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Stai leggendo: "Nella Terra dei Cani Pazzi" - di Quinto Moro
Capitolo 10
Poco dopo la nascita di Andy il papà aveva deciso che Lily non sarebbe più andata a scuola. Forse perché adesso che erano in due ci volevano più soldi e non potevano spenderli sia per andare a scuola che per farli mangiare entrambi. Lily non ne era convinta ma fu la spiegazione più piacevole da immaginare, almeno per rendere nobile quel suo sacrificio. All’inizio la cosa le piacque, un po’ perché prendersi cura di Andy le riempiva la giornata e un po’ perché stava cominciando a conoscere adulti diversi dalle maestre di scuola: c’era la signora del piano di sotto tutta emozionata all’idea di un neonato nel suo palazzo e faceva i biscotti per carnevale, ma per lei tutte le settimane era carnevale. Il figlio di quella signora metteva la radio a volume alto e tutti si lamentavano, così regalava biscotti in continuazione a tutto il condominio per farsi perdonare, ed erano tanto buoni che alla fine tutti la perdonavano per quel figlio chiassoso. Quel ragazzo dai capelli lunghi a Lily confondeva le idee perché di solito erano le femmine a portarli così, ma in fondo c’erano anche femminucce coi capelli corti – anche lei fino alla nascita di Andy – e quel ragazzo le stava simpatico perché la salutava sempre, s’incontravano quando se ne stava seduta sugli scalini perché il padre urlava troppo o era arrabbiato ed era meglio star fuori di casa. Aveva anche una barbetta fine e morbida, come una ciocca di capelli sul mento, diversa dal quella grattugia che a volte si lasciava crescere suo padre.
C’era poi un signore che sembrava incinto di dieci figli tant’era grande la sua pancia e aveva un cane che non piaceva a nessuno per come abbaiava disperato, e c’era un gatto che adoravano tutti perché lavorava a tempo pieno per catturare i topi del palazzo. Lily però gli lanciava sempre un sassolino o una ciabatta quando lo vedeva acciambellato a poltrire, perché aveva paura che a furia di mangiar topi non diventasse troppo grasso da inseguirli, così gli faceva fare qualche corsetta su e giù per le scale.
C’era anche una signora che viveva all’ultimo piano ma non usciva mai di casa: doveva essere importante o molto ricca perché era pieno di signori e di ragazzi che le portavano regali e fiori, le facevano la spesa e qualcuno puliva perfino le scale sul suo pianerottolo. Anche suo padre le faceva visita e per Lily era molto meglio così. Lei aveva una faccia antipatica e la si vedeva raramente, quando usciva a fumare sul pianerottolo, e se non scambiava parolacce con tutti quelli del palazzo non diceva mai niente: aveva sempre lo sguardo perso ed era impossibile vederle gli occhi, nascosti dagli occhiali da sole anche a tarda sera. A volte si metteva a coccolare il gatto del signore grasso e l’aveva sentita perfino parlarci, gli dava da bere il latte e gli diceva di gustarselo per togliersi di bocca il saporaccio dei topi, bevendone anche lei dalla bottiglia e accarezzandolo. Qualche volta, nascosta nell’ombra del pianerottolo, Lily l’aveva vista piangere.
Nessuno di quegli adulti era particolarmente bello o gentile, anzi, ma era facile immaginare come sarebbero stati in una favola: drughi e maghi, orchi dal cuore d’oro e cavalieri ubriachi, principesse pazze e animali parlanti.
Dopo due mesi senza scuola Lily aveva provato a ribellarsi. Andy aveva pianto per tutta la notte così il papà era andato a dormire dalla signora dell’ultimo piano. Quando lo faceva tornava a casa sempre tardi la mattina, a volte direttamente all’ora di pranzo. Nonostante Lily fosse stanchissima per la notte in bianco, decise di andare a scuola. Chiese alla vecchietta del piano di sotto di andare ogni tanto a controllare Andy, che aveva mangiato all’alba per poi addormentarsi profondamente, e quella accettò di buon grado.
