che quasi le cadde dalle mani, restò immobile e incapace di muoversi, senza forze, aspettando che quella corsa glielo riportasse tra le braccia. Uno schiocco di ferri spietati tese la catena al collo del bimbo che cadde all’indietro.

“Andy!” gridò Lily avanzando verso il carceriere nell’ombra. Una risata maligna salì dalla caverna al cielo e scoppiò in tutta la valle. Andy cercò di rialzarsi per raggiungerla ma fu strattonato con più violenza dal guinzaglio d’acciaio, rotolando indietro. Dal luccichio della catena gli occhi di Lily raggiunsero la sagoma che sorgeva dal buio. Fuori dalla caverna la risata si rivelò familiare: il folletto rosso avanzò strattonando ancora Andy, recuperando il catenaccio e avvolgendolo sulla spalla, allo stesso modo in cui Lily teneva la Serpicorda. E Lily non volle credere ai suoi occhi, ma il sangue le ribollì e in un istante si fece più rossa di lui.

“Madni!” ruggì incredula “tu… Tu! Folletto bastardo!”

“Ih ih ih ih ihaaaa!!! Lily!” rise Madni “Aaaahi hi hi hi! Ylil! Iuov out olletarf? Oletiniev a erednerp!”

Il vestito del folletto era d’un rosso più intenso che mai, scuro eppure accesissimo, così come il volto deformato dal ghigno malefico. Un’altra risata esplose in acuti isterici che si fermavano e poi ripartivano ad ogni incrocio di sguardo con la ragazzina furiosa, ma prima che Lily potesse lanciarsi all’attacco la terra prese a tremare.

Gli anfratti bui di Uluru si illuminarono d’un verde accecante mentre il suolo si spaccava come se qualcuno spingesse da sotto per emergere. Da lampo di smeraldo a verde acqua, poi il blu ribollì impazzendo in un rosso acceso che cromando rocce ed aria mimetizzò Madni. Lily conficcò la spada al suolo aggrappandovisi per restare in piedi. Nel frastuono smise di sentire Andy che chiamava e piangeva. Dal cuore di Uluru crebbe una bolla informe, l’aria turbinava verso ogni spaccatura e gola inghiottendo i suoni, poi il guscio del monolito esplose in un boato. Lo spostamento d’aria intorbidò le nuvole mentre un enorme, paffuto braccio spuntò tra le rocce in frantumi, levandosi in cielo e piegandosi a schiudere il pugno in una bluastra mano grassoccia che si piantò a terra di schianto. Sul profilo dell’avambraccio spuntò la spalla cui seguì il cranio del gigante. Un altro tuono e il secondo braccio schizzò fuori in una pioggia di detriti. I sassi stavano ancora ricadendo dal cielo quando il mostro fu emerso del tutto: si alzò sulle gambe grasse e storte, le cosce più lunghe e robuste degli stinchi, le ginocchia una bolla polposa e i piedi tozzi. Gli arti erano sproporzionati rispetto all’enormità del corpo, mentre la testa globulosa sembrava riempire tutto il cielo. Emise un ruggito acquatico, spaventoso grido di rabbia e dolore.

Lily, impietrita e pallida, capì d’essere al cospetto del Monchio. La lucidità si dissolse dal cervello come il respiro dal petto mentre lo shock infiacchiva il suo corpo esile e inutile. Solo gli occhi si muovevano ad esplorare i tratti abnormi della creatura, la fronte alta e rigonfia, e sopracciglia invisibili a fare da contralto a zigomi carnosi che incorniciavano occhi neri e grandi. La carne e la pelle intorno alle palpebre del mostro parvero riassettarsi, facendo degli occhi una voragine ch’era l’essenza stessa della notte. Ma quegli occhi erano vivissimi nell’orrenda minaccia che pulsava dietro cornea di vetro organico, agitandosi in una massa densa di petrolio e fumo.

“Lily!” la voce straziata di Andy spezzò il silenzio. Il Monchio zittì il bimbo lanciandogli un’occhiata truce ma l’urlo fu sufficiente a scuotere il sangue di Lily che tornò a pulsare fin nei timpani: il suo volto riprese colorito mentre sentiva il fuoco della paura alimentare il coraggio e strinse forte la spada alzandola all’indirizzo del gigante. Un ruggito rispose allo scintillio della lama di vetro. La voce del Monchio viaggiò dal vuoto dei suoi occhi alle orecchie di Lily. Parlava senz’aprir bocca, con la forza del pensiero.

“Non farti venire strane idee piccola umana, non crederai di potermi affrontare! Tu sei qui e sei viva solo per mio volere, sappilo!” Lily non fu capace di rispondere. Provò ad immaginare il mostro più piccolo e meno forte di quanto non apparisse. “Non puoi fare niente per sfuggire al destino che deciderò per te” proseguì il Monchio “non credere di intimidirmi con la tua arma o la tua rabbia.”

