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Stai leggendo: "Scappati di casa" di Quinto Moro

5.

Ricordi. I ricordi sono un dito al culo. Il dito sudicio e rugoso di un vecchio di merda che non si taglia le unghie, né le pulisce dopo una giornata a frugare merda di cane, e t’infetta dall’interno che nemmeno te ne accorgi. È sempre così quando devi ricordare qualcosa, inchiodare un impasto maleodorante di sensazioni e immagini con parole da comporre su una pagina. A volte, quando devi scrivere un ricordo, ci costruisci sopra castelli pieni di torri, arazzi, guglie e gargoyle, ponti levatoi e candelieri. Ti ci perdi dentro, e lo fai apposta. Ricostruisci i tuoi vecchi amici e nemici, parenti e sconosciuti in una sequela di dettagli, aneddoti. Non tutti veri. Non tutte bugie. Perdi il tuo tempo a sforzarti di ricordare com’era il colore o l’odore di questo o quello, e con gli occhi da adulto dai nuova forma alle sgorbierie della tua mente di bambino. La memoria è il giullare cantastorie che un po’ ti intrattiene e un po’ che ti prende per il culo. È il cervello che fotte se stesso. È il più grande meccanismo masturbatorio dell’essere umano. Un meccanismo freddo, insincero e vago.

Volevo raccontarvi questa storia come avrebbe fatto un romanziere capace. Sono sempre stato un pessimo lettore di romanzi. Non mi è mai piaciuto leggere. A scuola cercavano di convincerci a leggere, racconti e libri. Per me era un mucchio di puttanate. Non avevo mai letto nulla che somigliasse alla vita reale. Non alla mia almeno. Nei racconti, nei libri, nei film, le cose sembrano sempre succedere per qualche motivo. E quando ti metti a scrivere un racconto finisci per cadere nell’imbroglio di piegarti a quegli scheletri senza carne e senza organi, a fare l’impalcatura per dipingere le mura di ricordi in un palazzo che non c’è, come in quel film di Fellini. Strutture, sostegni, puntelli di verbi e aggettivi, dialoghi e descrizioni. Tutto per dare forma a qualcosa che non è la vera verità. E allora vaffanculo. Chi l’avrebbe mai detto che sarei finito a scrivere, io, che a dieci anni ho sputato dentro la borsa della maestra d’italiano dopo che aveva litigato con mia madre davanti a tutti i miei compagni. Era stato umiliante che tutti vedessero che razza di madre avevo, e diventare l’argomento del giorno nei discorsi dei miei stronzi compagni appena uscivano, correndo a raccontare tutto ai loro genitori più o meno benestanti, più o meno normali. Io che non sapevo mettere la punteggiatura. Io che non sapevo coniugare i verbi, che capivo male le parole, e che facevo da monumento d’imbecillità nella lettura a voce alta d’ogni mio tema. Io, l’esempio da non imitare. Per non farsi ridere addosso. Per non diventare cattivi. Per non sembrare scemi.

Ma ci sto io a scrivere questa storia, e non dev’essere uno stronzo resoconto romanzato. Non è un racconto di formazione. Non è una delle Stagioni Diverse del Re. Ma è pur sempre la storia di un ragazzo morto.

Ecco. Non ve l’aspettavate. Fregnacce di reminiscenze da scuole medie e nient’altro. Così sembrava. Ma questo è il racconto di una fuga da casa andata a farsi fottere. Letteralmente. Quello che ho cercato di spiegare finora, orpellando ricordi e dettagli inseriti a forza nei miei ricordi sbiaditi, è che avevo dodici o tredici anni, davvero non mi ricordo di preciso. E non voglio nemmeno essere troppo preciso nel caso qualche vecchio sbirrodimmerda si svegli convinto di risolvere il cold case della vita, gasato solo perché ha visto qualche episodio di una schifosa serie tv dove inchiodano vecchi responsabili di crimini di cui non importa più un cazzo a nessuno.

La memoria non funziona come ci si aspetta, ché quando succede qualcosa ti si fotografa in mente l’ora e il giorno, la data, la stagione, il mese. Ti ricordi un odore. Un colore. Ti ricordi la paura e a volte neanche quella. La paura è difficile da ricordare, è momentanea e quando passa stai già lì a sminuirla, a riderci sopra, a pensare quant’eri coglione a provarla. Non è qualcosa di cui vai fiero. Resta così poco della paura. Non resta integra come l’avevi provata, anche se le costruisci un’impalcatura per farne monumento e scuola per il futuro. Un giorno guardi al centro e vedi un mucchio di macerie, sembra poca roba laggiù nel fondo. Sembrava tutto solido, duro e pesante. Doveva essere qualcosa di grosso, per lasciare tante macerie, ma ti resta solo una sensazione simile a quando ti spiegano un trucco di magia, e non ti sembra più granché.

