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Stai leggendo: "Scappati di casa" di Quinto Moro

17.

Parenti indistinti erano apparsi dai più reconditi buchi di culo del circondario. Venivano a vedermi come un’attrazione da circo, l’incorreggibile scappato di casa, la vergogna e il figliol prodigo allo stesso tempo. Ma non ero io l’attrazione. Eravamo noi, la famiglia tutta, con mia madre sparlante sul divano che puzzava di frittura stantia e di quel sentore bruciacchiato del suo caffè al fiele. L’odore dei mobili vecchi e del pavimento poco pulito. La mattonelle sconnesse sul pavimento. La tavola con le sedie intorno tutte diverse una dall’altra, scroccate di volta in volta dalle case di nonni e zie defunte. La credenza sporca con servizi di scarto messi insieme tra una capatina al mercatino dell’usato e doni di chi ci vedeva un’alternativa alla pattumiera, per riciclare regali inutili e roba vecchia, ché a buttarla si fa peccato.

Glielo leggevo negli occhi, a quei parenti e finti amici, il disgusto sottile per gli odori della casa, anche se c’era la porta aperta d’estate o il camino acceso d’inverno a camuffare gli afflati col fumo. I parenti erano felici di venire a ficcare il naso nel nostro piccolo tugurio. Turismo nei bassifondi. Una dose di sentitifortunato in pillole.

L’odore si sarebbe attenuato un poco nei giorni del mio post-fuga e post-rientro, perché dopo il giro di telefonate e abbondanti inviti per il caffè mia madre aveva pulito casa per condividere col pubblico avido di dettagli il racconto delle mie malefatte. Ero l’attrazione del giorno, un motivo per mia madre di intrecciarsi il rosario sul polso, e di sentirsi sopraffare dalla solidarietà impostata da sorelle e cognate. L’indecoroso spettacolo del suo desiderio d’essere compatita, ripetuto nelle feste cristiane come nella vita di tutti i giorni, glorificato dal grande evento.

Da parte loro, gli altri godevano in silenzio della sua maternità fallita, gli dava qualcosa con cui misurare tutte le loro bassezze passate e future. Qualcosa con cui misurare i loro figli, il cui tasso di stronzaggine e lerciume sarebbe rimasto accettabile fintanto non avesse superato la soglia da me stabilita in anni di vergogne, e giunta al culmine – o al fondo – con quella stupida fuga.

Io ero sordo. Non dovevo sentirli per sapere cosa dicevano, o pensavano. Erano labiali in movimento con sottotitoli asincroni. Soddisfacevo il loro bisogno di superiorità evitandone gli sguardi, rispondendo a monosillabi e frasi di circostanza quando mia madre mi annunciava a questo e quello, costringendomi ad apparire per dimostrare che ero tornato davvero. Lasciavo prendessero il mio mutismo per senso di colpa, mentre immaginavo la mia sordità in grumi di sangue rappreso che mi tappavano le orecchie, i grumi di Ruggero che se ne stava là, buttato in container a coprirsi di formiche e vermi. E le mosche, le mosche che sentono l’odore della carne a chilometri di distanza, radunarsi da tutto il paese alla stregua d’uno stormo di storni verso il banchetto di carne giovane e letto per larve.

Immaginavo la sua puzza spargersi per il capanno e tutt’intorno, come una protesta uno sfogo per tener lontani i suoi carnefici, ed attirare invece curiosi di passaggio, magari una banda di ragazzini delle elementari all’avventura per un pomeriggio a pesca, e traumatizzarli con la vista delle sue frattaglie sparse per il pavimento sozzo, un ultimo brutto scherzo per un’ultima risata.

 

18.

Pioveva da due giorni. Non aveva fatto che piovere dal mio ritorno. Gli ospiti lo ripetevano in continuazione, meno male che sei tornato prima della pioggia, o dicevano che la pioggia mi avrebbe comunque riportato a casa. Avevano ragione. L’acqua si sarebbe alzata al fiume, portando alla baracca un tappeto di fango. Fango che ora si stava impastando sui vestiti e la carne del Ruvido. Fango dello stesso colore del suo ultimo rigurgito.