Lily abbassò la spada scegliendo bene le parole con cui sfidarlo. “Sono venuta per Andy” riuscì a dirlo mascherando l’esitazione, aveva superato lo shock iniziale e ne aveva passate troppe per farsi spaventare, benché quello fosse certamente l’essere più mostruoso di tutta la Terra dei Cani Pazzi.

“Non credere di poter dare ordini a me!” le gridò il Monchio nel cervello “farai quello che voglio altrimenti né tu né lui lascerete questa terra da vivi!”

“Farò tutto quello che posso per riportarlo a casa” disse Lily con tono rispettoso ma fermo “perciò se vuoi qualcosa da me dimmelo e cercherò di accontentarti.”

Come sarebbe stato fiero di lei il Guardiano della Spada di Vetro se l’avesse vista! E Mastro Elfo e chiunque l’avesse aiutata o le avesse voluto un po’ di bene. Aveva imparato a controllarsi dagli scatti d’ira più istintivi – o così le piaceva pensare – e se non altro aveva capito che non tutto si poteva prendere di petto.

Il Monchio sgranò gli occhi come la belva in attesa di una mossa falsa della preda. “Ho qualcosa da chiederti” disse “e se saprai rispondermi forse non avrò più motivo di vendicarmi su di voi. Ebbene: voglio che tu mi dica una sola cosa” ogni suono nella valle fu zittito. I milioni di sassi brillati in cielo erano ricaduti al suolo e i ritardatari fra loro s’erano fermati a mezz’aria, insieme coi turbini di terriccio e polvere ancora sospesi. Tutto tranne il cuore di Lily sembrava aver smesso di battere e vivere: l’attesa di tutto il creato al cospetto di ciò che il Monchio desiderava davvero. Persino il volto e tutto il corpo del gigante erano bloccati, col carnoso labbro piccolo e imbronciato più immobile di tutto il resto. Non aveva bisogno di usare la bocca per parlare, e quando anche il cuore di Lily sembrò fermarsi la voce del Monchio le riempì il corpo.

“Devi dirmi com’è: com’è nascere.”

“Che… che cosa?” balbettò Lily.

“Voglio che tu mi dica com’è nascere!” stavolta la voce sembrò un tuono ed era come se tutta la Terra dei Cani Pazzi l’avesse sentita, scuotendosi dal torpore dell’istante prima. I sassi a mezz’aria schizzarono via, i turbini di fumo ricacciati in cielo.

“Ma io… non me lo ricordo” mormorò appena.

Il paffuto volto d’infante del Monchio si contrasse in una smorfia atroce. Dischiuse la bocca e gli occhi si strinsero. La pelle delle guance e degli zigomi si tirò indietro deformandone l’espressione. “Tu menti!” il grido fu così forte che Lily si sentì esplodere il cervello.

“No, davvero!” implorò stordita “non si può ricordare quando si è così piccoli, non si può ricordare di quando si nasce!”

“Non è possibile!” tuonò lui più forte “come puoi aver dimenticato il giorno della tua venuta al mondo? Anche tuo fratello si è rifiutato di dirmelo, ma io lo scoprirò lo stesso. Devo andarmene da questo nulla e per farlo devo conoscere il segreto della nascita. Vi torturerò finché non sarò libero, attirerò qui altri disgraziati dal vostro mondo e a tutti dirò che la colpa delle loro sofferenze è vostra, così sarete dannati per sempre così come lo sono io!”

Un verso rauco e acuto si liberò dalle sue fauci spandendosi nell’aria del deserto. Sopraffatto dalla rabbia il Monchio sferrò un pugno che Lily schivò con una goffa capriola. Si rimise in piedi in fretta, osservando la mano del mostro piantata al suolo, troppo pesante perché sferrasse subito un nuovo attacco. La stazza lo rendeva temibile ma anche lento e per la prima volta Lily osservò con chiarezza il corpo del gigante: la pelle molliccia e paffuta era a tratti ricoperta da una scorza ruvida, un esoscheletro crostaceo che gli faceva da corazza. Lesse nella tensione dei muscoli che stava per rialzare il pugno così Lily strinse la spada con tutte le sue forze e si lanciò ad infilzargli la mano. La stoccata non sortì alcun effetto, anche dove sembrava molle la pelle del Monchio era dura come legno. Il gigante intrecciò le dita, strinse i pugni in un unico maglio e devastò terra e rocce. Benché i colpi andassero a vuoto Lily non riusciva a contrattaccare, troppo preoccupata di schivare e restare i piedi per quanto il suolo tremava ad ogni colpo del Monchio. Fratture si aprivano fra le rocce, schegge schizzavano come proiettili da tutte le parti. Lily usava la spada più come bastone per rialzarsi che per combattere. Le raffiche di pugni generavano onde d’urto che la ricacciavano sempre più indietro, sino a ritrovarsi fuori dalla portata degli attacchi.

