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Stai leggendo: "Scappati di casa" di Quinto Moro

3.

“Te lo rompe davvero il culo questa volta” disse Andrea.

“Dovrebbe piacerti frocetto” grugnì il Ruvido “oh scusa, ti ho scambiato per tuo cugino”

“Ascolta” disse Andrea “continui a venire a scuola come se niente fosse, poi di mattina ce ne andiamo in giro. Un paio di giorni stiamo tutti insieme, quando io entro tu stai con Ruvido”

Mentre cercava di convincermi con questi e altri piani riuscivo solo a scuotere la testa.

“Ha già chiamato a casa” lo realizzavo solo in quel momento. Mia madre aveva risposto subito. L’avevo sentita strillocchiare. Difficile se stesse rispondendo a muso duro al preside o piagnucolando scuse con la promessa che stavolta non l’avrei passata liscia. Avevo il cinquanta per cento di chance che stesse facendo una cosa o l’altra. In quarta elementare aveva quasi aggredito una maestra rea di aver alzato la voce con me. Quando portavo a casa le pagelle di fine quadrimestre chiedeva a mio padre di prendermi a sberle per i voti bassi. Lei non mi picchiava mai, spingeva a lui di farlo, e il più delle volte si limitava ad urlare e mandarmi a letto senza cena.

Andavo d’accordo con mio padre. Non era l’ubriacone che si sfoga con la moglie e i figli. Anche se sì, beveva un sacco, e a volte arrivava già cotto dal bar prima di rincasare. E sì, mi aveva fatto a pezzi più di una maglietta afferrandomi per il colletto e sollevandomi di peso per urlarmi in faccia. Si era vantato per anni di non avermi mai picchiato, poi aveva rotto gli argini. Dopo i primi schiaffi era diventato sempre più facile farne arrivare altri.

Io e lui andavamo d’accordo quando eravamo soli, o quando eravamo con chiunque altro. Mi portava a pesca d’estate. Mi aveva insegnato a fare le parature e lanciare la canna. Andavamo a pesca con Stecchino e suo padre, mio zio. Mio padre era una sega a pescare, ma credo fosse solo molto sfortunato, dal momento che mi aveva insegnato lui ed io pescavo meglio di tutti.

Con mia madre la storia era diversa. Era una vacca sboccata e indolente, mi dava dell’imbecille in continuazione. Poteva chiamarmi cretino, imbecille, stronzo e coglione senza che mio padre battesse ciglio. Se però le rispondevo, lui scattava come una molla.

Quando a scuola facevo qualche cazzata, e la chiamavano per lamentarsi, mia madre non s’incazzava. Restava buona a guardare la tv tutto il pomeriggio. Solo al rientro di mio padre cominciava la sceneggiata, con tutto il repertorio dei tuo figlio ha fatto questo, tuo figlio ha fatto quello, tuo figlio è incontrollabile, tuo figlio se ne sbatte, tuo figlio finirà a fare il delinquente. Tuo figlio. Lo riempiva delle mie merdate finché non pareggiavano la sozzura dei suoi vestiti da lavoro, e allora esplodeva.

La prima volta che mi picchiò per davvero non mi sembrò granché. Forse è solo questione di quanto il corpo si abitua e il cervello chiude tutto in cellette che si stringono sempre più, come camicie di pece, smorzando ogni spavento e violenza. Non ricordo che pochi accessi d’ira degni di nota fra i grugniti di mio padre. Se mi restava qualche segno addosso, tanto duraturo da sfoggiarlo l’indomani a scuola, lo mostravo con un certo orgoglio. Capii più tardi che quei segni facevano di me un lebbroso, uno per cui alla meglio si doveva provare un po’ di pena, o soddisfazione perché avessi incassato la giusta paga per le stronzate commesse, e le sofferenze inflitte agli altri.

Mio padre aveva trasformato se stesso in un mostro mitologico agli occhi dei miei compagni, che si sentivano fortunati d’aver genitori magari severi, ma non così severi da lasciargli lividi addosso. Ed era curioso come a me facesse sempre meno paura, mentre mi cresceva dentro la rabbia che gli altri potessero vederlo così, bestia strana assetata di sangue. Mi faceva ancora più rabbia quando a fissare quei lividi c’era il mio cuginetto Stecco: primo della classe dalla buona famiglia che mai gli aveva lasciato lividi da sfoggiare. Gli avrei perdonato la curiosità di com’erano andate le cose, di come e perché la mia pelle s’era chiazzata di quegli aloni d’inchiostro sbiadito. Ma lui non chiedeva e non diceva mai niente. Forse non gli importava, o c’era qualcos’altro a farlo stare zitto.