La spinta e l’equilibrio perso, il bizzarro girotondo del corpo schiantato a terra, inchiodato al pungiglione di ferro che succhiava via respiro e sangue. La scena si ripeteva e svaniva un po’ ogni giorno, come quando al risveglio ti perdi i dettagli del sogno per ogni minuto che passa. Immaginavo di dover piangere ma non ci riuscivo, lasciavo che la pioggia fingesse per me. Stavo chiuso in camera con la testa fuori dalla finestra, lasciando l’acqua inzupparmi la testa, e dal collo alla schiena, la maglietta, le mutande, i calzini.

Bussarono alla porta. La voce di mia madre squillava più felice e premurosa che per i soliti ospiti. Vieni dentro che ti bagni. Dammi l’ombrello. Sei venuto con la pioggia e perché. È in camera sua. Entra. E cosa ti è successo alla faccia. Resti a cena con noi. Allora avviso tua madre. Eccetera.

Bussò alla mia porta, ed era già dentro prima che dicessi qualsiasi cosa. Stefano. Aveva la faccia striata di rosso e cerotti sparsi. Passammo il pomeriggio ad ascoltare musica, stando a distanza, abituandoci ai rispettivi sguardi di volta in volta, incapaci di reggerli troppo a lungo. Ci volle un’ora prima che uno dei due aprisse bocca.

“Cos’hai detto dei graffi?”

“La verità” disse lui “che me li ha fatti Chiara”

La storia dei suoi graffi avrebbe tenuto banco nei corridoi della scuola finché la faccia di Stefano non fosse tornata liscia. In tanti dissero che non era più tornata come prima, e in qualche modo era vero.

La prima cosa che fece dopo aver ammazzato Ruggero, fu di presentarsi a casa della povera Chiara tutta sola e delusa per l’invito a pranzo sfumato. Ci aveva litigato con un pretesto, e non l’aveva lasciata stare finché lei non gli aveva coperto la faccia di graffi. Chiara aveva giurato che la sua faccia era già così quando s’era presentato, ma quelli erano inequivocabilmente graffi da unghie lunghe. Lei avrebbe poi giurato di avergliene dato uno solo, e perché l’aveva costretta. Ma tanto bastava a rendere ogni sua parola una bugia. L’aveva graffiato. Si sarebbe guadagnata per questo una serie d’immeritati soprannomi, come pure Stefano, deriso dai maschi per essersi fatto sopraffare da una femminuccia – femminuccia – e dalle ragazze per essersi comportato da stronzo. Si parlò più di quella scaramuccia tra innamorati che della mia fuga, ché era una fra tante stronzate in linea col mio personaggio. Il timido Stefano che si scopre crudele con la dolce Chiara, che tira fuori gli artigli e gli strappa via la faccia, questi erano risvolti succosi per le ciance di classi e corridoi. Scoprire sporchi e malvagi gli eterni cocchi delle maestre e prof.

A cena ebbi un assaggio di quella morbosa curiosità, perché furono le disavventure del novello Casanova a tenere banco. Era la prima volta che pranzava a casa nostra da solo, senza genitori al seguito. Non toccò praticamente cibo, e mia madre era tanto felice della sua presenza da non prenderla come offesa alla sua cucina. Stefano, il fottuto messia la cui vicinanza avrebbe dovuto farmi bene. Stefano il buono, lo studioso educato da cui prendere esempio. Se avessi frequentato lui anziché quei delinquenti dei miei amici, avrei avuto un futuro radioso. Non avrei fatto una brutta fine.

“Lasciala fare agli altri la brutta fine” disse mia madre.

Ricordo Stefano che mi guardava con ostilità mentre masticavo. Quella specie di normalità ritrovata, con la tv e le sue risate finte, la canticchiante e danzante pubblicità di deodoranti per cessi e merendine che rendevano il mondo un posto migliore, mio padre che versava un altro bicchiere di birra e faceva battute a cui solo lui riusciva a ridere, tutto mi aveva anestetizzato fin quasi alla pace. La faccia pallida e insieme livida di mio cugino era la brutta sveglia che mi mandava sinistri segnali. Stefano chiese di dormire da noi quella notte, e mi passò tutta la fame.