Rialzatasi dall’ennesima capriola Lily vide il Guardiano appollaiato sul ramo di un albero secco. O almeno le sembrò di vederlo, perché aveva tutto l’aspetto di un fantasma o uno scherzo della vista, ma sentì la sua voce nella testa. Non puoi continuare a scappare, così condurrà lui la battaglia.

Non riesco ad usare la spada, pensò lei in risposta.

Come Davide per Golia. La tua Spada come la sua fionda. La tua volontà come il suo sasso. Senti la lama nel cuore prima che nella mano e il vetro si farà acciaio… attenta! Il Monchio era tornato alla carica, il corpo proteso in avanti e la mano aperta calava per schiacciarla, Lily reagì d’istinto con un fendente che recise le dita del gigante. L’urlo straziante accompagnò la caduta delle tre falangi in una scia di sangue nero pece. Vedere il gigante ferito la caricò all’istante d’una forza portentosa, mutando ogni paura in vigore. Lily si lanciò all’attacco: la lama pulsava d’un chiarore azzurro al ritmo del suo respiro, nella corsa sentiva tutto il sangue agitarsi dal cuore alla punta delle dita e della lama. La brezza su ogni centimetro di pelle, sulle labbra dischiuse, sui capelli ribellati al vento. La Serpicorda si stendeva dal suo braccio per bilanciare gli affondi della spada, schioccando per scacciare gli impicci sull’arena di battaglia, si arricciava a molla per tenerla in equilibrio ad ogni schivata. La spada era priva di peso e nella trasparenza del vetro tornò invisibile. Un’altra stoccata sibilò veloce su una caviglia del Monchio e poi sull’altra. Un ultimo fendente e il gigante perse l’equilibrio rovesciandosi all’indietro, nel fragore della pietra sgretolata sotto il suo corpo. Ma il Monchio già si risollevava scagliandole contro un macigno. Lily protese il braccio scatenando il potere della Serpicorda che schioccò deviando il colpo, alla velocità del suo pensiero la fune legò il polso del mostro e con un paio di brusche tirate riuscì a dominarlo. La Serpicorda si irrigidiva tenendo il Monchio a distanza ma la sua furia cresceva ed afferrato un altro macigno lo scorticò in una pioggia di pietre che investirono Lily in pieno. Costretta a desistere nel controllo della fune e rotolando per evitare d’essere calpestata Lily si ritrovò spalle al muro: le rupi rosso sangue, ultime spoglie del monolito di Uluru le chiudevano ogni via di fuga. Il Monchio l’afferrò, sollevandola in aria, e stretta nel suo pugno Lily non poté più muoversi.

“Dimmi quello che voglio sapere!”

“Non…” era troppo stritolata per completare la risposta ma era comunque chiara.

“Io non saprò mai com’è nascere, ma tu saprai adesso com’è morire!”

Il Monchio spalancò le fauci ma mentre decideva se stritolarla o divorarla intera un murmure crescente salì dalla palude degli alberi morti, ove un esercito di grigi energumeni galoppava di gran carriera alla volta dell’arena di battaglia.

“Resisti piccola umana!” ruggì Gollterim, l’orco della Bathisdea in groppa al più robusto dei troll, sguinzagliando tutti gli altri all’assalto del Monchio. Tempestandogli di morsi e graffi le gambe tozze e arrampicandosi ad affondare i denti dove c’era più carne, i troll costrinsero il Monchio a mollare la presa su Lily e Gollterim l’afferrò al volo portandola lontana dalla mischia.

“Coraggio!” gridò l’orco adagiandola sulla nuda terra. Non c’era tempo. Il Monchio stritolava un troll dopo l’altro. Lily stava sulle ginocchia soffocando tra i colpi di tosse ma l’orco era sicuro se la sarebbe cavata, doveva solo darle un istante per riprendere le forze. Il ricordo del loro primo incontro gli dipinse sulle labbra un sorriso, il primo dopo anni trascorsi al silenzio e al buio della stiva, il buio della vergogna e dei rimpianti che aveva l’occasione di riscattare. Il ricordo dei fratelli orchi trucidati dal Monchio trasformò quel sorriso in un ringhio. “Groooooob!” ruggì Gollterim montando in sella al solo troll rimasto, volse a Lily un’ultima occhiata e col suo ultimo respirò ruggì: “per gli orchi!”

In un boato d’ira trionfante il Monchio dilaniò Gollterim gettandone lontano i resti. A quella vista Lily sentì un grido di dolore morirle in gola, scendere vibrante allo stomaco e scaricare nuova forza su ventre e gambe. Col poco fiato che le restava Lily schioccò la Serpicorda, imbrigliò le caviglie del Monchio e con uno strattone lo fece cadere di schiena, con una forza tale che tutta la vallata parve esplodere. La terra tremò con un boato assordante, polvere e sassi si levarono altissimi oscurando il cielo. Riverso sul dorso il mostro cercava di rialzarsi come una tartaruga, gorgogliando e tremando, ma tra gli sbuffi e gli ansiti i movimenti rallentarono sempre più. Poi il respiro l’abbandonò, un ultimo sbuffo e si fece immobile.