Dopo tanti giorni senza uscire di casa l’aria viziata dell’aula di scuola sembrava persino profumata, le facce delle maestre dolci e i discorsi dei compagni interessanti. Passò l’ora della ricreazione nell’infermeria per farsi misurare la febbre, per essere sicura di star bene. Per fortuna era tutto a posto, non altrettanto quando tornò a casa: Andy che piangeva, il frigo vuoto e il padre furibondo perché aveva trovato quella vecchiaccia in casa sua, e non c’era whisky da offrire agli amici venuti a trovarlo. Il papà le sferrò una sberla tanto forte da stenderla sul tappeto tra le risa gioiose dei truci compari. Lily li detestava. Con quelle loro sigarette scure che impuzzolentivano la casa e i loro scarponi dal tacco grosso e rumoroso che insozzavano tutto. E com’era odiosa quell’aria con cui la guardavano, avvolti nei loro pomposi vestiti bianchi sgargianti, giacche e pantaloni immacolati che stonavano tra il collage decadente dei muri di casa e l’abbigliamento straccione del padre. Si era sempre chiesta come mai quei tizi vestissero tanto bene e trattassero suo padre con tale simpatia e rispetto, talvolta con deferenza, come fossero tutti parte della stessa famiglia.
“I marmocchi non son buoni per gli affari” aveva brontolato qualcuno.
“Le marmocchie femmine però sono un buon affare” aveva riso un altro.
“Tra qualche anno sarà un buon affare anche lei” aveva detto serio il padre, e se il motivo era un mistero e somigliava a un complimento, doveva essere una bugia o una presa in giro perché poi tutti risero.
Quando due giorni dopo Lily tornò a scuola, al rientro a casa ottenne la stessa reazione: uno schiaffo dopo l’altro. Ma era dura resistere alle sberle di ritorno da scuola dopo aver resistito per ore alle prese in giro dei suoi compagni sui suoi vestiti logori e stretti.
“Mettiti i vestiti di tua madre” aveva detto il padre “dovresti incominciare a vestirti come una donna invece che coi soliti stracci” e nel dirlo i suoi occhi erano stati gentili, “almeno ti si potrebbe guardare” aveva aggiunto poi con disprezzo. Ma Lily si ricordava ancora il giorno in cui s’era intrufolata nella camera dei genitori per vestirsi come sua madre: lo schiaffo di quel giorno aveva bruciato più di tutti gli altri messi insieme. Poi il padre l’aveva abbracciata ed avevano pianto insieme, mentre le strappava la promessa che non li avrebbe mai più indossati, affinché la maledizione non potesse colpirla.
In ogni caso, non era per le sberle o le urla del padre che alla fine aveva rinunciato ad andare a scuola, forse nemmeno per le risa continue e i bisbigli insopportabili dei compagni. Una notte, attirato dal suo pianto, il padre era entrato nella cameretta per sederle accanto. Lei non riuscì a dir nulla ma si lasciò calmare dalle sue carezze e convincere a svolgere per lui più compiti di quanto avesse fatte finora. Sarebbe andata ogni giorno a fare la spesa, a comprare il latte fresco e il pane, e sarebbe passata al negozio di liquori a consegnare delle buste e a ritirarne delle altre. Era il lavoro che avrebbe dato a un figlio maschio, lo disse come fosse un gran complimento, Lily cercò di farselo piacere e guardò Andy accovacciato sul lettino, meritava di crescere meglio di com’era toccato a lei: latte e pane fresco tutti i giorni, niente più riciclaggio del suo guardaroba d’infanzia. Magari un taglio di capelli decente, anche se stava diventando piuttosto brava ad accorciarglieli.
Diventare un buon affare, pensò. Per Andy ne sarebbe valsa la pena. Lasciò la luce accesa per addormentarsi guardando le sue guance tonde, gli occhioni chiusi, e quel ciuffetto di capelli quasi trasparenti che gli scendeva sulla fronte, come quello della mamma.
 

 

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