Mio padre stese un materassino di gommapiuma accanto al mio letto. La casa piombò nel silenzio più presto del solito. Io e mio cugino stavamo in silenzio e al buio. Nessuno dei due dormiva. La pioggia s’era fatta più insistente, ma s’interrompeva di tanto in tanto. Il cielo si apriva per poi richiudersi e mandarne ancora.

Stefano accese la luce sul comodino e cominciò a levarsi i vestiti. Aprì il cassettone rovistando tra le mie cose, inforcando una t-shirt che gli stava due volte, e un paio di pantaloni che gli cascavano. Pescò un paio di bretelle che non vedevo dalla Prima Comunione. Un bizzarro barbone con bretelle di lusso.

“Ce l’hai un paio di scarpe da prestarmi?”

Indicai l’armadio in modo automatico, e cominciai a vestirmi pure io. Stefano prese il lenzuolo e l’aiutai a piegarlo, prima il mio e poi il suo, facendone una mantella da mettere sulla testa, anche se non era a quello che serviva. Ste cacciò fuori una torcia dalle mutande e la provò due volte. Funzionava.

Aspettammo venti minuti perché lo scroscio diminuisse, scivolammo fuori dalla finestra e scavalcammo rapidi e senza rumori. A ripensarci oggi, Stefano si muoveva con un’agilità che non avrebbe dovuto appartenergli. Era lontano dal ritratto che nomignoli e prese in giro avevano fatto di lui. Dalla goffaggine supposta, dall’effemminità inventata, dalla cagasottaggine, da tutto quel che gli era stato lanciato addosso e lui accettava come peso sul suo manto, a nascondere tutto ciò che di reale e diverso c’era sotto il costume e la pelle.

Ricordo che gli afferrai la spalla. Aveva ripreso a piovere forte, e non avevo più voglia di seguirlo. Ma dovevo.

Discutemmo, litigammo. Non avevo argomenti. Non avevo nemmeno la forza bruta della minaccia, non contro mio cugino che tirava dritto nell’oscurità più putrescente e densa. Che avanzava nella notte senza esitazioni, dandomi del vigliacco senza parlare, gridandolo in ogni passo più vicino al fiume.

“Dobbiamo fare come hai detto tu” disse “avevi ragione”

Buttarlo nel fiume. Questo avevo detto. Ma nel fiume potevano trovarlo troppo presto, ché c’erano le grate e i filtri per le deviazioni dell’acqua per i sei o sette paesi del circondario. Questo non lo sapevo allora e non mi venne in mente quella notte. Non ce ne fu bisogno, perché Stefano disse che dovevamo buttarlo nel canale e non nel fiume.

Sbagliammo due volte l’imbocco per la giusta riva. La prima volta sapevo che non era quella giusta ma non dissi niente, nascondendomi dietro ai forse. Forse è questa, forse era prima, forse è ancora più in fondo. Volevo tornare a casa, che lui rinunciasse, ma non rinunciava. Per paura di consumare le batterie Stefano accendeva la torcia a singhiozzo, puntandola ogni volta verso il nulla dei cespugli e la strada melmosa che ci chiedeva di tornare indietro. Litigammo di nuovo per la torcia, spingendoci e rotolando nel fango. Un tuono, quasi un ruggito di Dio in persona ci scosse entrambi. C’eravamo spaventati come i bambini che eravamo, aspettammo il tuono successivo, più calmo e quasi dolce, a spronarci per rimetterci in piedi e fare quel che andava fatto.

Il rumore del fiume era assordante sotto la pioggia, il rigurgito incessante di una cascata che si diffondeva tra una radura e l’altra, come se il rumore venisse dall’erba stessa. Pioggia e umidità erano un tutt’uno che impastava i respiri e ci dava il fiatone. Quando la torcia inquadrò per la prima volta il bianco e ruggine del container ci fermammo a fissare il portello di ferro ancora aperto come l’avevamo lasciato. Tutt’intorno era fango e melma e il fango ci arrivava già alle caviglie.