Nell’improvviso silenzio la voce di Andy tornò chiara e facile da seguire fino alla roccia a forma di conchiglia dov’era rannicchiato. Lily lo raggiunse, con la spada spezzò la catena che gli faceva da guinzaglio e la seguì sino al folletto rosso: Madni se ne stava appollaiato su un tronco morto, sdraiato su un fianco. Aveva l’aria divertita di chi si è goduto lo spettacolo e sembrava non temere Lily che lo minacciava con la Spada di Vetro.

“Hai incatenato Andy, non ti perdonerò mai!”

“Preferivi che corresse libero di farsi calpestare dal Monchio? Dovresti ringraziarmi per averlo tenuto al sicuro”

“Dovrei ucciderti invece!”

“Ma io posso darti la possibilità di salvare tua madre” disse Madni.

“Bugiardo” fece lei avvicinandogli la lama alla gola.

“Oh, e quando ti avrei mentito? Ti ho sempre detto la verità. Ti ho messa in guardia dai pericoli di queste terre, compreso quello di chi vuole fingere di aiutarti per farti avere una sorte peggiore”

“Come te!”

“No, non come me. Come il tuo amico Guardiano, che ti ha mandata qui a morire illudendoti di poter sconfiggere il Monchio”

“Ed è quello che ho fatto se non te ne sei accorto”

La risata di Madni risuonò altissima rimbombando per tutta la valle. “La tua scioccheria è scioccante. Credi davvero che il Monchio si possa uccidere? Chi non è mai nato non può morire. Ci sono solo due modi per liberarti di lui e liberare l’anima di tua madre: il primo è prendere la nave per la Terra dei Morti, se ti imbarcherai con tuo fratello il Monchio vedrà spezzarsi il legame con voi e perderà i suoi poteri”

“Cioè dobbiamo morire?”

“Starete insieme per sempre, non è questo che vuoi? Forse anche lo spirito del Monchio, liberato dall’ira si unirebbe a voi, dopotutto è vostro fratello. Ora lo vedi come un mostro ma è solo una creatura indifesa”

Quello sarebbe indifeso?” Lily indicò con la spada il Monchio accasciato “non me ne sono accorta mentre cercava di uccidermi, non me ne sono accorta mentre uccideva Gollterim!”

“E’ stato quella specie di orco ad aggredirlo per primo”

“Lui mi stava difendendo!”

“Ma il Monchio non ti avrebbe uccisa, è solo arrabbiato per essere imprigionato in questo limbo. Col vostro sacrificio raggiungerebbe la pace: quando avrà perso i poteri non ci sarà più niente a trattenere lo spirito di tua madre negli oceani di Morphea, perciò vi raggiungerà e potrete riabbracciarvi: una famigliola felice nelle Terre dei Morti. Niente più paura, niente più preoccupazioni. O sei tanto egoista da condannare tua madre all’oblio eterno su Morphea? Allo strazio della ripetizione eterna della morte, senza pace, perdendo brandelli di spirito pezzo dopo pezzo e poi vagare dimenticata fino a consumarsi dopo secoli di supplizio? Odi tanto tua madre per averti abbandonata? Lei ti ha fatto nascere e ti ha cresciuta, e tu sei pronta a lasciarla intrappolata laggiù. Se anche riuscissi a tornare nel tuo mondo la rimpiangeresti per sempre e il rimorso ti roderà giorno dopo giorno, perché lei rimarrà su quegli oceani in guerra, aspettando invano di riabbracciarti. E nei sogni verrà a trovarti chiedendoti perché l’hai abbandonata, tormenterà le notti tue e di Andy, finirai per odiare il suo spettro che ti perseguita, e il tuo bel fratellino perché è colpa sua se è morta: non fosse per lui sarebbe ancora viva. Guardalo, sembra innocente, ma prima ha affogato il Monchio nel grembo e poi ha ucciso tua madre!”

Sfinita dal combattimento e scossa da quelle parole Lily abbassò la spada. Con le sue mezze verità Madni non l’aveva mai tradita del tutto, e sebbene la battaglia fosse stata lunga ed estenuante sembrava essersi conclusa troppo facilmente.