Quel giorno dei miei tredici anni, mentre il preside sbraitava in faccia a me e al telefono con mia madre, mi sentivo freddo e bagnato sotto le ascelle, nelle pieghe tra le gambe e l’inguine, dietro le orecchie e sulla nuca. Viscide carezze d’anguille morte che puzzavano di una puzza che si spargeva da me come un feromone d’animale spaventato. Pensavo a quando il padre di Andrea gli aveva rotto la spalla. Il mio avrebbe dovuto rompermela anche solo per mettersi in pari, per non fare una figura da pappamoscia.

“Ti conviene andartene” aveva detto il Ruvido. Andavo e venivo avanti e indietro nel tempo, dall’ufficio del preside al cortile esterno. Dalla voce sua a quella dei miei compari. Dal puzzo del suo fiato di mentolo e tabacco malcelato, a quello di chewingum di sottomarca di Andrea e l’Axe deodorante spray che impregnava la maglietta lercia del Ruvido.

“A casa non ci torno” dissi con quella fermezza che puoi permetterti solo prima dei vent’anni, perché poi non ci credi più neanche tu. Vidi i miei amici annuire, e tanto bastava a rendere tutto più vero.

 

4.

Stando ai miei conti, ero già scappato di casa sei o sette volte. L’idea mi aiutò a decidere anche quel giorno a renderla una cosa fattibile e già vissuta, solo da fare meglio. Le prime non erano state delle vere fughe. Metà di quelle volte, sapevo solo io d’essere scappato. Lunghi pomeriggi lontano da casa, coi miei parenti del tutto ignari delle mie intenzioni. Ero rientrato certo, come tante altre volte in cui avevo fatto tardi per giocare al campetto o fare una maratona di videogiochi, o di sigarette fumate o per la mia prima sbronza. Ero andato con l’intenzione di non tornare mai più. Intenzione che non sopravviveva più di mezza giornata. Per loro ero scappato di casa solo due volte, una delle quali non coincideva affatto coi miei piani, solo perché m’ero messo in testa di prendere l’autobus per andare a vedere il concerto dei Litfiba, uscendo il pomeriggio e stando fuori tutta la notte, passata addormentato su una panchina della stazione degli autobus, senza essere riuscito a procurarmi un biglietto per lo spettacolo né uno per il rientro a casa. Avevo undici anni, e si potrebbe dire la mia più grande avventura da bambino di paese. Ma lo ricordavo col fastidio e la vergogna del fallimento. Anche perché mia madre e le sue cosiddette amiche trasformarono i Litfiba in una specie di setta satanica corruttrice, pianificando di sottrarmi tutte le cassette e i cd che mi avevano regalato. Di “17 Re” non mi resta che una copia bistrattata, inascoltabile e senza la custodia col cuore di spine, ché mia madre la gettò via senza guardare e il cd s’era salvato dentro lo stereo.

I miei progetti di fuga si somigliavano sempre. Germogliavano nello scazzo di più pomeriggi consecutivi in cui stavo da solo a grugnire rabbia sottovoce, a inventare nuovi modi per trasformare le bestemmie in aggettivi, componendo frasi il più possibile oltraggiose da gridare nella piazza della chiesa al passaggio delle bigotte addobbate di bigiotteria, a farle scappare prima che il prete uscisse con l’armamentario da esorcista. Me l’aveva giurata Don Pio, la Cresima io non l’avrei mai fatta, da sporco senza Dio qual ero. Agli infiniti giochi di parole bambineschi sul suo nome avevo dato il mio orgoglioso contributo – Don Pio, pio pio, cha ha l’uccello più santo di Dio! – ma nessuno se ne sarebbe ricordato, se l’aneddoto per eccellenza sul suo sacerdozio alla fine rimase quello che si fotteva gli oggetti della chiesa per rivenderli. La Cresima la feci comunque a sedici anni, dopo che la strenua opposizione del Pio uccello s’era infranta sulla vergogna sparsa dalle voci di paese, e l’arrivo del nuovo prete significò armistizio e grazia per tutti i senza Dio rimasti senza sacramenti per il capriccio di un ladro di merda.

Durante la grande isteria delle madonnine che piangevano sangue, avevo svuotato l’Uni Posca rosso sulle guance della statuetta lungo il viale del tramonto – la strada del cimitero si chiamava proprio così – ed eravamo finiti al tg regionale. Non giungemmo alla ribalta delle cronache nazionali perché la gente che cominciava a stufarsi dei finti miracoli di fine millennio.

