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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 8
A Lily non piaceva la scuola eppure voleva andarci a tutti i costi, perché non sopportava il fatto che suo padre volesse impedirglielo. Lui trovava sempre qualche scusa per non farla andare, che era inutile, e che la vita non si impara sui libri ma sulla strada, anche se lui la strada la vedeva poco perché non usciva mai di casa.
I suoi compagni si lamentavano sempre dei genitori che li costringevano a studiare, o andare a trovare parenti noiosi mentre loro avrebbero preferito stare a casa a giocare. A Lily sarebbe piaciuto il contrario, e non le andavano a genio i maestri, presuntuosi e supponenti, tutti chiacchiere e distintivo, sempre pronti a far pesare quel potere venuto da chissà chi. Con lei poi c’era tutta una quantità di parole che si divertivano ad usare senza nemmeno degnarsi di spiegarle, doveva cercarsele da sola sul dizionario.
“Sei piena di lacune” le diceva la maestra, e quando Lily chiedeva cosa fossero queste lacune – che pensava essere una malattia della pelle tipo le lentiggini – quella rispondeva che “se lo sapessi non ne avresti”. Ed aveva scoperto d’essere “carente” in tantissime cose, ed “immatura” neanche fosse un vegetale. “Svogliata e disattenta” pur chiare come parole erano incomprensibili come accuse. “Assenteista” poi, sembrava una colpa tutta sua, ma nessuno avrebbe creduto che fosse il suo papà a farla mancare da scuola.
Quando andava a cercare quel marasma di paroloni sul dizionario Lily capiva che neanche i maestri ne conoscevano bene il senso, o si divertivano a fare accuse a casaccio. Lei ci metteva tutto l’impegno del mondo, ma ci avessero provato loro a stare svegli con quelle litanie di nomenclature, insiemi, segni, schemi, sunti e riassunti.
Il peggior voto di tutta la sua vita – se quel segno sul foglio era poi un voto – Lily l’aveva avuto quando, meraviglia delle meraviglie, il compito per casa era un testo libero. Quasi con paura chiese il significato di quel libero: “significa che potete scrivere quello che volete” sbuffò la maestra alzando gli occhi al cielo.
Finalmente qualcosa a cui non avrebbero potuto dare un voto! Lily staccò un foglio dal centro del quaderno, lo lisciò sulla mano tutta contenta e cominciò a scrivere le cose che non capiva o non le piacevano della scuola. Lo intitolò “i comandamenti del cappellano matto”, ma la maestra aveva protestato perché secondo lei bisognava solo scrivere testo libero per titolo. Già da lì non era più tanto libero. Poi si era lamentata perché aveva scritto cappellano matto senza le lettere maiuscole, ma era stata proprio lei a dire che le maiuscole si mettono solo ai nomi delle persone, e cappellano era un mestiere e matto un aggettivo. E aveva corretto cappellano con Cappellaio, ma Lily le spiegò che il Cappellaio era di Alice nel Paese delle Meraviglie, e che lei voleva proprio dire cappellano. Lily spiegò che, visto che il preside aveva voluto che quelle leggi venissero scritte in ogni classe, e che lui le aveva chiamate comandamenti, era una cosa un po’ da prete. E spelacchiato com’era, il preside le sembrava un frate, perciò cappellano le suonava bene.
Sopra il portone di scuola c’è scritto “la scuola è una conquista” e nel suo compito Lily aveva scritto: io spero che presto arrivino conquistatori migliori di quelli che ci sono adesso e che ci hanno messo delle leggi da pazzi. La maestra aveva sottolineato in rosso tutta la frase, che non voleva dire niente. Le disse che la scuola era una conquista per la società e per gli alunni, ma ogni spiegazione di Lily su chi fossero secondo lei i conquistatori rimbalzò lontana dalle orecchie della maestra mentre la penna rossa continuava a sfregiare il compito.
La cosa più brutta è che queste leggi le fanno scrivere proprio a noi, agli alunni che le odiano ma devono rispettarle. È proprio una presa in giro, come una schiavitù cervellare.
“La parola cervellare non esiste” obiettò la maestra.
“Schiavituuuuù… mentale allora?” provò Lily.
“Ma quale schiavitù mentale” e ancora linee rosse dappertutto.
Sarebbe come se i grandi che non hanno voglia di prenderci a schiaffi ci costringessero a darceli da soli. È uguale far scrivere le leggi a chi non le vuole ma le deve rispettare. Il preside ci ha detto che quelli sono i nostri dieci comandamenti.
“Non sai neanche contare? Lo vedi il cartellone? Sono meno di dieci”
“Ma è stato lui a dire così”
“Era una metafora”
“Che cos’è una metanfora?”
“Metafora! Non sai neanche come si dice”
“Ma non ce l’avete mai spiegato!”
“Non polemizzare con me signorina”
“Cosa vuol dire polemizzare?”
“Non è il momento delle spiegazioni! Guarda, hai scritto preside con la lettera minuscola”
“Ma è un mestiere e non un nome”
“Non fare la saputella. Preside si scrive maiuscolo, e anche Maestra”
“E alunna invece?”
“Certo che no”
Il primo comandamento dice che bisogna arrivare in orario ma non lo dice che chi arriva tardi deve stare in piedi tutta l’ora, e poi se è un comandamento dovrebbe valere per tutti invece le maestre possono arrivare anche mezz’ora in ritardo e mettono la nota a tutta la classe se quando arrivano stiamo parlando a voce alta perché ci annoiamo. Anche quando la colpa è la loro la punizione ritorna sempre a noi, ma a loro non le punisce mai nessuno.