Il centro di questa storia è che per quanto fossi un tozzo e gradasso ragazzino che si accompagnava a un branco di cazzoni più grandi, avevo una paura fottuta di mio padre. Una paura che con gli anni mi è parsa sempre più ingiustificata, anche se quanto avvenne durante e dopo quella fuga, è in gran parte responsabile della svalutazione.

Mio padre era come quei cani che abbaiano forte dietro una reticella. Ringhiano, latrano da farti rizzare i peli che nemmeno hai. Quei cani che speri sempre non trovino un buco nella rete o ti farebbero a pezzi. Non urlava a vanvera, non urlava sempre. Aveva un atteggiamento spavaldo e deciso, di chi è intoccabile, di chi non puoi scalfire. Ed io volevo essere allo stesso modo. Volevo quella grinta che fa tremare gli altri, se si accorgono d’averi fatto incazzare, perché è inutile incazzarsi se nessuno ha paura della tua rabbia.

C’è chi non vorrebbe mai ricevere uno schiaffo, e preferirebbe mille rimproveri e punizioni. Sono quelli che hanno davvero preso tante, troppe botte. Sono quelli che pensano che prenderne di meno o non prenderne affatto sia meglio. Io ho sempre pensato che fosse peggio restare alla corda, sotto la minaccia perenne, in quella paura costante di qualcosa di terribile pronto a venirti addosso, perché non sai con che violenza si sfogherà.

Facevo un sogno ricorrente da bambino. Il soffitto mi crollava addosso mentre dormivo. Sentivo un terremoto, come un asteroide fosse precipitato sul tetto della casa e grossi pezzi del tetto venivano giù ad immobilizzarmi. Mi schiacciavano sul petto e sulle gambe, io cercavo di tirarmi su ma non ero abbastanza forte. Poi veniva mio padre a tirarmi fuori. All’inizio urlava dietro la porta, incazzato perché pensava avessi fatto chissà quale casino. Sfondava la porta con una spallata e le schegge mi volavano in faccia. Quando mi vedeva sotto le macerie si preoccupava, diceva cose eroiche tipo “vengo a salvarti!”

Aveva braccia robuste e tirava su i massi e li gettava dalla finestra della mia stanza, ancora miracolosamente intatta. Ricordo che apriva la finestra prima di lanciare i sassi, per non rompere il vetro. Quand’ero libero mi afferrava per il colletto, e mi chiedeva cos’avessi fatto al tetto. Cos’avevo nascosto nella mansarda? Mia madre dal fondo della cucina gridava che era colpa sua, che mi aveva dato i soldi per i petardi, ed io li avevo nascosti in soffitta. Poi erano esplosi, facendo venir giù il tetto. Guardavo il cielo gonfio di nuvole e cominciava a piovere. Mio padre mi colpiva ma la pioggia e il vento freddo stemperavano l’attrito delle mani che schioccavano sulla faccia. Mi preoccupavo più del fatto che mio padre non avrebbe mai riparato il tetto, lasciandomi dormire sotto la pioggia per tutto l’inverno. Mi preoccupava più di tutte le sue botte. A volte, c’erano sogni in cui passava il tempo e mi costruivo una mini-casa sotto il letto, con un campionario dolciumi e pupazzi che trovavo stupidi, ma avrei potuto rivendere a qualcuno l’indomani, a scuola.

All’epoca della fuga da casa, quella vera, non quelle vissute nella mia testa nei pomeriggi da tiratardi, avevo già preso qualche sberla. E non avevo paura per il dolore. Ne avevo perché quel terrore rimasto in sospeso per anni fra i ruggiti e le minacce di mio padre iniziava a farsi concreto in quei primi schiaffi, che non erano così terribili a ben vedere. Ma era come se per anni mi avesse promesso tali orrori e nefandezze che sembravano dover arrivare tutti in una volta. Come quando guardi il cielo nero in lontananza, mentre sul paese splende ancora il sole, ma senti il vento sulla faccia e lo sai che sta portando le nuvole nella tua direzione, e lo sai che prima di sera saranno arrivate da te, sparandoti in faccia grandine e tuoni, che la promessa del disastro si abbatterà nella notte quando sarai troppo stanco per poter rispondere. Ti sveglierai pensando se hai chiuso la finestra. Se quel cazzone che ti ha montato gli infissi e lavora in nero senza nessuna qualifica avrà fatto un buon lavoro, o ti troverai con la casa inondata domani mattina. Ma sono cose che ti vengono in mente solo quando sei invecchiato. Quando a dieci o dodici o quattordici anni sentivo tuonare mi bastava non svegliarmi sotto macerie di cemento umidiccio e il digrignare dei denti marci di mio padre.

Avevo paura. Una paura irrazionale. Non era nemmeno la paura del dolore fisico. È difficile spiegare che paura fosse. Senza stare a fare altre seghe mentali su chissà quali incubi mi sarebbero spettati tornando a casa non dopo una stronza autentica sospensione, non di quelle finte con-obbligo-di-frequenza, come se mi fregasse qualche cazzo della scuola.