Quello della madonnina era un angolo di paradiso bloccato nel tempo, anche se allora non mi sembrava un granché. C’era morto qualcuno negli anni ’80, di overdose, e s’erano levate voci di grande indignazione per la profanazione dei drogati al giardinetto della madonnina, con fiori di vetri rotti e spighe di siringhe invisibili fino al trillo della morte del drogato blasfemo. Non so quale sindaco s’impegnò a mandar pattuglie di sbirri per cacciar via i drogati, che andassero a farsi fino alla morte sotto i ponticelli del canale o nelle campagne lontano dagli occhi della comunità. Furono piantati fiori e rampicanti, poste panchine e piastrelle di cemento e rubinetti. Un angolo di perfezione vuoto e perfetto, disabitato per sempre, come quei rari angoli che si trovano in ogni paese o borgo di città. La gente si compiace e sfreccia via con la macchina adocchiando i cespugli dalla strada, senza penetrare il mistero di quelle siepi ben nutrite e misteriosamente annaffiate da un’entità oscura che mai palesata. Nel caso della madonnina c’era qualcuno, forse uno spettro, che andava ogni settimana ad annaffiare le aiuole e le siepi. C’era un rubinetto con una pompa sempre nuova e una fontanella che pisciava il suo flusso cristallino senza fine. Le panchine sempre pulite e senza immondizia. I cestini della spazzatura sempre vuoti. E non ci passava mai nessuno. Nessuno, tranne me, Andrea, il Ruvido, Bubbone e le varie Katia e Bernardetta e Marialuce che infestavano i nostri incipienti appetiti sessuali. Noi, probabile bersaglio dell’indignazione dei rari passanti pronti ad additarci come i nuovi prossimi destinati a finire male, ubriaconi, drogati, puttane e puttanieri in erba. Una volta una ragazza – di cui non ricordo il nome – disse che se potevamo stare lì, era solo grazie a quello che c’era crepato con l’ago nel braccio, che sennò non avrebbero mai ripulito quell’angolo d’immondizia. A volte ci pensavo, allo spirito di questo disgraziato che aleggiava su di noi, guardandoci dall’alto.

Alla madonnina non era come stare agli uliveti, dove i ragazzi più grandi colonizzavano gli spazi e ci volevano solo quand’erano di buonumore, quand’erano bevuti troppo o non abbastanza per protestare, o quando qualcuno di noi poteva dividere un panetto di fumo, e allora amiconi. Né era piacevole avere intorni i vecchidimmerda che giocavano a bocce e ci giudicavano col solito rivoltante cipiglio del dove andremo a finire con voi gioventù bruciata, o le mamme coi bambini a guardarci di sottecchi come stessimo progettando di rapirgli i mocciosi. Tranquilla signora, non rapiremmo mai il suo bastardello, per quale riscatto poi? Llo sappiamo che suo marito si sputtana lo stipendio in chupito e videopoker, non ci pagherebbe mai il riscatto, tenga da parte i soldi per latte pannolini e un buon vibratore, ne avrà bisogno.

C’era ombra, alla madonnina. Tanta ombra. Tanta che ci si poteva stare nel pomeriggio d’estate senza capire bene l’ora, perché gli alberi chiudevano una cupola che ci sembrava più elegante e sacra di qualunque fottuta chiesa da lì al Vaticano. Alla piazzetta della madonnina – ch’era piuttosto un cortiletto pubblico – si accedeva da due strette vòlte di siepi, e da una si vedeva la sterrata che correva giù per il canale in aperta campagna, dove i campi erano coltivati a singhiozzo, alternati tra verde e distese incolte di terra dura popolata da soli ciuffi di spine. I campi coltivati si popolavano di facce e braccia nere a branchi, e nei pomeriggi estivi, quando il sole picchiava più forte, il Ruvido ci aizzava nelle spedizioni d’insulti e ululati.

Se dovevo davvero scappare di casa, dovevo passare dalla madonnina per chiedere una benedizione da miscredente e decidere da che parte andare, se giù per i campi rischiando la vendetta di qualche nigga dalla memoria lunga, o giù per le sterrate che dal canale finivano giù al fiume.

Il fiume, l’idea che sempre serpeggiava in quelle finte fughe, come un mito ancestrale selvaggio, figlio di un immaginario che ancora non mi apparteneva, ignorante di capanne dello Zio Tom e viaggi d’acido e sangue dei Willard e Kurtz su celluloide.

“Te ne vai a dormire al fiume?”

Il Ruvido mi aveva letto nel pensiero.

“Da solo?”