“Va bene” si arrese Lily. Il cuore le batteva a mille. Fece guizzare lo sguardo sperando di scorgere da qualche parte la figura del Guardiano, o magari Flint in groppa al suo drago. Sentiva di nuovo il bisogno di fidarsi di qualcuno, di avere una speranza, ma c’era solo Madni a dargliela. Ancora lui. Ancora una volta. “Potrei anche morire per mio fratello, ma non lo porterei mai nella Terra dei Morti. Deve crescere, andare in giro per il mondo… hai detto che c’erano due modi per sconfiggere il Monchio”

“L’altro modo è il più semplice” disse Madni, e con una magia nel volteggio delle mani comparvero i veli candidi e trasparenti del vestito di sua madre, quello che Lily aveva indossato una volta da piccola e che aveva promesso di non indossare mai più: “basta dargli quello che vuole”

“E sarebbe?”

“Il Monchio vuole solo nascere. Indossa il vestito di tua madre e diventerai finalmente una donna. Crescerai, crescerai tanto e lui si rimpicciolirà fino a diventare ciò che era destinato a diventare: un bambino”

“Quel mostro non deve venire al mondo!”

“Ma se lo farai rinascere potrai decidere tu come farlo diventare, dipenderà anche da te”

“Mai! Quella cosa… quella bestia… io lo so perché è malvagio, perché è figlio di mio padre”

“Anche Andy se è per questo, e anche tu”

“Questo lo so, ma Andy è buono e somiglia a nostra madre, mentre quella cosa è maledetta e schifosa come…”

“Come cosa?” grugnì minaccioso il folletto, il volto acceso come magma, emanava perfino calore e i suoi occhi erano iniettati di sangue. Allungò innaturalmente le mani, le dita oblunghe e stiracchiate fin quasi a stringerle il collo ma Lily reagì subito sferrandogli un colpo di spada e vide solo vetri di specchio andare in mille pezzi. Del folletto neanche una traccia. Sparito.

Lily indietreggiò di qualche passo, guardinga. Doveva accertarsi che il Monchio fosse morto. Portò Andy al riparo d’un albero e lo bacio sulla fronte dicendogli di gridare se Madni fosse tornato. Lily tornò dal Monchio, cercò tracce di un respiro che non c’era. Sul volto paffuto e gonfio di neonato – o mainato nel suo caso – le palpebre chiuse gli davano un’aria quasi innocente. Ma sapeva bene che l’orrore e il male potevano nascondersi dietro maschere di rassicurante dolcezza come doveva saperlo sua madre, che si era sacrificata affinché tutta la malvagità in lui contenuta non venisse al mondo, che non nascesse più qualcuno come suo padre. Lily strinse la spada pronta a colpire quando gli occhi del Monchio si spalancarono e l’onda d’urto di un ruggito la scaraventò a terra. Atterrò malamente sulla schiena ritrovandosi disarmata. Un rivolo di sangue le tinse il labbro e il Monchio era già in piedi, pronto a calpestarla. La Serpicorda si spiegò in tentacoli che aiutarono Lily ad alzarsi e tra le giravolte ne perse il controllo. Recuperò la spada e si lanciò all’attacco infilzandogli una caviglia, ma con un calcio il mostro la scagliò via. La lama era rimasta conficcata nel polpaccio e il Monchio se la strappò con rabbia mandandola in frantumi, poi affondò la mano sottoterra e rimestando cacciò fuori una mazza irta di spuntoni, attaccata ad una robusta catena d’acciaio. Il gigante rase al suolo Uluru per sopprimere ogni nascondiglio, roteando il flagello fece delle nubi un vortice e scorta la preda sferrò il suo colpo migliore. Il sibilo della catena si trasformò nel boato d’un tuono mentre la mazza scendeva avvolta in scariche elettriche.

I piedi di Lily erano affondati nel fango sino alle caviglie, i passi pesanti, troppo per sfuggire al colpo. Se solo fosse stata più veloce, se avesse avuto un secondo in più… ma il colpo di grazia era calato su di lei e… s’era fermato a mezz’aria! Oltre l’ombra della mazza Flog, il venditore di tempo, ammirava la scena.

“Serve un po’ di tempo signorina?”

Lily fece per uscire dalla traiettoria del colpo ma i suoi piedi erano immobilizzati. La mazza ferrata l’avvolgeva in un cono d’ombra, gli spuntoni a un centimetro dalla sua testa.

“Con calma” disse Flog “abbiamo tutto il tempo che vogliamo, o almeno io. Per quanto riguarda te invece, non sei proprio immobilizzata, solo i piedi, quanto basta a non farti uscire dal momento cruciale. Puoi muovere le manine fino a dove ho sentito tintinnare qualcosa”

Lily si tastò la cintura, aveva quasi dimenticato il sacchetto di monete donatole dall’angelo morente.

“Peccato che non ti sia venuto in mente di evocarmi prima, quando hai infilzato la caviglia del Monchio ad esempio, potevi impedire che la Spada di Vetro andasse in frantumi, sarebbe stato il momento perfetto”

Lily slacciò il sacchetto e lo porse al venditore.

“Fammi tornare indietro per riprenderla prima che venga distrutta!”