Stefano andò per primo, fermandosi però sulla soglia, con la torcia puntata ai piedi. Uno dei due disse all’altro d’entrare. Uno o l’altro disse di no. Un momento. Entriamo insieme. No aspettiamo. Avevamo le spalle appesantite dalle lenzuola impregnate d’acqua e stavamo gobbi, già esausti. Presi la torcia. Non vidi il corpo di Ruggero e per un istante mi si riempì il petto d’un respiro nuovo, facendo riaffiorare tutte le fantasie che m’ero fatto: Ruggero ferito che si trascinava fino alla strada, aiutato da qualche passante a piedi o in macchina, o che fosse stato tutto un delirio da sbronza. Ma il gran respiro di speranza puzzava di marcio, e rumoreggiava e squittiva nel nero ammasso che si muoveva tra il fango e i rifiuti a galla. Le lattine di birra e gli sterpi, le cartacce e i pezzi di plastica, i ghirigori di fil di ferro e pezzetti di legno. Il bianco e il nero impastati tra la stoffa lacera e i bitorzoli neri delle schiene di ratto che rosicchiavano intorno a una lancia arrugginita, con le teste chine in frenetica adorazione.

Ero diventato un mantice, inspiravo marcio ed espiravo urla. Un lungo, disarticolato suono che non riuscivo a interrompere. Una A. Il suono di una A modulata in tutte le varianti possibili da un gozzo strozzato dal disgusto e l’orrore.  Stefano mi tirò via, agitandosi e scuotendomi. Vomitai come se dovessi svuotarmi di tutti gli organi interni, strozzandomi per la tosse e il respiro che mancava. E vidi mio cugino entrare nel container e urlare anche lui, urla diverse dalle mie, di rabbia, da invasato. Faceva un chiasso infernale. Fu una scena da matti, con me che scoppiavo dal di dentro e grondavo fluidi da ogni orifizio, stringendomi le tempie e le dita sulle palpebre perché gli occhi non mi schizzassero dalle orbite. Stefano scalciava nel fango e gridava contro il corpo di Ruggero, lanciandogli addosso immondizia e sassi. Credo volesse solo scacciare i ratti, ma niente di quello che ci circondava aveva senso e credo di aver dato ordine e ragione a quanto accadde solo molto tempo dopo, mettendo insieme i resti dei ricordi e degli incubi notturni.

Preso da una foga improvvisa mio cugino afferrò il corpo per le braccia trascinandolo fuori, tenendo la torcia tra i denti. La luce guizzava sui dettagli delle mutilazioni fra torace e volto. Stefano cercò di aprire il lenzuolo e coprire il cadavere, facendo una pantomima insopportabilmente lunga, ché la stoffa bagnata non ne voleva sapere di aprirsi e stendersi. Ci riuscimmo aiutandoci a vicenda. Avevo ripreso un po’ di controllo e lucidità, con la testa che mi scoppiava e la gola che bruciava e le budella ritorte, come per aver vomitato dopo una di quelle bevute per cui si potrebbe crepare.

La pioggia aveva rallentato e ci fu quasi un momento di silenzio. Eravamo al buio. Stefano accese la torcia seguendo i contorni del lenzuolo.

“Dobbiamo girarlo” disse. Ci chinammo a stringere il lenzuolo agli angoli del corpo, sulle gambe e le braccia, come per rimboccargli le coperte. Il paletto di ferro che l’aveva ucciso sembrava la punta di un cappuccio. Con uno sforzo lo girammo, rotolando entrambi indietro, col culo sul fango. La schiena di Ruggero era un groviglio d’immondizia ma l’alone scuro del sangue e il paletto di ferro che l’aveva trafitto era ben visibile, scintillava in modo soprannaturale per la ruggine che avrebbe dovuto negarne ogni riflesso, come un divo stronzo sotto il cono di luce del palco. Stesi il mio lenzuolo sulla schiena di quel ch’era stato un mio amico e non era altro che un freddo e lurido orrore. Un orrore pesante da trascinare, da sollevare zuppo d’acqua e fango, che già puzzava della stessa puzza della carne morta dei cani e dei gatti, con gli odori del fiume a salvarci dall’asfissia e dal completo disgusto.

Io presi i lembi del lenzuolo sulla testa, Stefano quelli ai piedi.

“Al canale” disse Stefano “al canale”

Pesava, tanto che sembrava impossibile che due ragazzini potessero trascinarlo tanto a lungo.

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