A risentirla adesso, basterebbe quella domanda a farmi sentire un bimbetto. Da solo? Sì, da solo, di notte, in aperta campagna, magari con una pistola in mano ad agitarla come uno spaurito Vern Tessio nel suo turno di guardia nei boschi ostili. Il Ruvido stava ridendo di qualcosa ed era partito a raffica con le sue battute su fighe e seghe.

“Stanotte stai solo con Federica mano amica, poi domani ti troviamo un troione”

“Ci vado davvero al fiume” dissi recuperando la spacconeria dei tempi migliori, già saltando la ringhiera di scuola. Il mondo che mi circondava sembrava tutto un baraccone di fondali da recite dell’asilo, con muri e cancelli disegnati, irreale. La scuola era solo il pasticcio grottesco di una puttana schiavista e del suo amante satiro urlante, con una corte servitori più puzzolenti dei cessi e dei pavimenti che dovevano pulire. Un mondo di animali latranti soddisfatti troppo o troppo poco dei loro ruoli, e questo valeva anche per i miei compagni.

Il cancello era aperto, là in fondo a cinquanta metri, ma bisognava scavalcare per dare un senso a quella fuga. Era l’inizio. Il cortile della scuola era interrato, scavato di tre metri sotto la superficie del manto stradale. Quando pioveva l’acqua schizzava sulle aiuole dalle gronde di scarico del terrapieno, ora buchi buoni per infilare un piede e alzare la gamba al bordo del muretto. Due zampate per l’inferriata e un balzo sul marciapiede. Finalmente a livello strada. Sul marciapiede.

Andrea serrò tra le labbra la seconda sigaretta che s’era acceso e fece valere la stazza da giocatore di basket, scavalcando con un’agilità che umiliava tutta la mia lentezza. Era agile come non so cosa, ma non poteva permettersi di iscriversi a una palestra. Una promessa mancata. Aveva già la stazza per giocare nella primavera dell’NBA, ma il suo apice atletico sarebbe rimasta la ringhiera della scuola.

Se Andrea era stato il mio fratello maggiore, il Ruvido sembrava qualcosa come uno zio rozzo, quel parente del filone di famiglia disgraziato, da criticare a pranzo e a cena. Ma era un ragazzino come noi, con la sua famiglia disgraziata e un destino sfigato. E poi c’era mio cugino certo, che entra in questa storia così di punto in bianco, quasi alla fine, anche se non c’entrava un cazzo.

Mio cugino Stefano, detto Stecchino, Stercoraro, Steccalecca-mezza-checca era la metà di me. Era stato un bambino rachitico e fragile. Metà delle elementari l’aveva passata a casa o all’ospedale, per questo inteneriva le maestre che lo trattavano come qualcosa di prezioso da non rompere. Ero andato ai suoi compleanni e lui ai miei, ma pochi dei nostri incontri erano stati memorabili. Ricordo una pasquetta dalle parti del fiume, quando lui aveva scoperto un nido di non so quali uccelli e, dopo avermi istigato ad arrampicarmi tra gli alberi per tirarlo giù, aveva deciso di buttar via le uova per portare il nido a scuola e fare bella figura con le maestre. Rovesciò il nido a testa in giù e mi ricordo quelle piccole uova bianche, forse di piccione, spiaccicate a terra. Però ero io il teppista. Venne fuori una lite da bambini, e benché all’epoca fossi grosso il doppio di lui, la sua furia fu brutale e selvaggia. Avevo cercato di prendergli il nido dalle mani – ormai già mezzo maciullato, che non era più che un intreccio di qualche rametto e ciuffi di peli cane – e lui mi aveva spinto con una forza che mai mi sarei aspettato da quello stecco, pallido, taciturno, passivo e mammone. Io finii col culo sulle spine, a chiedermi come fosse riuscito a rovesciarmi. I grandi lo rinchiusero in macchina per punizione, insistendo a chiedere a me cos’avessi fatto per farlo infuriare tanto. Dovevo avergli fatto qualcosa per forza, anche perché se io ero quello finito col culo sulle spine, era lui quello che piangeva in macchina. lo stronzo. Andai pure a parlargli dal finestrino abbassato, ché non ero un tipo rancoroso, e le spine sul culo m’erano valse il diritto di un bagno al fiume per rinfrescarmi.

Mi rimase impressa quella foga improvvisa e mai sospettata, tanto che lo guardai con un pizzico di rispetto. Quel rispetto brutale da maschietti alfa che si sono appena rotolati nel fango. Uno spintone da un cazzone mammone. Questo era il ricordo più forte che avevo su mio cugino all’epoca. Prima del giorno della mia cosiddetta fuga.

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