“Eh no, mi dispiace ma la Spada di Vetro è – anzi era – tanto potente proprio perché immune a certi poteri, incluso il mio. E poi il passato è passato e non si può modificare, la Spada è distrutta e senza di lei non puoi più uccidere il Monchio. La battaglia è persa”

“Qualcosa potrò pur fare!”

“Hai visto bene dove ti trovi? Sei ad un istante dall’essere schiacciata. Avrai sentito dire che in punto di morte tutta la vita ti passa davanti, e a chi credi sia dovuta questa diceria? Solo chi vende il tempo può offrire questo servizio. Ora tocca a te ripensare ai momenti più belli prima che cali il sipario: il Monchio sta per spedirti nelle Terre dei Morti, siamo al momento dei saluti, l’ora in cui mi chiedi di rivivere il passato, e scommetto che vorrai rivedere tua madre”

La madre. Lily si guardò intorno in cerca di Andy e lo vide immobile rannicchiato sul ramo d’albero su cui l’aveva lasciato, impaurito e pallido.

“Non mi dirai che vuoi rivivere il passato con tuo fratello? E guarda che non puoi fare incontrare lui con tua madre perché un passato insieme non ce l’hanno: Andy non può entrare nei tuoi ricordi. A meno che tu non voglia ritornare a quando tua madre era incinta, quello in effetti è l’unico momento in cui eravate tutti insieme.”

Lily chiuse gli occhi, scavando tra i ricordi che aveva imparato a rivivere dopo ogni schiaffo e bicchiere lanciato contro il muro – la mamma appena sveglia a piedi nudi sul pavimento pulito come non sarebbe stato mai più. Dopo ogni piatto di zuppa gettato a terra perché troppo insipida – il caffellatte al mattino, la mela intagliata con le bucce a petalo. Dopo i pomeriggi a raccogliere i cocci e fasciarsi le dita tagliate – i capelli arruffati in quella grande ciocca legata in cima alla testa e le dita di Lily ancora piccole che cercavano di districarli. Dopo ogni insulto, e quelle carezze dopo gli schiaffi che facevano ancora più male – il bacio all’andata e al ritorno da scuola. Dopo che quei macellai amici di suo padre avevano lasciato morire la mamma, tra le grida del parto e gli asciugamani zuppi di sangue – l’ultima carezza prima delle labbra fredde, quel bel rosa pallido diventato blu.

“Se esiti per restare viva più a lungo sappi che non funziona. Di tempo ne ho tanto, ma non faccio regali. Scegli il tuo bel viaggio nel passato altrimenti faccio ripartire il tempo e prenderò le ghinee dopo che il Monchio ti avrà schiacciata. Vorrei evitarlo perché sono un venditore onesto io, e anche perché sarebbe difficile recuperarle impastate alla poltiglia di fango e dei tuoi resti. Allora, cosa vuoi rivivere?”

Lily non rispose.

“Bene allora, addio piccola umana” Flog fece per andarsene quando una moneta lo colpì in testa.

“Quattrocento per il passato, duecento per il futuro: avevi detto così la prima volta” Lily tese il sacchetto di monete “metà per il mio futuro e metà per quello di mio fratello”

“Ma quale futuro? Quello in cui finirai per odiare te stessa e un giorno, lo vedrai, persino tuo fratello? Al nostro primo incontro dicesti di voler comprare il passato”

“Volevi che scegliessi di rassegnarmi a morire” ringhiò Lily.

“So più io dei miei clienti cos’è meglio per loro, e non per presunzione. Governando il tempo posso conoscere le storie di tutti, anche la tua, e da quando è nato tuo fratello c’è stata solo miseria nella tua vita. Con quelle quattrocento ghinee puoi comprare un momento felice e riviverlo in eterno. Il tempo andrà avanti per tutti e certo morirai, ma ti garantisco che non te ne accorgerai nemmeno, e non avrai altra memoria che quell’istante felice. Non troverai niente di più simile al paradiso.”

Il paradiso. Lily ripensò all’angelo morente, a quella pioggia di angeli caduti nelle paludi. E ripensò a un momento speciale con sua madre. Ce n’erano tanti, ma non quanti avrebbe voluto. Scegliendone uno avrebbe rinunciato a tutti gli altri. Avrebbe scelto quello giusto? Quanto a lungo bisognava rifletterci per non sbagliare… Capì l’ossessione del Monchio per la nascita, poteva esserci un momento più bello di quando la mamma l’aveva abbracciata la prima volta, dopo essere venuta al mondo? E l’avrebbe scelto, se non poteva parlarle, andare a sedersi in braccio a lei? Un solo momento felice ripetuto all’infinito. Uno solo fra tanti momenti non così speciali ed altri decisamente orribili. Lily annuì a se stessa, sentì di aver appena capito qualcosa. Guardò la mazza ferrata sopra la sua testa, prese un respiro e disse: “ho i miei ricordi e me li farò bastare. Col futuro me la vedo io”

Flog spalancò gli occhi. “La Terra dei Cani Pazzi ha fatto impazzire anche te, dunque vuoi rinunciare al paradiso?”