Cominciavo a rendermi conto che in un modo o nell’altro avrei sempre irritato i miei genitori, soprattutto mia madre. E in un modo o nell’altro, avrei sempre dato a lei una scusa per lamentarsi e a mio padre una scusa per gridarmi contro o alzare le mani.

Non ho detto perché ero stato sospeso. E non lo dirò perché non farebbe nessuna differenza.

 

6.

Non avevo soldi in tasca. Tutte le mattine, mia madre mi lasciava duemila lire sotto il posacenere che stava sul bordo del caminetto. Dovevano bastare per un pacco di patatine e un succo di frutta. A giorni erano solo mille lire, e altri giorni dovevo accontentarmi degli spiccioli nel barattolo delle spezie. Un panino senza prosciutto costava due o trecento lire. Il prezzo variava a seconda di chi lo pesava. Il panificio sulla via di scuola era gestito da mamma e figlia. Quand’era la vecchia a pesare il panino, faceva sempre tre o cinquecento lire. Quand’era la figlia, lo stesso panino ne costava duecento. Le focacce all’olio e rosmarino costavano troppo, riuscivo a mangiarne una alla settimana se andava bene. A volte facevano il pane pizza, una focaccia altra tre centimetri con una spruzzata di sugo sopra, e qualche anticchia di formaggio scadente.

Nei giorni da mille lire mi sbocciavano sottopelle fantasie di fughe che dovevano giorni, mesi, anni, a partire dallo spessore e peso di una focaccia particolarmente ben riuscita. Non ero il tipo da fantasticherie miliardarie partendo da pochi spiccioli. Non avevo nessun grande progetto. Stare fuori un intero giorno era già tanta, tantissima roba.

Oggi mi restano pochi ricordi di quello che feci nelle prime ore dopo la fuga da scuola. Avevo lasciato lo zaino in classe, cosa che rischiava di allarmare tutti anzitempo. Venni a sapere in seguito che dopo avermi spedito dal preside, nessuno si curò di dove fossi finito. Vivevo abbastanza vicino alla scuola e dovette sembrare plausibile a tutti che fossi tornato a casa. Qualcuno dei bidelli schiaffò il mio zaino dentro l’armadio di classe e lì rimase nei giorni a seguire.

Ero d’accordo con Andrea che sarebbe venuto a portarmi da mangiare. Feci un pezzo di strada col Ruvido, e di passaggio dagli uliveti lui si fermò coi suoi amici più grandi. Proseguii per la strada del mercato e giù fino al cimitero. Il canale era in secca, le saracinesche si aprivano solo quando il fiume superava il livello di guardia. Me l’aveva spiegato mio padre, anni addietro. Il canale era in secca quasi tutto l’anno. D’estate, con le scuole chiuse, i ragazzini andavano a farci le sfide con le bici e gli skateboard. Sul fondo c’erano sempre pneumatici abbandonati e li facevamo rotolare da un lato all’altro, anche se era praticamente impossibile farli arrivare da una parte all’altra. Altre volte giocavamo a Indiana Jones, che per noi voleva dire scalare la parete ripida del canale con una corda. Con un po’ di slancio ci si riusciva a risalire a piedi, ma era facile scivolare e consumarsi ginocchia, gomiti e faccia su quei lastroni di cemento. E la scalata con la corda aveva tutto il fascino dell’avventura che vedi solo quand’hai dieci anni.

Io ci avevo perso una bicicletta lì al canale, e anche qualcos’altro. Il ricordo mi mise addosso abbastanza angoscia da farmi desiderare il ritorno a casa. Il canale non era un bel posto. A tratti era un immondezzaio, non mancavano le siringhe dei drogati e i preservativi delle coppiette, guanti mistici che eravamo impazienti di usare. Il ricordo mi strappò un sorriso, mettendo da parte i brutti ricordi del canale. A spazzar via quelle ombre, che mi venivano addosso come sussurri di un brutto presagio, vennero i rumori improvvisi presso la pozza d’acqua. Le saracinesche stavano all’ombra di antri scuri e squadrati ai lati della gola di cemento. Appena sotto gli sbocchi si apriva un vascone non più profondo di mezzo metro, una depressione sul cui fondale stavano ammucchiati salsicciotti neri e tozzi: trote di fiume! La mia fantasia galoppò veloce. Sembravano facili da catturarle. Lungo il canale era tutto un susseguirsi di orti e frutteti, molti abbandonati, con pile di cassette di legno e plastica ammucchiate a marcire sotto il sole, che avrei potuto usare come nasse per quel branco di pesci intrappola. Già mi vedevo ad accendere fuochi e arrostire menù di mare e contorni. Non sarei morto di fame, né di sete d’acqua potabile se dalle tubature massicce verniciate di giallo che spuntavano ogni tot metri lungo il canale, una perdeva e l’altra pure, sgocciolando acqua pulita.

Qualcosa si mosse veloce e increspò la superficie: gallinelle d’acqua, e già mi immaginavo nidi zeppi, cesti di uova da fare fritte, sode, e un fottio di frittate cui sarebbero mancati solo pepe e sale.

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