Stavolta la maestra le lanciò un’occhiata così cattiva che Lily non trovò il coraggio di chiedere perché stesse sbarrando tutte quelle righe.
Il secondo comandamento dice che bisogna alzarsi in piedi quando una maestra entra in classe, anche se a noi non ci saluta.
Il terzo dice che non bisogna mai alzarsi in piedi durante la lezione, ma anche se non dice che è vietato dondolare i piedi sotto la sedia loro non vogliono lo stesso. Bisogna pure chiedere il permesso per alzarsi a temperare le matite. E per bere l’acqua, che non si può neanche bere dentro la classe perché è maleducazione, ma lo decidono loro se hai sete davvero o è una scusa per sgranchirsi le gambe.
“Riepti sempre loro, ma loro chi?”
“Le maestre”
“Anche Loro va maiuscolo allora!”
Persino per andare in bagno bisogna chiedere il permesso, bisogna alzare la mano come dice il quarto comandamento e aspettare che la maestra se ne accorge, e c’è anche il pericolo che il permesso non lo da perché sta spiegando. O perché sta scrivendo alla lavagna. O perché sta interrogando qualcuno. O perché sta leggendo il giornale. O perché sta parlando con un’altra maestra. E se si va di nascosto quando cambia l’ora e scopre che non ti aveva dato il permesso l’altra maestra si prende una nota. E se qualcuno si fa la pipì addosso com’è successo quella volta a Susy, non solo tutti ti prenderanno in giro ma le maestre ti dicono anche “perché non l’hai detto che era così urgente?”
E perché nei comandamenti c’è scritto cosa non si può fare ma non ci sono scritte le punizioni? E perché non ci sono punizioni per chi prende in giro quelli che i comandamenti provano a rispettarli?
“Hai scritto una domanda ma non hai scritto la risposta”
“Ma io non la so la risposta, è per quello che ho scritto la domanda” protestò Lily.
“Non dire stupidaggini. Nei compiti le domande vanno insieme alle risposte”
Quando si manca da scuola bisogna portare una giustificazione scritta è il quinto comandamento. Ma se mio papà non ha voglia di scrivermela e me la scrivo da sola poi la maestra mi mette una nota. E se lui non ha voglia di firmarmela ne prendo un’altra.
L’ultimo comandamento è che bisogna dire sempre la verità ai maestri, ma non c’è scritto che loro devono crederci, quindi anche se gli dici la verità e non è quella che vogliono sentire, diventa vera la bugia che credono loro.
Secondo me tutte queste leggi non servono a niente se non vengono fatte rispettare con un po’ di giustizia perché anche la legge buona diventa ingiusta se chi la fa rispettare è ingiusto. Le maestre ci dicono sempre che rispettare le regole serve per vivere meglio ma se quelle regole sono ingiuste non si vive meglio. Si sono fatte le regole per vivere meglio soltanto loro, mica noi.
Ancora, Lily vide i graffi rossi della maestra martoriare ogni riga.
“Cos’ho sbagliato stavolta?” implorò.
“Hai ripetuto troppe volte la parola ingiusto”
Lily non obiettò. Forse ai grandi dava fastidio chi diceva di vedere troppe ingiustizie.
Secondo me non si vive meglio con i conquistatori che ci sono in questa scuola, perché a noi non ci fanno conquistare niente e non ci fanno imparare niente che serve, perché per esempio non serve a niente analizzare le parole per la grammatica ma non per che cosa vogliono dire. Secondo me non serve che una maestra spiega ma non gliene importa se tutti hanno capito o no perché i cervelli non li abbiamo mica tutti uguali. E secondo me anche studiare le date di quando è successo qualcosa e che cosa è successo non serve a niente se non si capisce mai perché è successo.
“Hai ripetuto troppe volte secondo me
Quindi non andava bene avere delle opinioni.
“E anche successo
Doveva essere irritante la parola successo per chi non ne aveva mai avuto.
Alla fine la maestra disegnò la O con la stanghetta obliqua, come se per lei tutte le parole che aveva scritto fossero soltanto un insieme vuoto. Zero spaccato insomma.
Non c’era rispetto né comprensione degli adulti per il mondo dei bambini, come se parlassero una lingua diversa ma era da loro che l’avevano imparata. Ed il costante sminuire le piccole cose, come un passero posato sul davanzale della finestra o l’arcobaleno dall’altro lato della strada dopo un temporale, le metteva una tristezza enorme.
Le maestre, pensava, erano come macchine, ma non sapeva dove venissero fabbricate. Probabilmente in qualche posto dove risparmiavano sulle rotelle. E sui modelli, perché se le facce erano diverse le loro voci erano quasi tutte uguali. Forse le facevano tutte con un registratore in fondo alla gola, e dovevano scambiarsi i nastri perché ripetevano le stesse cantilene. Non sapevano entusiasmarsi nemmeno per sbaglio, enigmi viventi dai modi lunatici, premurosi e acidi, ora cordiali ora bruschi. Non si sarebbe nemmeno potuto immaginarle in una favola, se non ad incarnare una foresta pietrificata, o cani pazzi e stupidi che abbaiassero contro chiunque per poi tornare a scodinzolare nelle loro cucce sbavando dietro ai loro padroni, bramando l’elemosina d’una carezza o qualche avanzo di cibo.
 

 

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