“Magari è noioso” disse Lily.

“Il cliente ha sempre ragione, ma sappi che non stai comprando la vittoria sul Monchio, questo dev’esserti chiaro”

Lily annuì. “Ma adesso cosa accadrà?”

“Il futuro che compri consiste in questo: il tempo resterà bloccato finché ti sarai sottratta all’attacco del Monchio, poi riprenderà a scorrere lentamente fino alla normalità”

“Tutto qui?”

“Capisci perché nessuno compra il futuro? È un acquisto costoso per quanto offre, e molto incerto, ma allo stato attuale il tuo futuro è venire spiaccicata: stai comprando l’opportunità di non esserlo. Il resto poi dipenderà da te, dovessi inciampare o trovarti di nuovo a tiro di un colpo simile: Terra dei Morti, sola andata”

“Questo per il futuro delle mie duecento ghinee. E il tempo di Andy?”

“Stessa cosa: dovesse trovarsi in pericolo il tempo rallenterà per dargli l’opportunità di mettersi in salvo. Allora, sei ancora sicura di voler comprare il futuro?”

Lily lanciò il sacchetto di monete ai piedi del druido. “Grazie del tuo tempo Messer Flog.”

Il druido soppesò il sacchetto prima di nasconderlo sotto il mantello, volse le spalle, fece un cenno con la mano e svanì. Lily sentì i piedi finalmente liberi, ma esitò prima di uscire dall’ombra della mazza ferrata. Salvarsi, certo, ma doveva anche prepararsi al contrattacco: studiare com’era cambiato il campo di battaglia, le nuove asperità del terreno, sassi e fossi, e riconquistare le armi. La Serpicorda stava su una roccia non lontana. Anche se la Spada di Vetro era distrutta ogni frammento doveva conservarne la forza perciò poteva ancora servire. Lily fece un profondo respiro, chiuse gli occhi e ne fece un altro. Niente più errori. Corse come non aveva mai corso. Scavalcò due macigni, afferrò la Serpicorda e si gettò nella fossa in cui dovevano trovarsi i frammenti di vetro. Lily scavò nel fango sinché una fitta lancinante le insanguinò la mano. Aveva trovato un frammento, davvero troppo piccolo da usare come arma, ma bagnato del suo sangue il pezzo non era più trasparente, mandava anzi un riflesso strano, con pezzi di cielo, d’orizzonte, di se stessa e del Monchio ancora immobile. Vide se stessa di spalle, si voltò e trovò un altro frammento.

Lo schianto del flagello rivelò che il tempo era tornato a scorrere. Resosi conto d’aver fallito il colpo il Monchio sfogò la sua rabbia scatenando un terremoto con mazzate e pugni. Lily strisciò sui gomiti, avanzando per nascondersi al Monchio che colpiva alla cieca. Scorse il manico della Spada di Vetro ancora integro, la lama spezzata era ben affilata e appuntita nel punto di rottura, la usò dunque per scavare in cerca di altri frammenti e li legò alla Serpicorda, così da poter graffiare il mostro con una frustata ed aggrapparsi più salda alla sua carne. Attorcigliò l’altro capo della fune al braccio e impugnando la spada spezzata e uscì allo scoperto. Fece schioccare la frusta al ritmo dei respiri e battitti incalzanti del suo cuore ingrossato di coraggio, sfregiando le braccia e il torso del Monchio che sanguinò flutti di pece.

“Sono contenta che tu non sia mai nato perché saresti diventato un farabutto!”

“E tu non saresti arrivata fin qui se non fossi stata cattiva e violenta, degna figlia di tuo padre”

“E’ stato lui a mettermi dentro quella cattiveria!”

“L’hai fatta ben fruttare visto che hai usato e maltrattato tutti quelli che ti hanno aiutata!”

“Si” ammise, e l’orgoglio montò rapido in ogni sillaba “forse sono cattiva, e userò la rabbia per riprendermi Andy e abbandonare questo posto di Cani Pazzi”

“Piccola stupida, io sono più grosso e più forte!”

Il Monchio fece turbinare la mazza in un grido di furore ma con un fendente di spada spezzata Lily la fece esplodere in mille pezzi. Non ebbe il tempo di gioirne che il mostro s’avventava ancora, non più su di lei ma verso Andy, ed aveva zampe troppo robuste per superarlo nella corsa. Lily protese il braccio lasciando che la Serpicorda si spiegasse in tutta la sua lunghezza, i frammenti di lama arpionarono la spalla del gigante e la corda si tese con un contraccolpo tremendo che la catapultò in avanti. Lo strattone le fece scavalcare il Monchio che già spalancava la bocca su Andy: il bimbo si coprì il volto mentre il tempo rallentava, facendo atterrare Lily dolcemente lì accanto, proprio sotto gli occhi lucidi e neri del Monchio. Non appena toccò terra Lily sentì i piedi immobilizzati, i polpacci induriti, le ginocchia gelate. Stava perdendo ogni sensibilità e con sforzo sovrumano torse il corpo a protendere il braccio. L’ultima cosa che riuscì a muovere furono le dita a liberare il lancio della spada. Equilibrata sull’elsa e il manico la lama spezzata roteò via, sempre più lenta. Il tempo si fece immobile e l’oscurità nella pupilla del Monchio inghiottì quel che restava della Spada di Vetro.

Andy si strinse alla sorella ormai immobile, si arrampicò su di lei per un abbraccio che non poteva essere ricambiato. Lily non poté sentirne il calore del corpo o il tocco delle piccole mani sulle sue guance, poteva solo muovere gli occhi e dirgli addio in silenzio. Avrebbe voluto che non ci fosse tutto quel buio, poter vedere il volto di Andy per l’ultima volta senza ombre. E le ombre sparirono. Nell’occhio del Monchio un riflesso azzurro sferzò l’aria, l’ultimo frammento della Spada di Vetro pulsò e si spense. Dalle orbite si liberò un grido che scosse il corpo del gigante, ricacciandolo indietro mentre il tempo tornava a scorrere. Da nere le pupille del gigante si fecero bianche mentre si accendeva d’un rosso rovente. Un riflusso di vento dallo sguardo cieco accompagnò il tuono sordo di un’implosione mentre la creatura si accasciava al suolo. Scie di fumo si sprigionavano dalle pieghe del viso infranto, ammorbidendosi in blob di carne che degenerava in esili fiamme.

Gli occhi di Lily annegavano in un rigagnolo di lacrime che, appese ad ogni ciglio e tremanti di gioia, non volevano saperne di scendere. L’aria si fece più calda e respirabile, addensata come nebbia e flebile pioggia, scollinando sul profilo informe del Monchio abbattuto. Soffi di vento soffiarono ad asciugare i sudori freddi di fratello e sorella. Scatti di luce. Pozzanghere di tempera piovuta dalle nubi sparse. La penombra pallida di Uluru si schiarì ancora nella luce debole e claustrofobica come lampadina sul soffitto di una stanza.

 

Lily sedeva per terra con Andy sulle ginocchia. La Serpicorda allentò la presa sui frammenti superstiti della lama di vetro. Lily si rigirò il pezzo più grosso tra le mani: era la punta della spada ma aveva perso la sua trasparenza, rifletteva come uno specchio e Lily ci vide i propri occhi neri e vuoti, l’orrore di un abisso gemello allo sguardo del Monchio! Lo gettò via e tornò ad abbracciare Andy per proteggerlo dal vento che cresceva in tempesta, sempre più gelido: vapori e sbuffi di ghiaccio le bagnavano le guance e la fronte. Quel tormento le parve improvvisamente familiare. Somigliava molto a qualcosa che si era portata dentro per tutto il viaggio e non aveva avuto il tempo di ascoltare. Concentrata sulla strada e distratta dalle follie di quei luoghi l’aveva tenuto a bada: uno strazio segreto, un affanno, uno spasmo sanguigno in ogni vena e nervo. Tutt’intorno era la fine del mondo, la Terra dei Cani Pazzi moriva scossa in un terremoto lento e silenzioso. Più una metamorfosi che un crollo. Poi uno scricchiolio e un respiro rumoroso, Lily si voltò e nel suo completino rosso apparve Madni.

“Piccoli vermi maledetti” grugnì il folletto, negli occhi un disprezzo e una ferocia familiari “io sono stufo di vedervi, siete solo due inutili… cose!”

Madni colpì Andy con uno schiaffo tanto violento da strapparlo all’abbraccio della sorella, subito pronto ad infliggerle la stessa punizione. Lily indietreggiò scorgendo il luccichio della lama di vetro, schivò il colpo gettandosi in ginocchio ad afferrare il frammento, lo strinse con tutte le sue forze e trafisse il folletto.

Madni barcollò, due passi indietro e uno a sinistra, poi giù in ginocchio e disteso di lungo, faccia a terra sui frammenti scintillanti. Il volto si deformò insieme al mondo tutt’intorno, mentre il rosso della ferita si mescolava a quello del suo vestito. Il corpo del folletto si contrasse in piccoli scatti convulsi, come gli ultimi di un pesce fuor d’acqua. Andy piangeva con le mani piene di tagli, lo schiaffo l’aveva gettato sui frammenti della spada. Anche le mani di Lily sanguinavano copiose dopo il colpo mortale e s’inginocchiò accanto al folletto, guardando inorridita quella faccia rossa che si scioglieva mostrando i lineamenti di un uomo. Era suo padre.

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now